Il lavoro con i libri? Un’avventura senza tregua | Kolòt-Voci

Il lavoro con i libri? Un’avventura senza tregua

Daniela Gross

È nata e cresciuta in un mondo di libri, temprata, fin dalla più tenera età, a una severa pratica di buone letture. Bando alle storie da ragazzine e largo a Edgar Allan Poe, Kafka, Proust, Dickens e quant’altro poteva pescare dalla biblioteca di casa. Una biblioteca fornitissima e di ottima qualità, grazie a due genitori d’eccezione: il papà Alberto, matematico e inventore, cofondatore con l’amico d’infanzia Luciano Foà della casa editrice Adelphi e la mamma, Bianca Candian, di professione medico oculista avvezza a dedicare il tempo libero alla difficile alchimia della traduzione letterarie.

Nulla di strano dunque se a metà degli anni Settanta Susanna Zevi, allora studentessa universitaria, imbocca, quasi per caso, la via dei libri. Per ritrovarsi subito, grazie alla rete di frequentazioni familiari, sulla strada maestra. Entra infatti nell’Agenzia letteraria internazionale, con Erich Linder, mitico agente letterario che nel suo carnet d’autori ha annoverato nomi sacri quali Ezra Pound, James Joyce, Kafka e Philip Roth.

È la nascita di una vocazione che nel giro di qualche decennio fa di Susanna Zevi un agente letterario di fama. Tra i suoi autori, uno scrittore al top delle classifiche di vendita quale Erri De Luca e, in campo ebraico, Meir Shalev, Haim Baharier e il grande Moshe Idel. Quest’ultimo pubblicato proprio da Adelphi: la casa fondata dal padre Alberto dove oggi a governare il settore dell’ebraistica è la sorella di Susanna, Elisabetta.

Susanna Zevi, ha scelto molto presto di lavorare con i libri ma non ne ha mai scritti. Per quale motivo?

La scelta di lavorare nell’editoria è stata del tutto naturale. Avevo un’inclinazione per la lettura che fin da piccola è sempre stata incoraggiata e certo ha giocato un notevole influsso l’ambiente in cui sono cresciuta. Mio padre era editore, mia madre una donna molto colta, autrice di traduzioni pubblicate da Adelphi che ancora oggi sono in circolazione. A casa nostra s’incontravano scrittori e intellettuali. Erich Linder, per dirne una, era una presenza consueta.

Forse proprio per questo non ho mai voluto scrivere ma ho optato per un mestiere più umile. Abituata a una qualità di scrittura eccellente ed essendo così vicina ai libri non ho voluto essere così presuntuosa da scriverne.

Leggere i classici fin da bambini in effetti può essere un buon freno inibitore.

In un certo senso è stato così. Anche se di tanti libri letti in quegli anni capivo ben poco. Devo dire che mi sono rifatta dopo il matrimonio, quando mi sono data a letture più leggere: sempre di nascosto dai miei, s’intende.

Il lavoro di scrittore esercita un fascino notevole, forse quello dell’agente letterario ha meno appeal sull’immaginario collettivo.

È invece un’attività appassionante, perché si rinnova senza tregua. È un’avventura quotidiana in cui non c’è mai il senso della ripetizione. Gli autori sono personaggi creativi, interessanti, mutevoli. E il libro non è un prodotto come gli altri: ognuno è una storia a sé. Proprio per questo il dialogo che s’intreccia con gli autori e con gli editori ogni volta comporta un impegno diverso. Ed è il bello di questo lavoro. Certo, è un’attività che ha anche una parte molto noiosa, soprattutto di carattere amministrativo. Ma nel complesso comporta un tasso notevole di creatività e personalità.

La sua agenzia riceve ogni giorno decine di libri, manoscritti e proposte. Come fa a scegliere?

Guardo tutto ciò che arriva. Per moltissimi testi, ad esempio la saggistica che arriva da prestigiose case editrici straniere, non c’è necessità di una nostra lettura e dunque li inoltriamo agli editori nostri clienti. La letteratura ha invece sempre bisogno di un’occhiata.

Quali sono gli autori da lei rappresentati di cui è particolarmente fiera?

Tra gli scrittori di cui sono contenta ci sono Mauro Corona, Cristina Comencini e Erri De Luca.

E la cultura ebraica? Che ruolo ha giocato nella sua formazione?

Sono cresciuta in un ambiente del tutto laico, in cui erano forti la consapevolezza e la fierezza di essere ebrei ma l’ebraismo non era presente come pratica. Esisteva invece quale interesse culturale, al pari di altre religioni che studiavamo. Il mio percorso di avvicinamento è avvenuto molto più tardi, a metà degli anni Novanta, quando ho seguito alcuni lezioni di Haim Baharier e approfondito molti aspetti della tradizione e del pensiero. In quegli anni ho iniziato a rispettare lo Shabbat e le feste.

La letteratura ebraica ha avuto un ruolo in questo senso?

Senz’altro. È stato Isaac Bashevis Singer, con la sua opera gigantesca, a far nascere in me il desiderio di conoscere meglio il mondo ebraico. Se dovessi scegliere un libro da portare su un’isola deserta ne sceglierei uno qualunque dei suoi.

Che ruolo ha la letteratura ebraica e israeliana nel suo lavoro?

Il mio interesse per l’ebraismo ha senz’altro contribuito a rendermi più vicina a questi autori. Per anni ho rappresentato David Grossman mentre ora nel catalogo della mia agenzia vi sono autori israeliani quali Meir Shalev, Lizzie Doron, Sarah Shilo o Batya Gur. Rappresentiamo poi Haim Baharier e Moshe Idel.

Come vede il boom della letteratura israeliana in Italia?

Da un certo punto di vista è molto divertente. Più gli italiani diventano anti Israele più sembrano amarne gli scrittori. Basti pensare a quanto è accaduto al Salone del libro di Torino l’anno in cui venne scelto Israele come paese ospite. Per mesi ci si mobilitò a favore del boicottaggio e alla fine si registrò un numero di presenze così elevato da non trovare eguali negli anni successivi.

http://moked.it/unione_informa/110513/110513.html#davar