A che serve una Comunità ebraica | Kolòt-Voci

A che serve una Comunità ebraica

Pregi e difetti di una struttura in crisi

Sandro Servi (Alef Dac 21 – 1984)

«Comunità», sociologicamente, termine assai ambiguo. I dizionari riportato «gruppo di persone che hanno comuni origini, idee, interessi o consuetudini di vita»; ognuno di questi termini («origini» «idee» «interessi» «consuetudini di vita») è, a sua volta, fonte di possibili equivoci e il verificare quando queste «origini» «idee» ecc. siano comuni è opera ben ardua. Grandi filosofi politici hanno individuato una contrapposizione tra «comunità» rimane associata l’idea di una composizione omogenea dove a quello di «società» si riconosce una forma contrattuale tra entità, per definizione, eterogenee.

Un moderno sociologo ha individuato, nella sola letteratura anglosassone, novantaquattro definizioni di «comunità»; sfrondando tutto ciò che era contingente, l’unico denominatore comune di queste definizioni era il seguente: «la comunità è una collettività i cui membri sono legati da un forte sentimento di partecipazione». Un autore, interrogandosi su cosa significhi questo «forte sentimento di partecipazione» si chiede «La partecipazione, per esempio, è la possibilità di prendere parte, in una forma o nell’altra, alle decisioni che il gruppo deve prendere in comune.? Consiste nell’esser sempre al corrente di tutti gli avvenimenti e delle decisioni importanti nella vita del gruppo? È il diritto di essere consultato, di formulare proposte e reclami, di prendere parte alle delibere? O è il diritto di decidere insieme con gli altri su tutti gli affari comuni? O ancora è il diritto di gestire, direttamente e con gli altri, gli interessi comuni. O, infine, tutto questo nello stesso tempo?…».

A questo, letto da poco (sulla Enciclopedia Einaudi), ripensavo meditando sulle nostre «comunità israelitiche» e cercavo di riconoscervi i tratti della quotidiana vita comunitaria. Arrigo Levi, interrogato in televisione sulla «solidarietà ebraica» (domanda insidiosissima e quasi antisemita) rispondeva con grande convinzione e con grande naturalezza che la «solidarietà ebraica» esiste, mentre io, al di qua dello schermo, mi chiedevo se mai Arrigo Levi avesse partecipato ad un’assemblea comunitaria: certo non a Firenze.

In che misura il gruppo ebraico costituisce una «comunità», anche ridotta all’osso di quel «forte sentimento di partecipazione»? In che misura l’appartenente «di diritto» (così dice la Legge, volendo dire «d’obbligo») partecipa alle decisioni del gruppo, è al corrente di tutti gli avvenimenti, esercita il diritto di essere consultato e di formulare proposte e reclami, prende parte alle delibere, decide insieme con gli altri, gestisce…? Certo, l’iscritto detiene il diritto-dovere di partecipare alle elezioni. MA questo è sufficiente? Quali sono i rapporti che intercorrono tra comunità come istituzione e comunità come popolazione? Qual è il grado di adesione della base alla politica condotta dal consiglio di una comunità? Quali esigenze la Comunità come istituzione cerca e riesce a soddisfare? Quali aspettative rimangono invece deluse? In una società in rapida evoluzione, caratterizzata da forti contrati e da drammatici conflitti, in una società competitiva e ansiogena come funziona e come potrebbe funzionare una comunità?

La comunità è, tendenzialmente, il luogo in cui si instaurano dinamiche interpersonali estremamente frustranti: nel momento in ci le barriere di difesa vengono abbassate ognuno è più soggetto a manifestare i propri limiti, più sensibile agli attacchi e ai rifiuti. Ma la soluzione non è quella di rinforzare le muraglie e di riscavare i fossati che separano individuo da individuo perché questo ha per unito effetto quello di incrementare il livello dell’aggressione. Ciò a cui si dovrebbe tendere è il rispetto dell’altrui individualità, l’accettazione del fatto, naturale e giusto, che non tutti gono uguali e che proprio la diversità arricchisce la vita comunitaria.

Le nostre comunità soffrono particolarmente di questo difetto: di stimolare il conformismo, di rifiutare l’apporto critico e il dissenso, con la tragica conseguenza di emarginare gli aspetti più creativi dell’individuo e gli individui più creativi del gruppo.

Dialogo anche nel pericolo

La comunità come istituzione dovrebbe preoccuparsi al massimo grado non di fabbricare il consenso ma di permettere e di facilitare la nascita e l’utilizzazione di nuovi meccanismi e di nuovi strumenti di analisi, di discussione e di partecipazione creativa di tutti coloro che vogliono esprimersi e che non lo fanno per timidezza, per paura, o semplicemente perché la comunità non prevede «luoghi» adatti a queste espressioni.

