Nascere ebreo in un paese arabo | Kolòt-Voci

Nascere ebreo in un paese arabo

Tra memoria e storia – Nascere ebreo in un paese arabo

David Meghnagi[1]

Segna con una traccia rossa la prima pagina del libro, perché la ferita al suo inizio è invisibile (Edmond Jabes,  Il Libro delle interrogazioni)

1. Il pogrom del 1945 tra memoria e storia.

Parlare dei pogrom del novembre ’45 e del giugno ’48 era un tabù. Sul terrazzo soprastante la casa in cui abitavo c’era una scritta in gesso bianco: “novembre 1945, giorno della chomata”. Con questo termine due miei fratelli avevano dato un nome al massacro (pra’oth) di oltre trecento persone (secondo i calcoli ufficiali: 167 persone): decine di corpi mutilati, sinagoghe bruciate e profanate, rotoli della Torah calpestati, fatti a pezzi e bruciati, donne incinte, cui era stato squarciato il ventre, bambini con la testa spaccata contro le pareti[2].

Il ricordo di quegli eventi era avvolto in famiglia da un sentimento cupo.  Tutto era avvolto nel mistero: il ricordo vivo della tragedia, come quello della resistenza e del grande esodo che aveva coinvolto la quasi totalità degli ebrei di Libia. Non si poteva parlarne, né chiedere e quando i più anziani lo facevano era con mezzi termini ed io avevo  appreso a riconoscere il significato di certe perifrasi, di certe allusioni, quando il discorso cadeva sul ‘45 e sul ’48.

Al pensiero di quel che era accaduto e avrebbe potuto ripetersi, cercavo con la fantasia di contrapporne altri, di segno opposto, che alleviassero l’angoscia. Cercavo con l’immaginazione le tracce di un’altra storia, dell’autodifesa ebraica che nel ‘45 respinse la folla omicida all’ingresso della Hara (il quartiere ebraico) e nel ’48 arrivò preparata al nuovo tragico appuntamento.

Avrò avuto tre o quattro anni quando fingevo di essere occupato con i miei giochi per meglio ascoltare i discorsi degli adulti e capire il perché dei funerali al buio, con il coprifuoco, lungo un percorso protetto da un cordone di truppe armate che prima non erano intervenute e ora impedivano ai parenti di poter seguire i loro cari verso l’ ultima dimora. Tra i molti indizi che potei cogliere era la fossa comune in una zona appartata del cimitero dove era stata eretta una grande tomba in memoria del signor Fellah Mushi (Moshe). Da ragazzo vi sostavo spesso in preghiera.

Sulla parete del salone d’ingresso di casa, mio padre teneva bene in vista la foto di Muni el Gabbay: un uomo forte, morto in giovane età, che aveva avuto un ruolo di primo piano nella difesa del quartiere ebraico nel ‘45. I suoi lunghi mustacchi estendevano un alone di protezione su tutti noi. A Tripoli lo si ricordava con orgoglio, anche se quando era stato in carcere  pochi si erano preoccupati del fatto che la madre non aveva denaro a sufficienza per preparare il pasto sabbatico. Mia madre ce lo ripeteva spesso con dolore. L’idea che Muni fosse imparentato con mio padre mi dava sicurezza.

Mio padre teneva in casa anche una foto di Napoleone. Sosteneva contro ogni evidenza che fosse ebreo. Non c’era verso di fargli cambiare opinione e solo molti anni dopo ci riuscii.  Secondo  la sua interpretazione Napoleone non lo diceva per non aumentare l’invidia contro il popolo ebraico. Del resto, diceva, non avevano fatto i marrani in Spagna per sfuggire all’inquisizione e per aiutare i loro fratelli più sfortunati? Quando agli indizi, bastava scomporre in ebraico la parola Napoleone per trovare una spiegazione. In ebraico nophel vuol dire cadere. Come ho scoperto molti anni dopo, anche ad un genio come Freud poteva con argomentazioni analoghe, compiere operazioni spericolate e arbitrarie ricostruzioni col nome di Massena per via del’assonanza con l’ebraico Menashè. In seguito Freud si ricredette e in una nota aggiunta all’edizione del 1930 della Traumedutung mise in dubbio l’origine ebraica del maresciallo napoleonico[3]. E’ curioso perché in quegli stessi anni maturava l’idea di scrivere un saggio in cui affermava l’origine egizia di Mosè. Pur nella consapevolezza di non essere in possesso di elementi certi a sostegno della sua bizzarra tesi,a parte il nome e altri indizi secondari,  Freud affermò addirittura che di Mosè dovevano essercene in realtà due: uno egizio di nobile origine e seguace del culto di Aton, e uno ebreo seguace di un culto vulcanico che il testo biblico avrebbe poi riunito in una sola persona. Freud non si preoccupò dispiegare al lettore come mai il primo fosse un nobile egizio per via del nome, anche se non unicamente, mentre il secondo potesse essere ebreo pur avendo un nome egizio.

Messosi a capo di un popolo di schiavi, cui aveva trasmesso importanti verità del  culto monoteistico di Aton (in realtà si trattava di un culto enoteista), il Mosè egizio sarebbe poi stato assassinato nel corso di una rivolta. Starebbero qui, secondo Freud, il segreto archetipico delle caratteristiche culturali e religiose dell’ebraismo, il profondo senso di colpa depressiva che lo attraversa dalle origini, l’arcano delle sue vette morali e delle sue tragiche peripezie. A differenza degli altri popoli, gli ebrei hanno assunto sulle spalle la colpa delle origini per via archetipica o mediante un insegnamento segreto trasmesso per secoli, di cui il fondatore della psicoanalisi, da ateo conclamato, si considerava in realtà l’erede e il continuatore[4].

