Polemiche festive, ultimo atto: la battaglia dei lulavim e degli etroghim | Kolòt-Voci

Polemiche festive, ultimo atto: la battaglia dei lulavim e degli etroghim

Gianfranco Di Segni

Nelle derashot del ciclo delle feste autunnali di questo anno abbiamo parlato di alcune polemiche sorte fra autorevoli rabbini del recente o antico passato. Per Rosh Hashana abbiamo visto le discussioni intorno al significato del suono dello Shofar; a Kippur abbiamo trattato delle dispute riguardo alla determinazione del calendario. Anche la festa di Sukkot ha dato origine ad aspre polemiche, ma in questo caso i rabbini non sono stati parte in causa e hanno invece svolto un ruolo preventivo e deterrente.

Una delle mitzvot di Sukkot consiste nel tenere in mano durante la preghiera del mattino le quattro specie del Lulav: un ramo di palma, due di salice, tre di mirto e un etrog (cedro). Il problema si pone quando Sukkot capita di Shabbat, perché di sabato non si può trasportare alcunché in luogo pubblico. Per il timore che qualcuno per errore porti il Lulav al Beth Hakeneset (sinagoga), i Maestri del Talmud hanno stabilito che di sabato la mitzvà del Lulav non si mette in pratica.

Prima di questa decisione, però, i Rabbini avevano stabilito diversamente. Insegna la Mishnà nella Massekhet (trattato) Sukkà: “Quando il primo giorno della Festa (di Sukkot) capita di Shabbat, (la vigilia) tutto il popolo porta il proprio Lulav al Beth Hakeneset; l’indomani la gente viene di buon mattino, ognuno riconosce il suo Lulav e lo prende in mano. Questo perché i Saggi hanno detto: Il primo giorno della Festa non si esce d’obbligo con il Lulav dell’amico, mentre i successivi giorni di festa si può uscire d’obbligo con il Lulav dell’amico” (Sukkà cap. 3: 13). La norma per cui non si può compiere la mitzvà se non con il proprio Lulav si ricava dal versetto della Torà che dice “e prenderete per voi” (Vayikrà 23:40), che viene inteso come “dovrete prendere qualcosa di vostro”. Per questo motivo, e per il divieto di portare un oggetto di Shabbat in luogo pubblico, i Maestri invitavano a portare il proprio Lulav al Beth Hakeneset dal giorno prima e a lasciarlo lì in un posto dove lo si potesse ritrovare e riconoscere la mattina dopo.

Questa soluzione era possibile in una sinagoga di dimensioni normali (diciamo come quelle dei nostri giorni), ma al Santuario di Gerusalemme, dove affluivano nelle feste decine e centinaia di migliaia di persone, come si faceva? Era certo impossibile ritrovare il proprio Lulav lasciato lì dal giorno prima. Per questo i Maestri suggerirono una soluzione diversa. Sentiamo cosa dice un’altra mishnà, anch’essa tratta dalla Masskhet Sukkà: “Come si mette in pratica la mitzvà del Lulav? Se il primo giorno di Festa capita di Shabbat, si porta il Lulav (dal giorno prima) nel Monte del Tempio (il Santuario di Gerusalemme), i chazanim (ossia gli shammashim, inservienti) ricevono i Lulavim dalle mani della gente e li sistemano sui banchi, mentre gli anziani li dispongono in una stanza (a loro riservata). E si insegna alla gente a dire: Chiunque riceverà il mio Lulav, glielo do in regalo. L’indomani tutti arrivano di prima mattina e i chazanim lanciano loro i Lulavim; quelli però si picchiano l’uno con l’altro per impossessarsi (del proprio Lulav). Quando il Bet Din (Tribunale) vide che ciò era causa di pericolo, stabilirono che ognuno prendesse il Lulav a casa propria” (Sukkà 4: 4).

Vediamo quindi da questa seconda mishnà che per evitare risse e parapiglia i Rabbini decisero dapprima di soprassedere alla norma che richiede la proprietà del Lulav, insegnando alla gente a regalare preventivamente il proprio Lulav a chi ne venisse in possesso. Visto che neanche questo servì, perché comunque ciascuno preferiva effettuare la mitzvà con il proprio Lulav e non con quello di un altro, decisero di invitare la popolazione a dire la berakhà (benedizione) sul Lulav a casa propria. Successivamente, come abbiamo detto, i Maestri hanno stabilito che non si compia affatto la mitzvà del Lulav quando Sukkot capita di Shabbat, sia che si tratti del primo giorno della Festa che un altro giorno.

