Pio XII sapeva da anni che fine avrebbero fatto gli ebrei deportati | Kolòt-Voci

Pio XII sapeva da anni che fine avrebbero fatto gli ebrei deportati

Maurizio Ghiretti

La fiction su Pio XII ripropone ancora una volta una disamina sul comportamento storico di questo papa nel periodo più terribile dello sterminio degli ebrei europei. La mia riflessione parte dalla deportazione degli ebrei romani, il 16 ottobre 1943, e ai tentativi infruttuosi per cercare di salvarli.

La deportazione ebbe come cornice generale la disastrosa situazione politica italiana scaturita dall’armistizio dell’8 settembre. A Roma quel 16 ottobre, l’unico centro di potere, non tedesco, forse in grado di aiutarli era il Vaticano. Molti sperarono in un solerte e forte intervento del papa per ottenere la loro liberazione o il concentramento in Italia, ma le speranze andarono deluse. Pio XII sapeva che la deportazione aveva come meta la morte, e sapeva anche, per esperienze precedenti, che un intervento diplomatico non sarebbe servito a nulla. Che cosa gli impedì di compiere un atto più incisivo, una pubblica denuncia, per tentare di salvarli?

A questa domanda si può rispondere che, in primo luogo, lo impedirono le ben note preoccupazioni politico-diplomatiche. Il papa, soprattutto dopo il fallimento dell’offensiva tedesca contro l’Unione Sovietica, era fortemente preoccupato dall’avanzata dell’Armata rossa. La Germania, ai suoi occhi, rappresentava l’unico baluardo contro il principale nemico, il bolscevismo “ateo”. Perciò anche in questa occasione, come in altre, scelse la prudenza per non dare l’impressione ai tedeschi di voler fare qualche cosa contro la Germania. Cercò la via della trattativa ma non fece nulla che potesse portare ad una rottura aperta. In secondo luogo, lo impedirono, come vedremo, gli schemi teologici elaborati dal papa per interpretare la realtà del proprio tempo, ma anche la visione storica complessiva dominante fra gli ecclesiastici sul ruolo negativo svolto dagli ebrei nella società moderna.

Le ragioni politico-diplomatiche che possono aver indotto il papa al silenzio contraddicevano però gli impegni pastorali assunti nel suo primo anno di papato. Infatti, nell’enciclica del 20 ottobre 1939 (la Summi Pontificatus, che può essere considerata un discorso programmatico) Pio XII aveva espresso intendimenti diversi: aveva scritto che il fine fondamentale della sua missione era di testimoniare la verità senza lasciarsi influenzare da considerazioni terrene. Ma quando dodici giorni dopo la Germania aveva aggredito la Polonia il papa aveva scelto la via della «neutralità» e dell’«imparzialità», e perciò, nei mesi seguenti aveva assistito in silenzio alla tragedia dei civili e del clero polacchi caduti vittime di una occupazione spietata e brutale, nonostante le insistenti sollecitazioni dei vescovi polacchi perché facesse una denuncia pubblica.

Pio XII, fin dall’inizio del conflitto, aveva coltivato il sogno, anacronistico, di fare della chiesa un punto di riferimento, di equilibrio, per tutte le nazioni europee; aveva perciò operato per porre fine alla guerra, mantenendosi al di sopra delle parti. A partire da questa scelta i condizionamenti politico-diplomatici non avevano lasciato molto spazio al supremo magistero cattolico di adempiere alla missione di testimone di verità.

Riguardo agli ebrei, già dalla fine del 1941 il papa, i suoi più stretti collaboratori e la segreteria di stato vaticana avevano saputo dei massacri nell’Unione Sovietica invasa, e dall’autunno 1942 erano ormai loro note le modalità delle linee generali della politica di sterminio dell’ebraismo europeo. Pio XII, sollecitato insistentemente da più parti, per non venir meno alla sua missione spirituale, aveva denunciato le uccisioni indiscriminate. La rivelazione pubblica più esplicita dello sterminio di milioni di esseri umani era stata fatta nel radiomessaggio natalizio del 1942 con queste parole: «questo voto [di pace in un ordine nuovo] l’umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragioni di nazionalità e di stirpe, sono destinate alla morte e ad un progressivo deperimento». La trasmissione radiofonica era stata criticata, da più parti, per la sua ambiguità e reticenza. Sei mesi più tardi (2 giugno 1943) di fronte al collegio dei cardinali, Pio XII aveva fatto una nuova allusione allo sterminio. Aveva accennato alla sua compassione per «coloro che hanno vòlto il loro sguardo implorante verso di noi, tormentati come sono, per ragioni della loro nazionalità o stirpe, da sventure gravissime e da sofferenze intense e gravosissime, e destinati, senza propria colpa, a costrizioni sterminatrici».