Dopo il grande esodo del 1948-’51, da trentasei – quarantamila, che eravamo, eravamo ridotti a  poco più di quattromila, di cui la metà circa con passaporto straniero. Come sempre a partire per primi erano i più poveri, coloro che avevano perduto ogni avere, e in primo luogo la speranza di tornare alle loro case e nei villaggi, se vivevano all’interno del paese. Ma anche tra quanti erano rimasti, più di un quarto, nei primi anni di vita dello stato libico, era nullatenente. Seppure ridotta di nove decimi la presenza ebraica continuava a costituire un problema. Con l’ascesa del panarabismo e l’acuirsi delle crisi mediorientali era solo una questione di tempo.

Da ragazzo anche una partita di pallacanestro poteva far precipitare i precari equilibri con gli arabi. La tifoseria araba non accettava di perdere se a giocare contro era una squadra composta da ebrei, o da italiani. Anche per noi ragazzi era così. Talvolta bisognava trovare una onorevole via di uscita tra sassate reciproche. Ma che ciò potesse accadere  allo stadio, conferiva al nostro sport un aspetto caricaturale.[5]

L’estraniazione dalla vita pubblica del paese era una condizione di sicurezza, la più elementare delle precauzioni. Se anche l’avessimo voluto, non avremmo mai potuto identificarci coi simboli della nuova nazione. Potevamo dirci libici, ma non arabi né mussulmani, e in fondo era questo  che più contava nella definizione dell’appartenenza nazionale. Avevo dieci anni e provavo una solidarietà spontanea per la lotta del popolo algerino: non esitavo a recarmi nei luoghi in cui venivano allestite mostre fotografiche a sostegno di questa causa.  Ma la solidarietà che mi aveva spinto a quell’età a  visitare quelle mostre incontrò un limite angoscioso di fronte alla prospettiva di dover aggiungere un nuovo stato alla lunga lista di quelli che praticavano il boicottaggio contro Israele. Se anche l’avessi dimenticato, c’era la folla dei manifestanti a ricordarmelo: alle invettive antifrancesi, infatti, seguivano di regola quelle contro Israele.

Le nostre condizioni di vita miglioravano, la scoperta del petrolio portava nel paese con sé ricchezza e abbondanza. I poveri della comunità si erano ridotti a quaranta famiglie. La presenza ebraica nel tessuto sociale ed economico della città di Tripoli era corposa e il cambiamento di status era scandito dal trasferimento dei nuclei famigliari  verso i quartieri nuovi. Ma insieme al miglioramento delle condizioni di vita crescevano anche l’incertezza e l’insicurezza. Falsa e illusoria era la sicurezza di chi vantava conoscenze altolocate e aveva il dubbio privilegio di poter presenziare a qualche cerimonia ufficiale. La classe politica a cui si affidava la tutela della nostra incerta posizione, era essa stessa condannata dai cambiamenti storici e dai mutati equilibri politici che avevano contribuito a renderci stranieri nel nostro stesso paese. La marea montante di un antimperialismo xenofobo che ci identificava col “nemico della nazione araba”, l’ostilità di una nuova borghesia e di un’intellighenzia emergenti, erano un fosco presagio …

L’impatto del mondo arabo con il colonialismo europeo aveva rappresentato per gli ebrei una possibilità nuova di emancipazione da una condizione secolare di oppressione e subordinazione. Si trattava però di un processo carico di conflitti con la società araba, che lo aveva subito dall’esterno e non generato attraverso una  trasformazione interna. L’immagine che il nazionalismo arabo aveva di sé era di tipo organico; là dove prima c’era l’umma islamica (“la comunità dei fedeli”), subentrava ora la nazione araba da cui gli ebrei erano esclusi…

2. Il grande esodo

La politica coloniale italiana verso gli ebrei di Libia era stata sin dagli inizi contraddittoria, divisa tra opzioni politiche incompatibili che potevano andare dal desiderio iniziale di una rapida integrazione dell’elemento ebraico, in funzione della strategia italiana nel Mediterraneo, alla preoccupazione di non urtare la suscettibilità della popolazione araba. Per non parlare della necessità di fronteggiare il sostegno britannico alla resistenza del movimento senussita in Cirenaica.

Per gli ebrei di Libia fu un vero e proprio trauma vedere frustare nelle pubbliche piazze i pochi che avevano osato sfidare l’ordine delle autorità coloniali di tenere aperti i battenti dei loro negozi il giorno di sabato. Le frustate sulla pubblica piazza erano la fine di un sogno, il preludio di nuove tragedie e sofferenze.

La decisione del governatore Italo Balbo rientrava in una politica di italianizzazione forzata di usi e costumi in vigore nel paese.  Costretti ad aprire i battenti dei loro negozi, erano in molti a fare di tutto per rendere più difficile l’acquisto delle loro merci, alzando i prezzi. Due anni dopo, con le “Leggi razziali”, anche per gli ebrei di Libia, da un giorno all’altro, fu fatto divieto di frequentare le scuole pubbliche, far parte dell’amministrazione e salire sui mezzi pubblici.

Nella memoria collettiva quelle pubbliche frustate facevano più male dell’espulsione dalle scuole. L’allontanamento dalle scuole, per quanto doloroso, riportava la comunità al suo status ante, sottraendola ad un processo  di assimilazione forzata che la esponeva a forti lacerazioni. Le frustate nella pubblica piazza, con la folla araba che applaudiva, costituivano una ferita insopportabile, rompevano un fragile e delicato equilibrio fatto di relazioni cariche di ambiguità fra i diversi gruppi religiosi ed etnici. Segnavano la fine di un mondo, in cui gli italiani erano apparsi come protettori; gettando il seme dell’odio contribuivano a creare l’idea che l’ostilità manifesta contro gli ebrei era lecita. Se da un giorno all’altro un ebreo poteva essere umiliato pubblicamente, allora tutto sarebbe potuto diventare possibile.

