Fratelli coltelli (1940) | Kolòt-Voci

Fratelli coltelli (1940)

Nel maggio 1940 Aldo Ascoli, allora presidente della Comunità Ebraica di Roma, dopo aver imposto come Rabbino capo Eugenio Zolli e per scongiurare lo scioglimento del Consiglio dopo le dimissioni dei consiglieri Colombo e Di Segni, denuncia i suoi avversari “sionisti” alle autorità fasciste con una nota velenosissima. Altro che scritte sui muri.

Risulta  che di recente si è intensificata nel Regno la propaganda sionistica fra gli ebrei delle varie comunità. Tale propaganda, per i suoi moventi internazionalistici, per la sua essenza antinazionalistica, costituisce un duplice pericolo: il 1° per la tranquillità pubblica in quanto il così detto sionismo è di per sé antifascista; il 2° per gli ebrei stessi che nella grande maggioranza non comprendono e non ammettono questa sorpassata ideologia, ma suggestionati da abili propagandisti, potrebbero loro malgrado esser considerati aderenti ad esso.

Chi in Italia lavora attivamente in tal senso è un certo rag. Raffaello Cantoni (residente apparentemente a Milano), un certo prof. Mario Falco (Milano), il rabb. Capo di Milano prof. Castelbolognesi (che fu espulso da Tripoli da S.E. Balbo), un certo rag. Anselmo Colombo (residente apparentemente a Roma), un certo dott. Umberto Nahon, cittadino inglese residente a Firenze, e un certo Max Varadi, accentratore delle raccolte di fondi pro Palestina (residente in Firenze).

Il Cantoni, il Nahon e il Colombo si sono in questi giorni riuniti in Roma al Lungotevere Sanzio 9 ove ha sede la Unione delle Comunità Israelitiche Italiane e la sezione romana della ADEI (Associazione Donne Ebree Italiane) di marca prettamente sionista; talché la Unione sotto l’influenza di cotesti messeri sta diventando un centro di intrighi deplorevoli.

Chi poi dall’estero tiene il centro di tale movimento, è quel rabbino David Prato che la Comunità Israelitica di Roma indusse opportunamente a dimettersi per la sua intransigenza, il suo fanatismo, la sua ambigua condotta politica. Costui è in corrispondenza con i suddetti signori ed eccita gli animi contro l’Italia facendo apparire gli ebrei italiani come perseguitati. Egli è promotore, con altri sionisti, della pubblicazione di una rivista di cultura ebraica sionista in lingua francese, intitolata Madregoth, parola ebraica che significa ‘Scalini’, stampata a Tel Aviv e largamente diffusa in Italia.

Tale rassegna ha nel suo primo numero una presentazione programmatica che tra l’altro dice ‘in mancanza del giornale Israel soppresso – soppresso, si noti, l’anno scorso, dal nostro Governo, perché organo sionista – si pubblica in un altro Paese mediterraneo e in un’altra lingua’. Profonda ipocrisia di espressione per non specificare l’Italia e la lingua italiana!

Il sullodato Prato ha poi diramato ampiamente un opuscolo scritto in lingua ebraica, per celebrare ‘il quarantennio della sua attività’ con la propria fotografia in veste sacerdotale. Ivi egli si dipinge quale ‘vittima del fascismo e della comunità di Roma’ e con un tessuto di menzogne e di calunnie tenta di giustificare il proprio operato di rabbino: operato che fu assai censurato quando, non curante dei doveri di responsabilità inerenti alla sua carica in Roma, osò tenere discorsi temerari a Budapest e pubblicare quel famigerato ‘Appello ai Rabbini d’Italia’ che seminò la discordia negli animi degli ebrei e rivelò la vera indole dei Rabbini d’Italia di cui moltissimi erano in passato stranieri, sionisti, quindi antinazionalisti.

L’opuscolo suddetto è compilato da certo prof. Enzo Bonaventura, già residente a Firenze ed ora espatriato in Palestina, da certo dott. Herskowitz, rabbino ungherese già diplomato in Roma, da certo dott. Petaj, giornalista ebreo ungherese, nonché dalla intera redazione dell’ex giornale Israel trasferitasi in Palestina ‘per non poter più vivere in Italia’.

Ora tutto ciò rende difficile la vita degli Israeliti italiani del Regno, che sono sostanzialmente elementi tranquilli e di ordine e che, pur colpiti da dolorose limitazioni, desiderano soltanto di poter celebrare in pace il loro culto, e vivere modestamente obbedendo alle leggi del Regime e veramente amanti della Patria per la quale combatterono e lavorarono.

Quei mestatori debbono cessare di fomentare discordie e di creare imbarazzi anche alle autorità. Gli Israeliti sensati e devoti alla Patria e al Fascismo vedrebbero con gioia un energico intervento che liberasse il Paese da questo marciume, senza riguardi e senza pietà.

Il caso Zolli

L’itinerario di un intellettuale in bilico tra fedi, culture e nazioni

Gabriele Rigano

2006, Guerini e Associati