L’interprete di Mengele | Kolòt-Voci

L’interprete di Mengele

La storia dell’uomo che parlava 8 lingue e che ritornò dalla razzia di Roma del 16 ottobre 1943

Giorgia Greco

“….forse noi adulti dovevamo essere puniti per peccati che senz’altro avremo commesso, ma…i bambini, perché? Perché i bambini?” Sono le ultime struggenti parole di Arminio Wachsberger, sopravvissuto ai campi di sterminio di Aushwitz-Birkenau la cui testimonianza giunge a noi grazie alla sensibilità e alla generosità delle figlie Clara e Silvia.

“L’interprete è per la maggior parte la trascrizione dell’intervista realizzata nel 1998 dalla Spielberg Survivors of the Shoah Visual History Foundation, che ha meritoriamente raccolto, filmando, la testimonianza diretta di migliaia di sopravvissuti ancora in vita alla fine degli anni Novanta, tra cui 400 italiani, costruendo un archivio di enorme importanza.”, ma è soprattutto un tassello prezioso nella sua unicità che va a comporre quel vasto mosaico che è la memorialistica sulla Shoah.

Ogni nuovo racconto sull’orrore dei campi di sterminio è un frammento di storia irripetibile che va conservato con cura perché, soprattutto ora che molti sopravvissuti stanno scomparendo, il ricordo di quanto è accaduto rimanga vivo nelle nuove generazioni cui spetta il compito imprescindibile, seppur arduo e difficile, del “passaggio del testimone”.

Quale parola può descrivere ciò che l’uomo ha saputo fare all’uomo?

Arminio Wachsberger ci è riuscito con la sua testimonianza semplice che rivela un animo limpido e buono che si apre con generosità ogni qualvolta può salvare un fratello ebreo dalla morte ma anche un ufficiale nazista che ha dimostrato umanità non tralasciando mai la gratitudine nei confronti di chi, in un modo o nell’altro, si è prodigato per salvargli la vita.

Andando con la memoria a ritroso nel tempo Arminio racconta con delicatezza di toni la sua infanzia a Fiume “un porto dell’Austria-Ungheria che riforniva prevalentemente l’Ungheria di cui rappresentava una sorta di enclave”, attorniato dall’affetto dei genitori e dei fratelli in un clima caratterizzato dalla stretta osservanza ai principi della fede ebraica (“mio padre era molto ortodosso, ma con giudizio, ……un chasid e usava abbigliarsi in modo tradizionale”).

Con entusiasmo ci narra dei suoi studi nella prima yeshivà italiana a Gorizia, della sua passione per l’aviazione e del servizio militare prestato in Aeronautica. Il matrimonio con Regina nel 1937 e la nascita della piccola Claretta nel 1938, eventi gioiosi in qualsiasi famiglia, sono funestati dall’avvento delle leggi razziali che mutano drasticamente le prospettive di vita e di lavoro per gli ebrei italiani. E’ solo grazie alla generosità del dott. Eigenmann, un fervente antifascista al quale porterà eterna gratitudine, che Arminio può cominciare a lavorare per l’Ammonia come “esperto chimico” benché non fosse quella la sua specializzazione!

Ma è il 16 ottobre 1943 a segnare uno spartiacque nella vita di Arminio e della sua famiglia. Alle 5 della mattina due SS si presentano alla porta di casa della famiglia Wachsberger in via Lungotevere Ripa e prelevano tutti gli occupanti anche il piccolo Vittorio, il nipotino di due anni, ospite per quella notte.

Caricati sui camion insieme ad altri ebrei vengono portati presso il Collegio Militare di Via Lungara in una zona quasi centrale di Roma e nel tragitto l’animo buono di Arminio compie il primo di una lunga serie di atti generosi: in un momento di distrazione dei tedeschi getta il piccolo Vittorio fra le braccia della portinaia di uno stabile che, compresa al volo la situazione, prende il piccolo salvandolo dalla deportazione e dalla morte.

Per attenuare la brutalità dei nazisti Arminio che conosceva molte lingue si offre come interprete alleviando in tal modo la sofferenza di tanti ebrei che non capivano cosa dicesse il comandante di quella operazione, un giovane capitano particolarmente crudele di nome Dannecker.