Poi arrivarono i divieti di utilizzare i mezzi pubblici e le spedizioni fasciste contro la popolazione del quartiere ebraico, e con lo scoppio della guerra i lavori forzati e,  per gli ebrei della Cirenaica, il tragico internamento di  Giado con centinaia di morti per tifo che per lunghi decenni costituì nella memoria collettiva un vero e proprio rimosso. I pericoli nuovi facevano dimenticare quelli vecchi, lo sconvolgimento violento delle condizioni di vita quotidiana lasciava sullo sfondo il dolore degli eventi precedenti.

Con l’arrivo delle forze britanniche nel gennaio del ’43, la comunità sembrò potersi gettare alle spalle l’incubo delle deportazioni e dei bombardamenti, del lavoro coatto e delle rappresaglie (in Cirenaica per via della naturale simpatia verso l’avanzata degli eserciti alleati). Le voci sugli stermini nazisti non erano ancora giunte nel paese (furono circa trecento i deportati con passaporto britannico), anche se per precauzione non mancava chi evitava di fare uso di sapone per timore che fosse fatto con grasso umano.  Gli ebrei libici con passaporto inglese erano stati deportati in Germania. Chi aveva il passaporto francese cercò rifugio in Tunisia e Marocco dove le cose non andavano meglio. Una grande sinagoga in cui la gente, presa dal panico, si era rifugiata in preghiera  fu colpita da un violento bombardamento. Non fu più ricostruita perché nel frattempo gli ebrei erano in gran parte emigrati. Dalla terrazza di Sla El Kebira[6], nelle festività di Rosh Hashanah e Kippur, potevo vederne l’interno devastato. Era straziante.

Se ad El Alamein l’offensiva dell’Asse avesse prevalso, la distruzione avrebbe colpito anche l’Ishuv[7]. Insieme all’ebraismo europeo sarebbe perito anche il sogno di riscatto di chi aveva trovato in tempo rifugio nella Terra dei padri. Le camere a gas mobili sperimentate durante l’avanzata nei territori dell’Europa orientale erano già pronte ad Atene, sempre che i nazionalisti arabi non avessero fatto prima.

L’incontro coi soldati dell’Yishuv incorporati nell’Ottava armata britannica, la sinagoga affollata di soldati ebrei, che parlavano ebraico, generarono entusiasmo. Le associazioni ebraiche di ispirazione sionista riprendevano le loro attività. Dal Maccabi al Ben Yehudah, agli Scout degli Zofim, all’organizzazione giovanile Hechalutz, era tutto un pullulare di iniziative colme di speranze.

In realtà il ritorno dei vecchi quadri locali del nazionalismo arabo e l’arrivo al seguito delle truppe di occupazione britannica di personale arabo importato, i red fez siriani, palestinesi e soprattutto egiziani, non di rado inquadrati nei servizi ausiliari di polizia, creava una situazione carica di pericoli. L’interruzione dei flussi economici dall’Italia, la siccità e poi lo straripamento dei torrenti locali costituivano lo sfondo di questo nuovo scenario. Alla notizia dei disordini antiebraici al Cairo e ad Alessandria, gruppi di arabi avevano segnato di gesso i negozi e le abitazioni degli ebrei. Fu l’inizio di un sanguinoso pogrom che colse impreparata la popolazione ebraica. L’esercito britannico intervenne solo tre giorni dopo, quando il peggio era accaduto e la popolazione araba era stata indotta dall’ambiguo comportamento della polizia, a pensare che il pogrom fosse stato non solo tollerato, ma autorizzato.

Dopo la farsa delle cerimonie di riconciliazione arrivarono le intimidazioni per evitare che la mancata adesione della minoranza ebraica al movimento indipendentista libico potesse offrire il pretesto alla potenza mandataria britannica di ritardare l’indipendenza del paese, oppure, come chiedevano le organizzazioni ebraiche americane, costituire la base per la richiesta di precise garanzie, a tutela delle minoranze, da incorporare nella costituzione del nuovo stato.

La tensione raggiunse di nuovo l’apice tre anni dopo, con l’afflusso di centinaia e poi di migliaia di arabi del Nord Africa francese, diretti verso est, per unirsi agli eserciti arabi nella guerra contro il nascente Stato di Israele. Ma questa volta la popolazione ebraica non fu colta impreparata, e le perdite arabe furono ben più numerose.

Armati di olio bollente riversato dall’alto delle mura su chi cercava di forzare l’ingresso nel quartiere ebraico, di coltelli e pietre, qualche pistola e delle bombe, gruppi di ragazzi e ragazze, che erano stati clandestinamente addestrati in vista del nuovo confronto, avevano apertamente affrontato e respinto gli aggressori.

L’intervento dell’esercito ristabilì prontamente l’ordine. Ma ormai ogni equilibrio si era rotto. Una fiume di gente disperata si era riversata a Tripoli da ogni luogo e non voleva più fare ritorno alle proprie case. Gli sfollati dormivano per strada, nei vicoli e nei cortili delle sinagoghe. Per chi non aveva più casa, la nascita di Israele era il sogno di un riscatto. Chi possedeva qualcosa la svendeva, per pochi soldi si liquidava tutto. Il dolore era il segno dei tempi, il parto di un’era nuova, il tempo messianico con le sue doglie era alle porte (“Chevléi Mashiach”).