Nei due messaggi i termini «ebrei» «antisemitismo» o «razza» non apparivano mai, come non appariva una condanna dello sterminio né la denuncia dei responsabili. Le denunce delle atrocità erano sfumate e si confondevano in un unico quadro indistinto, la guerra. L’atteggiamento di paterna imparzialità, tenuto dal papa nei suoi discorsi era astratto, irrealistico, anacronistico, perché non si trattava di dirimere un litigio in cui i torti e le ragioni erano equamente distribuiti, ma di denunciare lo sterminio sistematico di milioni di uomini donne e bambini, che nulla avevano a che fare con la guerra. Ma nell’ottica pacelliana una condanna chiara dello sterminio, una denuncia netta dei responsabili, avrebbero potuto essere strumentalizzate dalla parte avversa. Perciò la Santa Sede, anche per salvaguardare l’imponente rete di assistenza e soccorso da lei attivata, preferì sempre la via della protesta riservata, della trattativa. Il papa era inoltre convinto che una denuncia dettagliata e pubblica avrebbe peggiorato le cose. Lo aveva scritto il 30 aprile 1943 al vescovo di Berlino (von Preysing). Il vescovo aveva chiesto al papa di intercedere a favore degli ebrei berlinesi colpiti da una nuova ondata di deportazioni. Pio XII aveva risposto che lasciava ai singoli vescovi la responsabilità di intervenire in loro favore; consigliava però di agire con cautela «in modo da evitare mali maggiori». «Questa è una delle ragioni», proseguiva il papa, «per cui noi stessi ci limitiamo nelle nostre dichiarazioni».

A questo punto possiamo ben capire perché di fronte alla deportazione degli ebrei romani la Santa Sede si sia limitata ad una protesta non ufficiale fatta dal segretario di stato all’ambasciatore tedesco, con la minaccia, non troppo convinta, che nel caso di nuove razzie il Vaticano avrebbe protestato ufficialmente. Gli arresti «sotto le finestre del papa» però continuarono, ma il Vaticano tacque. Come scrisse l’ambasciatore tedesco (von Weizsäcker): «A detta di tutti, sebbene pressato da più parti, [il papa] non si è lasciato indurre a rendere dichiarazioni manifeste contro l’allontanamento (sic) degli ebrei di Roma».

Che cosa avrebbe potuto dire o fare il papa per salvare un migliaio di ebrei della sua diocesi? Avrebbe potuto dire o fare per loro quel che non aveva detto o fatto prima per alcuni milioni di assassinati?

Le priorità politiche e diplomatiche del pontefice, durante il conflitto, furono più forti di quelle morali. Molti cattolici, compresi numerosi vescovi, cercarono nella suprema guida spirituale e morale un segnale inequivocabile, una direttiva. Trovarono poco o nulla. Dal Vaticano non giunsero messaggi espliciti affinché si salvassero gli ebrei. Molti cattolici, sia laici sia ecclesiastici, però non ebbero bisogno di un incitamento e si mossero autonomamente. Il papa rimase in silenzio ma lasciò che i religiosi e le religiose di Roma si attivassero per aiutare gli ebrei sfuggiti ai tedeschi, anche all’interno delle mura vaticane.

