Unità e identità – Intimazioni e questioni di metodo | Kolòt-Voci

Unità e identità – Intimazioni e questioni di metodo

Ugo Volli

Mi sembra che la discussione su gli effetti dell’Unità sul mondo ebraico italiano suggerisca ancora una piccola riflessione: di metodo, questa volta. Chi l’ha seguita ha letto due intimazioni a non discutere di certi argomenti perché le parole che venivano usate per descriverle erano sbagliate: David Bidussa se l’è presa con l’uso del termine “identità”, sostenendo a torto che fosse un concetto solo contemporaneo: Anna Foa ha squalificato ogni discussione sull'”assimiliazione”.

Il primo ha sostenuto che non si dovesse parlare di identità ebraica perché si tratta di un termine anacronistico, come se non si potesse parlare, chessò, della struttura economica delle poleis perché la parola “economia” nella Grecia antica significava solo l’arte del governo della casa e inoltre l’ideologia dominante allora disprezzava il vile denaro. O se si vuole, che non ci fosse mai stato antisemitismo prima che un certo Marr inventasse questa parola nella Germania della fine Ottocento. Una variante di questo argomento si trova nella bizzarra pretesa di illustri studiosi cattolici che la Chiesa non sia mai stata antisemita e quindi non abbia nessuna responsabilità nella Shoah perché il suo non era “antisemitismo” bensì solo innocente “antigiudaismo” – parola peraltro altrettanto recente.

Anna Foa invece ci proibisce di discutere di assimilazione semplicemente perché gli storici più recenti, glamour e che le piacciono di più (non degli altri, che sono volgari o vulgati) non amano usare questo termine, lo considerano a loro volta sbagliato o fuori moda. Be’, con tutto il rispetto della storia, mi sembra una bizzarra pretesa. A parte la pretesa implicita di autorità dogmatica per una solo disciplina, la storia, o per una sua corrente, la sola motivazione che viene data è che non è la stessa cosa parlare di “emancipazione”, un fatto giuridico e sociale, e di “assimilazione”, un fatto culturale e religioso. Ora, a qualunque parlante italiano minimamente acculturato questa distinzione è piuttosto evidente. Di più, la discussione verte esattamente sul nesso fra due fenomeni che certamente sono avvenuti intorno alla metà dell’Ottocento: la progressiva emancipazione degli ebrei italiani ed europei e la perdita di “identità” culturale e religiosa che subirono “assimilando” la loro forma di vita a quella dei loro concittadini.

Vi è un altro esempio di questa pretesa un po’ alla Don Ferrante (vi ricordate i “Promessi sposi”: la peste non è sostanza ne accidente, quindi non esiste) di eliminare i problemi per via puramente verbale ed è l’idea, inaugurata forse da Hobsbawn, per cui dato che la terminologia e la discussione pubblica intorno al nazionalismo risalirebbero solo all’Ottocento, le nazioni sarebbero “tradizioni inventate”, trucchi più o meno sporchi dell’ideologia borghese per perseguire interessi economici e politici. Fervidi seguaci dell’applicazione di questa linea all’ebraismo sono alcuni “nuovi storici” israeliani, Schlomo Sand in testa (non saprei se da considerarsi glamour o volgari), i quali sostengono che non vi sarebbe nessun rapporto fra quell’Am Israel che troviamo così spesso nelle Scritture con il popolo ebraico che il sionismo ha voluto riunire e quindi con lo stato di Israele attuale. Dunque hanno ragione gli arabi, noi col Medio Oriente non c’entriamo e faremmo bene, come dice Hamas, a rientrare da dove veniamo, diciamo in quel ridente territorio che si stende fra Dachau e Auschwitz. O potremmo farci assimilare da un bello stato binazionale, democratico e antisionista, che penserebbe lui a richiuderci nei ghetti di nuovo.

Purtroppo i fatti sono ostinati, assai più delle parole e delle pretese di amministrarle; c’è stato un antisemitismo prima della parola, c’è stata e c’è nell’ebraismo italiano un forte processo di assimilazione anche se la parola non piace a qualcuno, c’è stato un popolo ebraico che ha attraversato i secoli attaccato alla sua identità, anche se magari non sapeva che Aristotele usava la parola in senso logico generale, non sociologico o storico e forse avrebbe preferito un altro termine. La mossa di espellere dalla discussione certi termini (e non certi altri, non per esempio “classe”) è una classica manifestazione di ideologia, un tentativo di precostituire le risposte o di rendere improponibili certi argomenti, senza discuterli davvero. Un po’ come fa quel personaggio di Lewis Carroll: “`When I use a word,’ Humpty Dumpty said in rather a scornful tone, `it means just what I choose it to mean — neither more nor less.”

Newsletter L’Unione Informa 20/2/2011