Le paure più antiche e la speranza si erano incontrati, un’attesa spasmodica si era impadronita dei cuori. Nascevano canti in cui si chiedeva al mare di essere amico con chi era clandestinamente partito su imbarcazioni di fortuna, “acquistato” passaggi su mercantili e pescherecci raggiunti a nuoto[8]. Per molti i beni più preziosi erano una coperta e qualche pentola di alluminio, un po’ d’olio messo da parte, un micio o un cagnolino da cui non ci si voleva separare, il libro di preghiere e dei semi di gerani e di zafferano da piantare nella terra dei padri. Il profumo di quei gerani ha contribuito a rendere meno lancinante la separazione dai luoghi di nascita, più famigliari i luoghi mitici del ritorno, più contenibile lo scarto tra le promesse di riscatto e la dura realtà della vita negli anni Cinquanta e Sessanta in Israele, nelle tendopoli di Beit Lid, di Tel Litvinski, di Mahaneh Israel, e nelle ma’abaroth della nascente cittadina di Bat Yam. Serve oggi come mezzo secolo fa a profumare il caffè e a benedire l’arrivo dello Shabbath.

3. Una migrazione interiore

Dopo la proclamazione dell’indipendenza chi tra gli ebrei aveva diritto di voto, si guardava bene dall’esercitarlo. Per timore anche la concessione di un contributo per coprire le spese necessarie ad un gruppo di anziani e malati, senza parenti e possibilità di lavoro, in procinto di partire per Israele, veniva negata dalla comunità.

La chiusura del circolo Maccabi, con l’accusa di attività sovversiva, era considerata una triste necessità. Ci si consolava se dopo la sospensione del servizio postale con Israele, restava almeno la possibilità di ricevere delle notizie tramite amici e conoscenti che vivevano in Italia. Negli anni seguenti con una serie di provvedimenti (1960-61) ai “non libici”, persone fisiche e giuridiche, venne tolto il diritto di acquistare beni immobili, fu vietato agli agenti di commercio (fra gli ebrei circa quattrocento) di avere più di dieci rappresentanze ciascuno e venne applicato per solidarietà con la lotta di indipendenza algerina il boicottaggio dei prodotti francesi.

Si trattava di disposizioni di legge che colpivano tutti gli stranieri residenti nel paese. Ma il loro carattere discriminatorio risultava evidente nelle indicazioni non scritte che i notai e gli uffici giudiziari locali ricevevano per impedire, indipendentemente dal possesso o meno della cittadinanza libica, ogni presenza ebraica nelle attività connesse all’industria petrolifera e all’acquisto di immobili.

Agli ebrei era precluso l’impiego nell’amministrazione pubblica, occorreva un prestanome arabo per svolgere attività produttive e per acquistare terra. Ad un certo momento le stesse istituzioni comunitarie, coi loro beni, vennero poste sotto controllo cautelare (dicembre 1958) e i beni degli ebrei che avevano lasciato il paese nel grande esodo, di fatto confiscati e messi sotto “custodia” (marzo ’61).

Le autorità non si accontentavano di censire i beni delle persone partite. Volevano sapere anche dove risiedessero. Nel timore, mio padre aveva pensato di distruggere ogni traccia dei contatti con i nostri parenti, le carte dovevano essere bruciate e disperse attraverso le fognature del bagno. Passammo un’intera notte a bruciare le lettere e le foto dei nostri parenti in Israele, cartoline di auguri che avevamo conservato come beni preziosi, profumi di un passato, promesse di un futuro diverso che mi accompagnavano come sirene ogni qual volta le navi annunciavano la loro partenza dal porto. Il suono della sirena di una nave in procinto di salpare mi riporta tuttora indietro nel tempo, ai sogni della mia infanzia, alle angosce e alle speranze di una vita diversa e felice, libera e gioiosa…

Sognavo di trovarmi in una delle tante navi che lasciavano il porto. Sostavo per lunghe ore sul lungomare immaginando il giorno in cui avrei lasciato per sempre il mio paese per ricongiungermi con chi era partito prima che io nascessi, con chi mi aveva tenuto in braccio quando ero  bambino. La casa in cui abitavamo non era distante dal porto e quando mia madre udiva quel suono la sentivo  ripetere fra sé a bassa voce: “Ah ya Rabbì al ‘ali smma’na has Al Maschiah”, “Oh Signore Onnipotente, facci sentire la voce del Messia. In silenzio univo alla sua la mia invocazione.

La nostra vecchia Hara, con le sue case fatiscenti dove non era più tanto sicuro circolare, era ai miei occhi più interessante della città nuova coi suoi grandi viali e giardini. Cercavo le tracce di una storia che mi era stata carpita e tenevo viva la speranza di un futuro diverso. Il pianto di mia madre che seguiva regolarmente il canto durante i preparativi dello Shabbath, aveva un che di straziante. In Israele avremmo ritrovato la pienezza perduta e nell’attesa cercavo nei vicoli del quartiere ebraico le tracce di una vita che mi era stata rubata.

I vicoli con le loro vecchie case di preghiera si coloravano di sogno, erano più belle della Palazzina reale. Quando vi sostavo in preghiera era come se i nonni che non avevo conosciuto e gli angeli che li avevano accompagnati proteggendoli nel lungo viaggio di ritorno alla terra dei padri verso la terra dei padri, fossero accanto a me e io con loro.  Era il mio segreto che non confidavo a nessuno.