All’origine del comportamento di Pio XII, per quanto riguarda gli ebrei, come ho detto all’inizio, non ci furono però solo considerazioni politico-diplomatiche, ce ne furono anche di ordine teologico. Pio XII non era solamente un uomo di curia e un diplomatico, era anche un uomo di fede che credeva fermamente nell’intervento di D-o nella storia. Dai suoi discorsi si evince che aveva una visione teologica del conflitto in corso. Gli orrori della guerra, attraverso il filtro della teodicéa, apparivano al pontefice come il dispiegarsi della giustizia divina nella storia; un castigo inflitto all’umanità colpevole di essersi allontanata dagli insegnamenti di Gesù e della sua chiesa. E in quest’ottica vedeva anche lo sterminio degli ebrei: essi, come gran parte dell’umanità, erano castigati per le loro colpe. Un castigo terribile ma inappellabile.

Le colpe ebraiche erano state chiarite da La Civiltà Cattolica nei decenni precedenti. In numerosi articoli, di solito letti e approvati dalla segreteria di stato o dai papi stessi, era filtrata chiara l’immagine teologica degli ebrei: un popolo collettivamente colpevole per aver rifiutato la Verità dopo averla vista in volto, ma colpevole anche per essersi sottratto alla giusta condizione cui la giustizia divina per mezzo della sua chiesa lo aveva destinato, nell’attesa della sua conversione finale. In questa prospettiva, gli ebrei, alla vecchia colpa di “deicidio” ne avevano aggiunta una nuova, erano usciti dai ghetti e sottratti alla legislazione discriminante. Doppiamente colpevoli, ora subivano un castigo terribile per mano di spietati nemici. Perciò contro i misfatti atroci che colpivano collettivamente il popolo ebraico era inutile opporsi, ma, come abbiamo visto, i cristiani, secondo coscienza, potevano intervenire nei singoli casi per tentare di salvare i fuggiaschi che la divina provvidenza metteva sul loro cammino.

Non conosciamo le idee personali di Pio XII sugli ebrei e il loro ruolo politico e sociale nella società moderna. Ma conosciamo molto bene la visione dominante negli ambienti della curia romana, della gerarchia cattolica nei vari paesi e nel mondo cattolico in generale. Ma, ancor meglio, conosciamo quelle espresse negli articoli pubblicati dai più accreditati organi di stampa cattolica (dall’Osservatore Romano alla Civiltà Cattolica). Era un’immagine negativa. Gli ebrei erano guardati con sospetto: erano considerati come i portatori delle sfide della modernità, come i nemici della chiesa, sempre più minacciata e vulnerabile. Erano dei «vecchi nemici» (antigiudaismo) e nello stesso tempo erano individuati anche come «nemici nuovi» sul piano sociale, politico, economico (antisemitismo cristiano). Dei nemici nuovi contro i quali alla fine dell’Ottocento aveva profetizzato La Civiltà Cattolica. A proposito della “questione ebraica”, mettendo in guardia gli ebrei, aveva scritto che l’Europa un giorno vi avrebbe posto fine «con una risoluzione definitiva» (C.C., 1890, serie, XIV, vol. VIII, p. 5-20), «perché la strapotenza alla quale il diritto rivoluzionario li ha oggi innalzati, viene scavando loro sotto i piedi un abisso, pari nella profondità all’altezza in cui sono assurti. E se scoppia il turbine che essi in Francia, in Germania, nell’Austria, nella Romania, nell’Italia, con questa loro strapotenza, vengono provocando traboccheranno in un precipizio, che sarà per avventura senza esempio, com’è senza esempio la moderna audacia, colla quale, per mezzo delle sètte massoniche proculcano [calpestano] le nazioni che balordamente li hanno esaltati» (C. C., 1898, serie XVII, vol. I, pp. 273-287).