Costretti a salire sui vagoni bestiame “fino a riempirli all’inverosimile” tutti gli ebrei catturati nella razzia del 16 ottobre partono per Auschwitz dove il treno arriva il 22 ottobre dopo un viaggio drammatico, anticamera dell’inferno che li attende nel campo di sterminio.

Mentre la moglie e la figlia vengono subito destinate alle camere a gas Arminio fa la conoscenza del comandante del campo Rudolf Hoess e del responsabile sanitario Josef Mengele ai quali deve nuovamente offrirsi come interprete anche per aiutare i compagni che non comprendono i brutali ordini tedeschi.

Da quel momento inizia una lunga discesa agli inferi dove l’uomo si dimostrerà capace di ogni atrocità nei confronti dei suoi simili, un percorso di dolore, sofferenza e perdita della dignità umana. E nelle parole di Arminio ritroviamo la sofferenza di Primo Levi, Alberto Sed, Shlomo Venezia, Liliana Segre e di tutti gli ebrei che hanno conosciuto l’indicibile ma ai quali il destino ha consentito di tornare da quell’inferno per raccontare ciò che avevano vissuto.

I forni crematori, le selezioni, gli appelli, il freddo atroce, le crudeltà inflitte per divertimento, gli urli (Los, Los!), le terribili marce della morte declinano il racconto di Arminio che senza cedere all’emozione rivela lo strazio del suo cuore quando narra della morte di due cari amici Leonello e Giancarlo Della Seta che fino all’ultimo aveva cercato di salvare!

La liberazione è per il giovane interprete un ritorno alla vita: è il 30 aprile 1945 quando i soldati americani già entrati a Monaco arrivano a Tutzing, sul lago Starnberg, ultima tappa del suo drammatico viaggio.

La disperazione per la perdita della moglie e della piccola Claretta pervade il suo cuore ma nell’animo di Arminio come in quello di molti sopravvissuti comincia a germogliare una tenue speranza nel futuro e anche per colmare il terribile vuoto che si era creato con la morte dei suoi cari dopo qualche tempo conosce una bellissima ragazza ungherese di Sighet, Olga Wiener, anch’ella deportata nei campi di sterminio nel maggio 1944 e unica sopravvissuta della sua famiglia insieme alla sorella.

Dopo il matrimonio Olga e Arminio rimangono a Feldafing fino al 1949. Deciso ad emigrare in America, Arminio che nel frattempo era diventato padre di una bimba alla quale aveva dato il nome della prima figlia morta ad Auschwitz, torna sulla sua decisione ed accetta la proposta del suo vecchio datore di lavoro, il dott. Gino Eigenmann, il quale stava aprendo a Milano un nuovo settore sempre nel campo chimico.

Nelle ultime pagine di questo straordinario libro di memorie Arminio condivide con noi la sorte occorsa ai suoi fratelli e parenti: i matrimoni, le nascite, le morti e in particolare la perdita dolorosissima del nipotino Amos nel 1961 che lo farà precipitare in una profonda depressione.

Nel meraviglioso album fotografico che arricchisce il volume è racchiuso il senso più profondo della vita di Arminio Wachsberger: nonostante il dolore che si percepisce dallo sguardo, nell’immagine che lo ritrae insieme ai figli e ai nipoti c’è la forza della sua grande rivincita. Hitler che voleva sterminare il popolo ebraico ha fallito nel suo intento e ancora una volta la vita ha vinto sulla morte!

Le parole di Arminio, raccolte con rara sensibilità dalle figlie Clara e Silvia, sono una goccia nel mare delle sofferenze umane che è stata la Shoah. Milioni di gocce non possono eliminare del tutto i pregiudizi e l’ignoranza che ancora albergano nella nostra società, ma è dall’ascolto di queste preziose testimonianze che le nuove generazioni possono prendere coscienza del passato e acquisire una migliore consapevolezza del presente e del futuro.

Perché “la Memoria non muoia con noi”.

L’interprete – Arminio Wachsberger

A cura di Clara e Silvia Wachsberger

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