Il sabato passavo da una sinagoga all’altra in cerca di una sapienza di altri tempi, talora entravo il mattino per uscirne dopo il tramonto, facendo una piccola pausa per il pranzo. Ma spesso il pomeriggio  del Sabato andavo fino a tarda ora in una sinagoga  dove aveva studiato mio nonno, per studiare a mia volta il Talmud.

Amavo le sinagoghe nei giorni di festa, piene di bambini gioiosi, la festa di Shavuoth in cui si preparavano profumi di rose ed estratti di fior d’arancio, in cui si offrivano latte di mandorla e bocca di dama, facendo a gara a chi recitava meglio il commento aramaico del Cantico dei Cantici. Un canto dicevano i mistici è come una brocca, un canto rompe la brocca, un canto ricompone l’infranto e libera le scintille rimaste intrappolate dopo la Rottura dei Vasi divini (Shevirath Hakelim). Quel canto mi accompagna ancora come in sogno. E da lì forse ha preso avvio la decisione di incidere  i pezzi più belli per salvarli dall’oblio[9].

Un Keter riuscito nella Tefillah di Musaf di Kippur era un evento  oggetto di commenti per  settimane, che celebrava il trionfo di chi possedeva una bella voce (nella mia famiglia erano in tanti a contendersi questa parte).  A quattordici anni ero un chazan molto apprezzato.  Grande fu la mia gioia quando il mio insegnante di liceo non ebreo, molto rispettoso delle  mie assenze a scuola nel giorno di sabato, venne in sinagoga per assistere ad un mio’Arvith[10]. Insieme al Sig. Haliffi e poi con l’aiuto del rag. Lillo Arbib, avevamo creato un coro liturgico di oltre cento persone, composto da ragazzi e ragazze. Per mesi avevamo svolto il servizio nella sinagoga nuova di Beth El; i preparativi si svolgevano in sinagoga tre sere a settimana. L’idea che le donne fossero ammesse a cantare nel rito sabbatico era per alcuni di uno scandalo, anche se la separazione fra maschi e femmine era garantita e le donne cantavano dal matroneo.  A Tripoli però non c’era un Beth Din che potesse vietarlo e le  critiche venivano tacitate dall’accoglienza positiva che l’iniziativa incontrava. La sinagoga era stracolma e per la prima volta le donne vi affluivano in massa al pari degli uomini, anche se non si trattava di Rosh Hashanah e Kippur. Chi non veniva con anticipo, rischiava di dover restare in piedi, o peggio di rimane fuori.

Mi sarebbe piaciuto nascere una o due generazioni prima. Avrei potuto incontrare dei veri maestri con cui studiare il Talmud e lo Zohar. Sapevo tutto del Purim Shoshan, della storia di Ester, di Mordekhai e dell’empio Haman. Ma se chiedevo notizie sulle origini dei nostri Purim Qatan, il Purim Sherif e Purim Burgul, che affettuosamente chiamavamo Burim G’dabuni (Purim finto), per distinguerli dal vero Purim, che ne forniva il modello secondo schemi consolidati di resignificazione della più ampia vicenda storica della diaspora – pochi erano in grado di illuminarmi  veramente. Potevo al più apprendere dai più anziani che in tempi remoti, qualche generazione addietro, gli ebrei avevano corso un grande pericolo, ma la mano divina li aveva salvati e per questo si faceva festa. In quanto alla storia, intesa nel suo significato moderno, se ne aveva una nozione alquanto vaga.

Volevo apprendere l’ebraico e poiché non era possibile continuare gli studi oltre le prime classi elementari, mi decisi a tradurre la Bibbia. Non avendo una grammatica, mi servivo di quella araba; trattandosi di lingue semite, dovevano avere molto in comune. Quanto al vocabolario non ce n’era bisogno: bastava la traduzione del ‘600 a opera del Diodati[11], di cui ero venuto in possesso. In seguito mi vennero in aiuto la traduzione del Pentateuco e delle Haftaroth della Comunità ebraica italiana che potevo consultare in sinagoga ai margini della preghiera chiedendola in prestito ai pochi che ne possedevano una copia. Della versione ebraica imparavo a memoria, ta’amim compresi, interi brani di Devarim (Parole/Deuteronomio), Tehillim (Salmi) e Neviim (Profeti), che poi provvedevo a confrontare con la versione italiana di cui controllavo la fedeltà con l’aiuto di un rabbino cultore di Qabbalah.

Per passare da una lingua all’altra avevo elaborato un mio  personale sistema. Mi ero accorto che talora bastava modificare la s in sh, la b in v per ritrovare le stesse parole. Dall’arabo shamsi (nel nostro dialetto sams, “sole”) si poteva passare all’ebraico shemesh; da ‘abd, (“servo”) a eved, da f’al, (“meriti”) a mif’al “(impresa”, “stabilimento”). Non avendo un vocabolario avevo cominciato compiere gli stessi viaggi linguistici con l’aramaico: dall’ebraico barukh (“benedetto”) passavo a berikh, da shem (“nome”) a sheme. Il gioco si poteva fare con l’italiano e l’inglese. Con molte parole era sufficiente aggiungere un suffisso finale. Come ho poi scoperto non ero solo in questi giochi linguistici. Un musicista siriano conosciuto molti anni dopo a Roma, aveva fatto lo stesso per passare dall’inglese all’italiano e viceversa: inauguration uguale inaugurazione;  situation uguale situazione….