La chiesa, che fin dall’Ottocento si era impegnata affinché fossero de-emancipati, perché riteneva che fosse l’unico modo per «salvare l’Europa cristiana dalle loro trame», e per mettere loro stessi al riparo dall’ira dei popoli cristiani, negli anni trenta aveva perciò accolto inizialmente con favore le leggi che li volevano separare dai cristiani contribuendo, possibilmente, al parziale ritorno del vecchio ordinamento. Non aveva però approvato la divisione su base razziale e aveva condannato il razzismo biologico propagato in Germania dal socialismo nazionale; non aveva approvato (ma neppure condannato) la violenza di cui erano stati vittime a partire dalla salita al potere di Hitler; anche se, in un primo tempo, aveva preferito considerarla casuale nella speranza di raggiungere l’obiettivo della separazione. Alle soglie della guerra, nella stampa cattolica e nelle dichiarazioni dei vescovi, le polemiche contro gli ebrei e l’ebraismo come ispiratori o fiancheggiatori del liberalismo, della massoneria, del socialismo, del comunismo e dell’ateismo marxista, erano ancora dominanti. Uno dei punti mai messi in discussione dalla Santa Sede fu la necessità di de-emanciparli. Come testimonia un documento del 1943, tale posizione non era cambiata neppure dopo la conoscenza del destino a cui erano condannati gli ebrei. Nell’interregno fra la caduta del fascismo e l’occupazione tedesca, durante i 45 giorni del governo Badoglio, la Santa Sede, saputo che le Comunità ebraiche (a quel tempo israelitiche) italiane avevano chiesto al governo post-fascista di abrogare le leggi razziali, tramite un suo intermediario aveva espresso l’opinione «che non si dovessero abolire integralmente ma modificarle in senso non razzistico: alcuni punti andavano cassati ma molti altri erano «meritevoli di conferma». Le norme che andavano cancellate erano quelle biologiche che colpivano anche gli ebrei cattolici, i catecumeni e la possibilità di celebrare matrimoni misti, ma le altre, quelle che de-emancipavano gli ebrei dovevano essere mantenute. La chiesa non aveva mai accettato l’idea di una società in cui gli ebrei avessero gli stessi diritti dei cristiani: gli ebrei dovevano vivere nella condizione che, a partire dagli insegnamenti di Agostino, essa si era sforzata di mantenere.

Partendo da tali pregiudizi e propensioni, Pio XII e la curia avevano compreso con estrema lentezza la portata del passaggio, operato dai tedeschi, dalla discriminazione giuridica degli ebrei alla loro ghettizzazione, dalle sporadiche violenze allo sterminio sistematico. In fondo, anche tanti altri popoli subivano grandi patimenti. Perché le sofferenze degli ebrei avrebbero dovuto essere considerate diversamente? E perciò, al di là di inconcludenti interventi diplomatici, non si adoperò pubblicamente neppure per salvare quel che restava dell’ebraismo ungherese, nonostante che all’inizio di giugno 1944 le forze alleate, liberando Roma, lo avessero “liberato” dal pericolo tedesco. Con le sue palesi reticenze si trovò comunque in buona compagnia; la stragrande maggioranza dei capi politici, alleati belligeranti o neutrali, per timore dell’antisemitismo dominante nei rispettivi paesi, si espresse a denti stretti o non si espresse affatto sullo sterminio in corso. Perciò sul comportamento di Pio XII come capo politico non c’è molto da criticare, si mantenne nella media.

Diverso è invece il giudizio sul suo comportamento se lo analizziamo alla luce della sua missione spirituale di pastore supremo di milioni di cattolici ai quali avrebbe dovuto testimoniare la verità senza lasciarsi influenzare da considerazioni terrene. Se lo avesse fatto, al di là degli esiti finali della guerra razziale scatenata dai nazisti e dai loro alleati, avrebbe svolto il ruolo del buon sacerdote ricordando ai propri fedeli il comandamento di non uccidere: molti degli assassini degli ebrei erano cattolici, e tra loro vi erano anche dei preti. Ma non lo fece! Per questo molti cattolici lo accusano di aver tradito la sua missione e sono contrari alla sua beatificazione .

Queste furono alcune delle ragioni che contribuirono ad impedire che il papa compisse un atto più incisivo per tentare di salvare almeno gli ebrei della sua città; ma le stesse ragioni, impedirono anche che egli, di fronte allo sterminio, percepisse l’abisso che separava i potenziali altissimi fini della sua missione spirituale espressi nell’enciclica Summi Pontificatus e le concrete sue azioni per attuarli, come testimoniano le parole dell’ambasciatore tedesco: «A detta di tutti, sebbene pressato da più parti, [il papa] non si è lasciato indurre a rendere dichiarazioni manifeste contro l’allontanamento degli ebrei di Roma».