Paradosso per una jewish mamy | Kolòt-Voci

Paradosso per una jewish mamy

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Nuovo racconto fresco di penna

Mario Pacifici

Era un vecchio appartamento, grande ma decadente, disposto come si usava ai primi del novecento, con le stanze in sequenza una dietro l’altra. Un tempo era un’abitazione animata. La famiglia era numerosa allora. Oggi erano rimasti in due, lui e sua madre, a dividersi quegli ambienti ormai troppo grandi, pieni di ricordi e di oggetti polverosi.

Lui a dire il vero, si era appropriato di un’intera ala della casa e l’aveva trasformata in un laboratorio. O meglio in una tana, come diceva sua madre, quando tentava di accedervi per fare ordine e pulizia.

Dentro quelle stanze, David Sermoneta trascorreva la sua esistenza in completa solitudine. Non ne usciva che di rado e quando lo faceva era solo per acquistare i materiali necessari agli esperimenti che conduceva.

Lui non frequentava gente. Non aveva amici. Non amava nulla di quelle cose che generalmente riempiono la vita e il tempo libero delle persone. Mai un cinema, un teatro, un ricevimento, un concerto.

Amava solo il suo lavoro solitario. E quel lavoro, fatto di esperimenti, di studi, di ricerche, oggi era finalmente giunto a conclusione.

Si guardò intorno. Da qualche parte doveva esserci una bottiglia di grappa. La trovò dentro un cassetto, sepolta sotto vecchi giornali e riviste. Se ne versò un goccio e brindò silenziosamente al successo della sua impresa.

Il rumore della porta a vetri alle sue spalle lo fece sussultare.

Sua madre era lì, ferma sulla soglia, coperta dal suo immancabile scialle di maglia, le ciabatte ai piedi.

Reggeva un vassoio con la caffettiera ed una sola tazzina, ma tutto in lei diceva che quello era uno sforzo quasi sovrumano. E che era lieta di compierlo per lui, per quel figlio adorato che forse non lo meritava.

Ma c’era qualcos’altro.

Una smorfia di disapprovazione le attraversava il volto corrucciato, e lo sguardo era fisso sulla bottiglia.

“Non ci manca che questa. Bere. Pensi che questo risolva qualcosa?”

David la fissò incredulo.

“Mamma, io non bevo. E soprattutto, non ho proprio niente da risolvere.”

“Certo, certo. Dite tutti così e poi vi trovate alcolizzati. E invece di risolvere i problemi ne aggiungete solo di più grossi.”

“Che dici, mamma? A chi ti riferisci? Lo sai benissimo che io non bevo!”

“Certo! E quella sarebbe una bottiglia di gazosa, non è vero…? Tu mi farai morire, David.”

Posò il vassoio del caffè in un angolo del tavolo, facendosi spazio fra le carte e gli oggetti che lo ricoprivano in un disordine senza speranza.

“Guarda qui. La stanza di un barbone. Come puoi vivere così…? I topi, gli scarafaggi… Ecco quello che ci ritroveremo dentro casa. Ma a te cosa ti importa? E poi cosa contano le parole di questa povera vecchia?”

Scrollò le spalle scuotendo mestamente il capo.

“Quando non ci sarò più… Allora forse capirete e magari la rimpiangerete, questa povera vecchia.”

“Mamma ti prego…”

“Del resto non manca molto. Lo sai come mi sento. La testa, la schiena, le gambe. Dite che non è niente. Ma che ve ne importa a voi, come mi sento io…”

“Basta, mamma…”

“E fatti la barba! Non ti posso guardare in quelle condizioni. Tuo padre morirebbe dalla vergogna se ti vedesse conciato in quel modo.”

David strinse i pugni nelle tasche.

“Mamma…! Mio padre ha sperperato una fortuna al gioco… E ti ha offeso con qualunque donna gli sia capitata a tiro. Se pure fosse vivo, penso che avrebbe qualche pudore a dire a me cosa posso o non posso fare.”

