David Bidussa e l’ossessione identitaria | Kolòt-Voci

David Bidussa e l’ossessione identitaria

La piccola polemica nata all’interno della newsletter L’Unione Informa. Sotto trovate il pezzo che l’ha generata

Riccardo Di Segni

Nella discussione sulla partecipazione ebraica al Risorgimento italiano sono stato tra coloro (non molti, in realtà) che hanno messo in evidenza come il processo di integrazione degli ebrei sia spesso proceduto in parallelo con la perdita della loro identità ebraica. Questa analisi non piace a David Bidussa, che privilegia altre interpretazioni (che non sono tanto recenti, già le propose Gramsci a suo tempo con un pensiero famoso).

Fin qui, normale confronto di idee. Ma Bidussa ieri ha proseguito con un ulteriore argomento, che provo a esporre così (sperando di aver capito bene): oggi c’è una “ossessione identitaria” , “paradigma culturale del nostro tempo”, per cui insistere tanto sull’identità è proprio il contrario di quello che si vorrebbe, è assimilazione a un modello esterno.

Un bel sofisma, complimenti; ma che può essere smontato facilmente. Tenendo presente che la denuncia di perdita di identità (e di cultura e di pratica religiosa) non è una recente originalità ossessiva. Un secolo fa, ad esempio, queste analisi le faceva un certo Dante Lattes (per ironia, il bisnonno della moglie di Bidussa). Che poi il tema dell’identità (quale?) sia il paradigma culturale del nostro tempo, ossessivo e prevalente da queste parti, è tutto da dimostrare. Il fatto è che questo non è un dibattito puramente storico, spesso i discorsi sulla perdita di identità danno fastidio, e allora bisogna colpevolizzarli, negare la gravità del fenomeno o sminuirne le conseguenze. Oggi si parla tanto (senza concludere molto) degli ebrei invisibili, ma spesso gli ebrei non sono invisibili, semplicemente non ci stanno più.

L’Unione Informa 14 febbraio 2011


David Bidussa

Il mondo ebraico, eccetto l’alto discorso di Anna Foa tenuto all’ultimo congresso dell’UCEI il 6 dicembre scorso, ha sostanzialmente taciuto in merito alla discussione sul Risorgimento italiano. E’ vero che un gruppo di storici, ebrei e non ebrei, ha provato negli ultimi venti anni a indagare i percorsi culturali e identitari dei diversi mondi ebraici in Italia rispetto ai processi di emancipazione e poi di inclusione sociale nell’Italia unita. Ma è anche vero che gran parte del mondo ebraico ufficiale ha preferito ignorare i risultati dei loro studi, continuando a ragionare sul Risorgimento come un tempo in cui si presentò la scelta tra occasione di libertà e salvaguardia dell’identità, convinto che la seconda sia la risposta adeguata all’assimilazione di allora e di ora.

A me sembra, invece, che questo sia il sintomo di adeguamento al nostro tempo, caratterizzato da un’ossessione identitaria. Diversamente: la pratica, non so se deliberata o involontaria, più calzante e aderente al paradigma culturale di questo nostro tempo. Ovvero la più organicamente assimilativa.

L’Unione Informa 13 febbraio 2011