Tiago ci porta alle radici del Male | Kolòt-Voci

Tiago ci porta alle radici del Male

Bruno Arpaia

Siamo a Tel Aviv, nella hall di un albergo dove si sta per svolgere un congresso di storici dell’ebraismo. Appena arrivata, davanti alla reception, Dana Serfati vede Santiago Boroní, detto Tiago, uno studioso spagnolo che vive a Parigi, specializzato nella storia degli ebrei conversi, sconvolto e trasandato. Non lo incontra da un paio d’anni, ma adesso le sembra particolarmente strano e inquieto.

Quando, al bar, Tiago le parla della recentissima morte del figlio Daniel in un incidente stradale, Dana crede di poter attribuire a quella disgrazia tutte le sue stranezze. Finiscono a letto insieme, un’attrazione covata per anni, ma che Dana si era vietata in nome dell’amicizia con Nicole, la moglie di Tiago, morta giovanissima di cancro. Tuttavia, la mattina dopo Tiago è sempre più inquieto e annuncia che deve partire per la città santa di Safed. La sera tardi Dana riceve una telefonata da un posto di frontiera israeliano: Tiago ha superato senza autorizzazione i controlli, ora è nei guai e dà di matto. Quando, il mattino dopo, Dana arriva nella casupola dei militari, lo trova sporco e alterato, con i capelli raccolti a codino; esige di essere chiamato Jamaica, afferma di essere ebreo (ma non lo è) e accusa urlando i soldati israeliani di essere antisemiti.

Inizia così, promettendo (e mantenendo la promessa) una vertiginosa e concitata immersione nel dolore e nel delirio, il nuovo romanzo di José Manuel Fajardo, il quale poi conduce, sul filo della presunta follia di Tiago, i propri protagonisti tra gli agitatori che nel 2006 mettono a ferro e fuoco la banlieue parigina, poi nella casa di famiglia di Dana a Bordeaux, dove ora vive la figlia con cui è in forte conflitto, quindi nelle stradine di Toledo, la città dell’Inquisizione spagnola, o ai piedi dell’Alhambra di Granada, dove Tiago disperde nel fiume le ceneri del figlio, dà fuoco alla propria auto e aggredisce i poliziotti accorsi a spegnere l’incendio, continuando a concionare e a ripetere che tutte le vittime della Storia sono ebrei, compresi i bambini palestinesi morti nell’Intifada o i casseurs musulmani delle periferie parigine.

E allora, di fronte a un mondo che appare sempre più folle e fuori controllo, sorge il dubbio che Tiago non sia proprio così pazzo e che i suoi discorsi nascondano una scintilla di ferrea lucidità. Perché questo romanzo, scritto in uno stile febbrile e coinvolgente, con una sottigliezza e una complessità argomentativa davvero sorprendenti, è molto più della storia di un uomo devastato dal dolore, molto di più della «storia nella storia» che Dana legge nella Relación de la guerra del Bagua, una vecchia cronaca del Seicento nella quale il figlio di uno spagnolo e di una inca racconta le vicende della propria vita, tremendamente simili a quelle di Tiago, seminando altri dubbi sulla sua reale pazzia.

No: oltre a essere un incalzante romanzo d’avventura, il libro è una full immersion (per fortuna, non priva di ironia) nel Male, nella possibilità o nell’incapacità umana di assorbirlo, digerirlo, sopportarlo o sconfiggerlo. È un libro che consente a Fajardo di tornare, con ulteriore consapevolezza e bravura rispetto ai romanzi precedenti, sulle sue ossessioni e sui suoi argomenti preferiti: gli abissi dell’animo umano, l’identità e la menzogna che nasconde, la storia, l’attualità internazionale, l’ebraismo o la Conquista. E la follia e la furia quotidiana a cui assistiamo tra israeliani e palestinesi, nelle periferie parigine o in qualunque altra parte del mondo è il vero bersaglio dell’autore spagnolo. Perché, come ha scritto Rosa Montero in una recensione all’edizione spagnola del romanzo, tutto questo «è l’Apocalisse, e l’abbiamo già vissuta, la stiamo vivendo ogni giorno. Abitiamo tra le rovine. Ma alla fine del libro, dopo questo tragico pellegrinaggio agli estremi dell’esistenza e del dolore, i personaggi tornano al buon senso, o a ciò che chiamiamo buon senso, cioè alla nostra capacità di sopportare la follia del mondo e di essere, malgrado tutto, ragionevolmente felici».

Il mio nome è Jamaica – José Manuel Fajardo traduzione di Pino Cacucci Guanda, Parma pagg. 314|€ 18,00

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-02-20/tiago-porta-radici-male-082258.shtml?uuid=AadZJy9C