La spinse fuori della stanza, fingendo di non udire i suoi singhiozzi. Sommessi, ma non tanto che lui potesse non udirli.

Bevve il caffè, cercando di calmarsi.

Una vera jewish mamy. A cinquant’anni lo trattava come un bambino. E poi quei continui ricatti morali… Quei patetici rimbrotti…

Tornò a fissare l’intrico di apparecchiature elettroniche che invadeva la stanza e tornò a riflettere su ciò che aveva realizzato.

Chiunque altro nei suoi panni, chiunque altro avesse inventato in gran segreto la macchina del tempo, avrebbe cercato di trarne vantaggio per diventare ricco. Bastava, in fondo, tornare indietro di due giorni con la colonna vincente di un concorso milionario. Oppure tornare indietro di qualche anno e dare istruzioni appropriate al borsino della propria banca. Disponendo della macchina del tempo chiunque poteva diventare un mago della finanza.

David non ci pensava neppure.

Lui voleva solo un’altra occasione.

La vita a volte ci impone dei bivi. Destra o sinistra. Il risultato della scelta ci sarà chiaro solo a distanza di anni.

David aveva perso la sua occasione. Aveva perso la sua Sara.

Era giovane e non aveva saputo decidere con la propria testa. Aveva ceduto alle pressioni di sua madre. Non era la donna per lui continuava a ripetere. La famiglia, il carattere, l’indole. Non c’era nulla che andasse bene, non era la scarpa per il suo piede.

David aveva cercato di ribattere, di spiegare, di resistere.

Ma a volte le parole di una madre, i suoi silenzi, i suoi bronci sono più devastanti di una goccia cinese.

Lui aveva ceduto. Aveva scritto una lettera accorata alla sua bellissima Sara e l’aveva lasciata.

Un attimo dopo aver imbucato la lettera era già pentito, ma Sara non aveva voluto sentire ragioni. Non avrebbe sposato un uomo che si fa comandare a bacchetta da sua madre. E non credeva ad un amore incapace di resistere alle parole acide di una suocera gelosa. Di una jewish mamy isterica.

Quel giorno David aveva imboccato il bivio sbagliato. Oggi lo sapeva bene. E la sorte gli dava l’opportunità di riparare all’errore.

Sarebbe tornato indietro ed avrebbe sottratto dalla buca delle lettere di Sara la devastante missiva, prima che lei potesse leggerla.

Regolò con attenzione i comandi della macchina e quando tutto fu pronto tornò indietro nel tempo e compì la sua missione.

Al ritorno rimase per qualche momento in uno stato di torpida confusione.

Il rumore della porta a vetri alle sue spalle lo colse alla sprovvista.

Sara entrò nella stanza come una furia.

Era trasandata come sempre. Il trucco troppo pesante le era colato intorno agli occhi ma lei, come sempre, non se ne dava pena.

Sembrava furibonda.

“E’ un’ora che ti chiamo. Vuoi degnarti di muovere il culo e di venire a tavola? Sono stufa di essere trattata come una sguattera! Stufa di stare ai tuoi comodi!”

Ansimava per la rabbia. Era grassa e pesante e i lineamenti rugosi erano trasfigurati dall’ira.

“E poi guarda in che condizioni riduci la casa. Polvere… polvere e casino dappertutto.”

Dette una manata ad un fascio di fogli ammucchiati sul tavolo e li mandò a spargersi sul pavimento.

“Vivi come un barbone. Gli scarafaggi… i topi… Ecco quello che ci ritroveremo dentro casa. Ma tanto a te che te ne frega? Tu stai bene solo… E io solo ti avrei dovuto lasciare… Avrei dovuto dare retta a quella vipera di tua madre!”

David scosse il capo rassegnato e si alzò docilmente per seguirla a tavola.

La vita a volte ci impone dei bivi, pensava. Destra o sinistra. Il risultato della scelta ci sarà chiaro solo a distanza di anni.

Ma lui avrebbe avuto una nuova occasione.

Sarebbe tornato indietro e…