All’interno di una comunità si formano spesso piccoli «clan», a volte molto potenti, determinati da rapporti familiari, da comuni origini geografiche o da affinità economiche o professionali. Essi esercitano generalmente un effetto distruttivo perché l’adesione ad un’idea o ad un programma messo in discussione avviene allora soprattutto a causa di queste «clientele» e non più sulla base di una valutazione razionale libera da pregiudizi. L’interesse stesso della comunità passa allora in sott’ordine rispetto alla volontà di affermare il potere e il prestigio di questo o di quell’esponente.

Le nostre comunità hanno vissuto a volte momenti eroici, soprattutto quando qualche forza esterna ha minacciato la loro stessa sopravvivenza o quando si trattava di cominciare a ricostruire. In quei momenti il sentimento di adesione è massimo: ognuno ha la coscienza netta della funzione e degli scopi comuni a tutto il gruppo. Ma è quando tutto sembra tranquillo e si devono affrontare solo problemi quotidiani che le forze centrifughe tendono a superare il potere di aggregazione. Le tensioni e i conflitti interni costituiscono una minaccia continua alla solidarietà e si perde il senso della responsabilità collettiva. Ma di fronte sia ai pericoli eterni, sia alle divergenze interne, il modo peggiore di reagire è quello di chiudersi ermeticamente in un sistema di credenze e di comportamenti troppo angusto che non tollera il dialogo e il confronto; la presunzione settaria di essere, sempre e comunque, nel vero, tipica di alcuni gruppi comunitari, lontano dal salvaguardare la sopravvivenza ne provoca non di rado la morte per asfissia.

Il contatto con l’esterno, spesso così temuto e così accuratamente evitato, può adempiere all’utile funzione di confronto e può catalizzare processi interni di crescita e di maturazione. Ma è soprattutto all’interno della comunità che è necessario moltiplicare le occasioni di frequentazione pubblica; le cerimonie ufficiali e le celebrazioni con le autorità hanno la loro importanza, ma nell’ambito comunitario devono potersi svolgere anche riunioni di lavoro, incontri momenti di scambio e di dialogo.

La rarità di queste occasioni fa sì che oggi esse siano caratterizzate da un’atmosfera pesante, carica di tensioni, di rivalità, di sospetti, di rancori, di volontà di dominio, di autoritarismo. Possono e devono essere studiati i mezzi migliori, offerti dalle moderne tecniche di dinamica di gruppo, per facilitare l’accesso di tutti alla discussione, alla individuazione chiara delle modalità e degli obiettivi che la comunità si propone.

Reagire alla crisi

Alcune comunità (o forse anche tutte in Italia) vivono attualmente situazioni di crisi demografica, religiosa, economica. Proprio in queste situazioni l’imperativo deve essere quello di non cedere allo scetticismo, alla depressione, al pessimismo. Anche nelle situazioni più disperate si ha il dovere, religioso e civile, di affrontare con serenità la realtà quotidiana combattendo se non altro per contenere le perdite, ma a volte anche per conseguire delle vittorie: piccole comunità ebraiche sono sopravvissute in situazioni estremamente critiche per secoli grazie alla solidità dei legami interni, alla consapevolezza dei valori comuni, alla volontà di soddisfare collettivamente le esigenze e i bisogni di tutti.

I responsabili delle comunità svolgono il loro ruolo tra mille difficoltà e spesso con grande abnegazione, ma sono portati anche a commettere molti errori: il primo è quello di erigere una barriera tra se stessi e la base comunitaria. Ci sono presidenti e consiglieri di comunità sempre indaffarati, inaccessibili, sempre nascosti dietro la maschera di prestigio, di potere e di legalità burocratica: parlano, tengono prolusioni e relazioni, ma difficilmente ascoltano, e, se costretti ad ascoltare (magari una volta l’anno) raramente si preoccupano di capire quello che viene loro esposto. Eppure anche l’intervento più contestatario contiene generalmente qualche utile suggerimento e il sistematico eludere le critiche costituisce la principale causa di malcontento e di opposizione. La ricerca di un banale unanimismo, ottenuta più che altro con l’emarginazione dei dissenzienti, dovrebbe cedere il posto alla volontà di coinvolgere nei momenti decisionali e in quelli esecutivi, il maggior numero di persone, tenendo conto del contributo di tutti e sottoponendo concretamente a verifica il proprio operato e i programmi elaborati per il futuro.

S.S.

http://www.morasha.it/alefdac/alefdac_21.html#2101