Senza saperlo riscoprivo il lavoro fatto nel Medioevo dai grammatici ebrei sulla lingua ebraica a partire dall’arabo, con quello di Chomski sulla grammatica trasformazionale. Che tale possibilità contrastasse la credenza  che Adamo ed Eva parlassero in ebraico, e che prima della confusione delle lingue il genere umano parlasse la stessa lingua e che questa lingua fosse quella della Bibbia, non costituiva un problema. Idee e sistemi così diversi, potevano convivere in me con altre  astuserie, come quella raccontatami da un autorevole cultore di qabbalah pratica secondo cui osservando l’ombra di un uomo era possibile sapere quanti anni avesse ancora da vivere.

I miei giochi linguistici erano una vera e propria oasi. Potevano occuparmi intere giornate. Vi celebravo un mio personale trionfo: attraversare dall’interno i mondi in cui ero cresciuto, le culture in cui mi andavo formando. In questo mio mondo le persone non si odiavano se parlavano una lingua diversa e non professavano la stessa religione. Le loro differenze erano una ricchezza da scambiare. Mi ritrovavo fra me a fare la fantasia di un campo comune dove i ragazzi potevano giocare insieme, tornando ciascuno a casa propria. Ognuno aveva la sua dimora, luogo di culto, abitudini e credenze. I campi da gioco erano però in comune. Reagivo così all’assurdo che  un bambino ebreo, non appena individuato, venisse allontanato dal campo di gioco appartenente a una chiesa. Erano queste le regole. Ciascun gruppo aveva il suo spazio, anche se poi a scuola si frequentava la stessa classe. Personalmente avevo organizzato un paio di squadre, che guidavo io stesso, composte da ebrei, arabi e cristiani. Giocava chi era più bravo. Durante una partita con la squadra di una parrocchia, il prete interruppe il gioco: sentendo parlare in dialetto, ordinò ai ragazzi ebrei di allontanarsi. A un mio cenno uscimmo tutti, ebrei, mussulmani e cristiani, anche i giocatori della squadra avversaria. Davo per scontato che dovesse andare così e così andò, fuori da ogni retorica vittimistica.

In un microcosmo, dove tutti erano al corrente di tutto, gli scambi e i doni non erano privi di competizione.  La socializzazione cui era sottoposta la moglie dello sposo poteva essere un’esperienza particolarmente pesante e dolorosa. La famiglia veniva prima del singolo e lo status del singolo discendeva da quella della famiglia. A meno di non essere un grande studioso di Torah, il che spalancava le porte ad riconsiderazione di status e di prestigio. Mirando a mantenere o a migliorare il proprio status personale, ad affermare o ad accelerare un’ascesa sociale, a rafforzare una rete di relazioni, il matrimonio si inscriveva in queste strategie sociali e permetteva nello stesso tempo di valutarne l’efficacia. In una comunità ridotta a poche migliaia di persone tutto questo aveva un che di soffocante.

Un celibato prolungato era segno di qualcosa che non andava, una specie di tara, fisica o di altra natura, che si ripercuoteva duramente sull’intera famiglia. Per venire ai miei ricordi di infanzia, che si collocano in un periodo successivo, quando un giovane incontrava una conoscente di famiglia, la domanda di turno era: “Quand’è che ti sposi?”. Non si trattava solo di una domanda perché nel frattempo la stessa persona aveva magari segnalato ai genitori del ragazzo o della ragazza una possibile combinazione matrimoniale. Per i maschi, ma ancor più per le femmine, che si affacciavano ad un modo di vivere più occidentale, la domanda assillante poteva assumere tratti da incubo diurno. Per non sentirsi ripetere la domanda, bisognava stare alla larga da certe persone, ma non era facile visto che c’era sempre una qualche ragione per incontrarsi: una nascita, una maggiorità religiosa o un matrimonio.

Il matrimonio assicurava il ricambio delle generazioni, la perpetuazione del cognome e dei nomi, perciò i genitori avevano la precedenza. Ancora oggi nel quartiere romano di Piazza Bologna, dove è in larga parte concentrata la comunità ebraica giunta da Tripoli dopo il pogrom del 1967, è possibile incontrare tra i più anziani persone  che reagiscono con stupore se vengono a sapere che un ragazzo non porta il nome di uno dei nonni.

La Kashruth era rispettata, ma cresceva il numero delle persone che non si vergognava più di farsi vedere in auto di Shabbath. Salvo uno o due “ribelli”, i negozi degli ebrei restavano chiusi il sabato. I cristiani chiudevano la domenica. Le autorità libiche imposero per tutti il venerdì pomeriggio. I matrimoni avvenivano nella quasi totalità all’interno del rispettivo gruppo religioso di appartenenza e in genere tra persone che avevano lo stesso status sociale. Grande era lo scandalo se avveniva il contrario.

L’uso della lingua italiana era un segno distintivo di status, che ci separava ulteriormente dal paese in cui eravamo nati. Nella cerchia delle persone di cultura europea il nostro dialetto era svalutato. Chi frequentava il prestigioso liceo italiano faceva di tutto per mostrarsi più “italiano” degli italiani nella proprietà del linguaggio. A scuola eravamo tra i più bravi e talora non senza dispetto, si prendeva atto che avessimo mediamente voti più alti degli studenti di madre lingua italiana. In un’occasione che non dimenticherò mai, un alto funzionario d’ambasciata giunse improvvisamente in ispezione e ci interrogò a lungo. L’idea ce l’ambasciatore o chi per lui ci facesse questo grande onore ci riempiva d’orgoglio ed eravamo contenti di rispondere alle domande che ci erano fatte. Solo vent’anni dopo venni a sapere che l’ispezione nasceva dalla volontà di verificare se i voti che avevamo corrispondevano alla realtà.

La nostra bella erre era una shibboleth e a scuola non mancava chi faceva di tutto per nasconderla, sperando di rendere meno visibile la sua differenza. Non mancava chi pateticamente la pronunciava alla francese.