Un’altra mishnà della Massekhet Sukkà è alquanto istruttiva sul clima che serpeggiava all’epoca: “La libagione (versamento) dell’acqua come si svolge?… (la mishnà prosegue spiegando i dettagli del rito, per poi affermare:) A colui che esegue il rito gli si dice: ‘Alza le mani’, perché una volta avvenne che un tale versò l’acqua sui propri piedi (in segno di disprezzo) e tutto il popolo lo linciò con gli etroghim” (Sukkà 4: 9). Chi fosse questo tale lo spiega la Ghemarà: “Avvenne un episodio in cui un sadduceo versò l’acqua sui propri piedi e tutto il popolo lo linciò con gli etroghim” (Talmud bavlì, Sukkà 48b). Perché il sadduceo versò l’acqua sui piedi? Il motivo è che la libagione dell’acqua (nissukh ha-mayim) non è comandata esplicitamente nella Torà, a differenza di quella del vino, ma la si impara da una tradizione orale risalente a Mosè stesso (halakhà le-Moshè mi-Sinai) che si basa su alcune particolarità testuali di Bemidbar (Numeri) cap. 29. I sadducei, come è noto, non davano peso alla Torà orale ma solo a quella scritta. Non effettuare la libagione dell’acqua era quindi un modo per prendersi beffe dei Rabbini della corrente dei perushim, che sono coloro, è bene ricordarlo, che hanno assicurato la continuazione della tradizione orale per mezzo della Mishnà e del Talmud.

Anche Giuseppe Flavio riferisce un episodio analogo (probabilmente lo stesso di cui parla il Talmud). Così scrive riguardo al re Alessandro Janneo, della dinastia dei Chashmonaim: “Quando il suo popolo si rivoltò contro Alessandro durante la celebrazione di una festività, mentre egli stava a lato dell’altare ed era in procinto di offrire il sacrificio, gli lanciarono contro dei cedri: è costume dei Giudei che nella festività dei Tabernacoli ognuno porti tirsi intrecciati con rami di palma e cedro; aggiunsero insulti rinfacciandogli di essere di condizione servile e quindi indegno di mantenere quell’ufficio e di offrire sacrifici; egli, rabbioso per tutto questo, ne uccise circa seimila…” (Antichità Giudaiche, libro XIII, a cura di L. Moraldi, UTET pp. 826 e sgg.; vedi anche La Guerra Giudaica, Libro I, 4, a cura di G. Vitucci, Mondadori, pp. 37 e sgg.; in entrambi i testi sono riportate le immani crudeltà messe in atto da Alessandro Janneo nei confronti dei propri connazionali e in particolare contro i farisei).

Credo che da questi passi citati dal Talmud (e da Giuseppe Flavio) possiamo trarre degli insegnamenti importanti. I Maestri del Talmud cercano di prevenire, piuttosto che intervenire a cose fatte. Questo vale per l’osservanza della legge (si porta il Lulav al tempio il giorno prima, così da evitare di trasgredire il divieto di trasportare; successivamente, per evitare che qualcuno per errore trasporti comunque il Lulav di Shabbat, è stato vietato del tutto il suo uso in questo giorno). Ma i Maestri vogliono anche evitare che si arrivi alle risse e al mettere a repentaglio l’incolumità pubblica. Per questo invitarono i fedeli che si recavano al Santuario di Gerusalemme a usare il Lulav a casa propria, piuttosto che accapigliarsi nel Tempio; ugualmente, obbligarono il Kohen che eseguiva la libagione dell’acqua ad alzare le braccia durante il rito, in modo da evitare sommosse popolari con conseguenze nefaste per l’intera popolazione.

Tornando ai giorni nostri, impariamo da ciò, prima di tutto, che le discussioni e le polemiche sono accettabili solo fino a che non si supera il limite del contatto fisico. Si possono avere idee diverse sull’osservanza della legge, sullo Shabbat, la kashrut o i ghiyurim, ma non si può arrivare allo scontro e agli spintoni, o peggio. Ed è compito dei Maestri adoperarsi per far sì che ciò non succeda, prevenendo più che reprimendo.

Puntate precedenti: Polemiche atto I; Polemiche atto II.

Dalla derashà tenuta il primo giorno di Sukkot 5771 all’Oratorio Di Castro di via Balbo, Roma