La corona della Torà dei non-ebrei | Kolòt-Voci

La corona della Torà dei non-ebrei

Universalismo e particolarismo. Qualche riflessione prima di Shavuòt.

Alfredo Mordechai Rabello

Osserverete dunque le Mie leggi ed i Miei statuti, seguendo i quali l’uomo ha la vita; Io sono il Sign-re” (Lev. 18:5). La Torà Temimà (di Rabbì Baruch Halevi Epstein, di Vologin in Lituania) viene a sottolineare l’universalismo della Torà riportando la baraità: ” Tania (si insegna): Rabbì Meir ha detto (Bava Kamà 38a): “Da dove sappiamo che anche un idolatra che si occupa di Torà equivale al Sommo Sacerdote? Dal versetto che dice: “seguendo i quali l’uomo…“. Non è detto: cohanim, leviti, e figli di Israele, ma uomo”.

Manitou (il Rav Y. L. Ashkénazi, [1922-96] Ki Mitsion, p. 237) viene a sottolineare che dalla Torà Temimà noi apprendiamo due cose essenziali:

  1. Un uomo di qualunque popolo egli sia, che si occupi di Torà, equivale al Sommo Sacerdote. In effetti il nostro versetto usa la parola haadam, che significa ogni uomo, fosse anche idolatra.
  2. Questo “occuparsi” di Torà, non si identifica con lo studio come viene ad indicare normalmente questo termine, sibbene con la pratica, perchè il nostro versetto usa il termine asher iaasé otam, che li metta in pratica.

È per questo che la Torà Temimà vede qui un riferimento ai Giusti che praticano i Sette precetti noachidi, basandosi anche su un insegnamento di Maimonide, citato dal Dayan Rabbì Chasdai Haleví:

Non vi è alcun dubbio che colui che raggiunge l’autenticità del suo essere e della sua persona (nafshò) attraverso la drittura delle qualità morali e del sapere nella fede nel Creatore, è destinato al mondo a venire. Ed è per questo che i Saggi di Verità hanno detto che anche uno straniero che si occupa di Torà equivale al Sommo Sacerdote. Perchè l’essenza e l’obiettivo della Torà di Mosè è di ottenere l’autenticità dei corpi e della coscienza davanti al Creatore. Ed è in questo che Mosè è stato lodato…

Il Keter Torà, la corona della Torà, riguarda da una parte Israele sottomesso ai 613 precetti della Legge di Mosè, e d’altra parte i non-Ebrei che accettano come Torà i sette Comandamenti della legge di Noè. Viene fatto notare che in effetti il valore numerico di Keter è 620, cioè la somma di 613 e 7, mentre altri aggiungono che si contano 620 lettere nel testo dei Dieci comandamenti del Sinai.

L’insegnamento della Torà Temimà è più attuale che mai; Saggi di ogni generazione l’hanno ripetuto sotto ogni Cielo, di Erez Israel o della Diaspora; Manitou, il figlio dell’ultimo Rabbino capo di Algeria, l’allievo qui in Israele della Jeshivà Mercaz Harav e del suo capo, il nostro Maestro Rav Zvi Jehuda Kook, conclude a questo punto la sua lezione con un grido che sentiamo provenire dal profondo del suo cuore, dal cuore di un grande Maestro di Torà:

“Questo insegnamento universalista è da meditare profondamente, in un momento in cui un particolarismo esacerbato sembra invadere i circoli pietisti della comunità ebraica, sia all’estero che nella stessa Israele”.

È un insegnamento che ci riguarda molto, ma molto direttamente anche alla vigilia di questo Shavuot 5711, per essere degni della rivelazione sinaitica.