Nel nostro dialetto potevo declinare una parola italiana come se fosse araba, al contrario potevo coniugare un verbo arabo come se fosse italiano. Era un’oasi dove un ebreo poteva sentirsi italiano e maltese, greco e arabo, continuando ad essere ebreo. Era una grande ricchezza interiore, non tutti lo sapevano. In dialetto ero libero di collocare i pronomi italiani in fondo alle parole arabe e viceversa. Potevo passare da un codice linguistico all’altro, modificare la strutture della frase a seconda della persona e con lo stesso interlocutore in circostanze diverse. Potevo chiedere: “Chif halk?” e sentir rispondere in tre modi differenti: “Hali bai Hamdu L’lla” (Sto bene ringraziamo Dio),  “Hali buono ringraziamo Dio”; “Sto bene”, “Baruch Hashem[12].

Le grammatiche araba e italiana potevano combinarsi indifferentemente con quella inglese. Passare da un codice linguistico all’altro era come viaggiare attraverso continenti e culture diverse. Le lettere e le parole del nostro dialetto, la loro combinazione rivelavano il nostro percorso geografico e culturale, le differenze esistenti all’interno di una stessa famiglia, le diverse province psichiche che entravano in contatto fra loro. Le lettere e le parole scelte erano mondi attraverso cui passare velocemente, le combinazioni linguistiche rivelavano la nostra storia culturale, i suoi drammi interni; mostravano in sincronia i mutamenti a cui eravamo andati incontro, la direzione che prendeva la nostra vita di fronte a forze storiche che non controllavamo e che avevano contribuito a segnare il nostro destino rendendoci stranieri nel nostro paese; indicavano la nostra sospensione tra una incerta europeizzazione e un rifiuto che si respirava nell’aria.

Nella proposizione “Ringraziamo Dio”, l’obbligo di ringraziare sempre Dio avveniva in una nuova lingua, che era già indice di un passaggio culturale verso nuovi codici linguistici e modelli comportamentali. Nella versione ebraica Barukh ’Shem (più esattamente Baruch Ha-Shem) ci si attiene alla regola aurea di non pronunciare mai il Nome invano. Hamdu L’lla ci portava nel cuore del mondo islamico. Trent’anni dopo le stesse persone incontrandosi a Roma, a New York o a Tel Aviv, potevano riformulare diversamente la stessa frase, magari inserendo un termine inglese al posto di uno italiano, una parola ebraica al posto di una araba. Come del resto ho potuto constatare ascoltando le seguenti esclamazioni gioiose di due donne di Tripoli che si erano riviste a New York dopo quasi quarant’anni: “Eise surprise ‘amlcili, Sono veramente frhana to meet you!“.

Le due donne avevano lasciato Tripoli agli inizi degli anni Cinquanta, ricostruendo le loro vite negli Stati Uniti e in Israele. Le esclamazioni erano metafora di un lungo percorso nel tempo e nello spazio. La parola eize stava ad indicare la rinascita di una lingua e la riconquista di una vita nazionale indipendente. Surprise (in inglese “sorpresa”) indicava il lungo viaggio culturale e le trasformazioni a cui era andato il suo mondo interno con l’uso anche parziale di una quarta lingua, l’inglese che si veniva ad aggiungere al dialetto arabo, all’italiano e all’ebraico moderno. Amlcili (dall’arabo amltili, “mi hai fatto”) era la conservazione di un intero mondo, le cui tonalità affettive sopravvivevano nell’accento stesso del dialetto ebraico più antico. Era l’indicazione che qualcosa di prezioso, che aveva reso possibile la conservazione dell’integrità psichica delle persone, era rimasto intatto. Per parafrasare il grande poeta russo Esenin, qualcosa era rimasto intatto perché tutto potesse cambiare. “Sono veramente” era una traccia del profondo segno che la cultura italiana aveva lasciato negli ebrei di Libia.  La parola frhana (in arabo, “contenta”) esprimeva la gioia del ritrovamento nella lingua di riferimento più antica. L’inglese to meet you era altamente evocativo perché utilizzava la lingua del luogo in cui l’incontro avveniva. Magari le stesse persone incontrandosi a Roma o a Tel Aviv, avrebbero potuto formulare la stessa frase diversamente modificando la frase “sono veramente frhana to meet you” in “sono veramente frhana di vederti” oppure “sono veramente frhana l’ir’ot otach”.

Nella Qabbalah il mondo del Pleroma  è descritto come una complessa rete linguistica per mezzo della quale la Divinità si manifesta. Si tratta di una vera e propria teoria del funzionamento psichico, che prefigura le grandi costruzioni psicologiche del Novecento, e ben si adatta a rappresentare l’immagine del nostro percorso. Ogni parola utilizzata può essere considerata alla stregua di una Sefirah, dove è misteriosamente racchiuso un prezioso segreto, un enigma da decifrare, la traccia di un percorso, tanti mondi con una loro storia. L’apogeo di questo intreccio di mondi e di culture lo si raggiunge, quando si parlano tre o quattro lingue assieme, passando da una lingua all’altra con la stessa persona, o con diverse persone, a seconda dell’argomento trattato.  Queste Sefiroth sono all’opera anche quando si sogna, a seconda del sogno, del luogo in cui viene collocato, delle parti psichiche che sono in gioco. E’ il frutto duraturo di un passato doloroso di spostamenti e sradicamenti. A darcene un mirabile esempio è la Traumdeutung nel sogno della porta romana di Siena con la coppia Geseres/Auf Ungeseres a cui segue nella catena associativa del sogno che aveva fatto Freud, l’evocazione del Salmo 137, “Sui fiumi di Babilonia”[13].

La scoperta del petrolio ed il benessere crescente che ne derivò parve in un primo momento stabilizzare la monarchia e le vecchie élite al potere. Nel clima di relativa tranquillità e ottimismo dei primi anni Sessanta, il diritto alla cittadinanza degli ebrei libici era stato di nuovo riconosciuto grazie alla petizione di un gruppo di autorevoli esponenti della comunità, in possesso della cittadinanza di uno Stato europeo, accompagnata da una serie di passi delle organizzazioni ebraiche americane presso le Nazioni Unite. Ma si trattava solo di un gesto parziale che limitava il rilascio dei passaporti solo a chi viaggiava per motivi di salute, o per affari, con la precisa condizione che uno dei componenti del nucleo familiare restasse di fatto in ostaggio. In ogni caso le autorità si erano guardate bene dal raccogliere la richiesta della comunità di poter tornare ad amministrare direttamente le proprie istituzioni religiose e di beneficenza, e l’autorizzazione a ricostituire il tribunale rabbinico facendo venire dall’estero un rabbino capo, e gli insegnanti e i libri di testo necessari a far funzionare le scuole ebraiche.

Il consolidamento della monarchia era in realtà apparente. La corruzione dilagante, i privilegi, lo spreco accrescevano la distanza tra la classe al potere e le aspirazioni che percorrevano i ceti mercantili emergenti, l’intellighenzia nazionalista e i quadri più giovani dell’esercito guadagnati dall’ideologia nasseriana e panaraba. Un esempio del mutato clima furono i gravi disordini seguiti alla mancata partecipazione del re Idrìs al summit panarabo del ’64. Agitando lo spettro del “complotto sionista”, il nazionalismo arabo coagulava le frustrazioni della plebe con gli interessi dei ceti economici emergenti. L’odio contro l’ebreo era diventato parte di uno scontro più ampio per il rovesciamento delle vecchie élite arabe al potere, accusate di complicità con il colonialismo europeo.

Poderose forze storiche all’opera da decenni avevano segnato il nostro destino rendendoci stranieri nel nostro paese. Soggetto ad una forte erosione del consenso interno, esposto all’accusa di tenere per sé le grandi ricchezze della nazione araba, anno dopo anno il regime senussita allineava la propria legislazione antiebraica a quella dei regimi arabi più radicali. Il nome di Israele fu cancellato dalle mappe sulle pareti delle classi scolastiche, ogni  riferimento era eliminato dai giornali in lingua straniera, fosse anche un articolo relativo alla partita Israele – Italia per la qualificazione ai mondiali del Cile. Giorno dopo giorno cresceva l’elenco delle imprese con cui era vietato avere alcun tipo di rapporto in quanto intrattenevano relazioni commerciali con Israele. Nonostante le proteste dell’Unesco, la scuola dell’Alliance Israélite Universelle, chiuse i suoi battenti. La possibilità di appellarsi alla protezione delle persone più altolocate per far fronte ai nuovi sviluppi, di far leva sull’inefficienza dell’amministrazione statale e sulla corruzione del regime per mettere al sicuro all’estero una parte dei propri averi (soprattutto per chi era in possesso di una cittadinanza straniera), fu motivo di nuovo odio, rendendo più insidiosa l’agitazione dei gruppi più ferocemente nazionalisti e apertamente xenofobi, per i quali ogni ebreo che emigrava era un potenziale soldato in più per Israele e ogni moneta esportata un regalo in più all’entità sionista. Gli ebrei più benestanti erano obbligati a versare somme ad una causa, quella dell’OLP di Shukeiri, il cui scopo dichiarato era la distruzione dello Stato di Israele. Nella finale dei mondiali di calcio del ’66, la gioventù nazionalista tifava Germania contro l’Inghilterra, non solo perché a  dominare in larga parte del mondo arabo erano stati gli inglesi, ma per un motivo macabro che era meglio allontanare dalla propria mente.

4.  Frattura nel tempo e ritrovamento dell’oggetto

Dei seimila trecento ebrei ufficialmente residenti in Libia nel 1967 (il numero reale era inferiore perché la comunità si guardava bene dal cancellare dal registro dei suoi iscritti chi era emigrato con la scusa di un viaggio “turistico”), trecento vivevano a Bengasi. Esclusi dalle attività connesse alla lavorazione e trasformazione del petrolio, gli ebrei avevano trovato ampia compensazione (con un cambiamento vistoso nelle condizioni generali di vita dell’intera comunità) nel commercio e in numerose attività di rappresentanza con l’estero. In meno di sei anni il numero della popolazione ebraica povera, valutato nel ’57 alla metà circa di coloro che non possedevano un passaporto straniero, era sceso a non più di quaranta nuclei famigliari.

Il crescente benessere era ampiamente visibile nel numero crescente di giovani ebrei che si iscrivevano al prestigioso “Liceo Dante Alighieri”; nella fuga dal vecchio quartiere ebraico, ormai abitato in prevalenza da arabi, verso i quartieri della città nuova; nell’intensificazione dell’uso della lingua italiana in sostituzione di quella araba (al contrario nella gioventù araba più colta era in atto un processo inverso, di sostituzione nell’uso quotidiano del dialetto arabo con la lingua classica). Le proliferanti  barriere linguistiche facevano da sfondo ad un mutato scenario carico di tensioni e conflitti che sarebbero venuti a galla nelle settimane precedenti lo scoppio della guerra del giugno 1967.

Le prime avvisaglie di un nuovo pogrom erano cominciate il venerdì 2 giugno, quando  gli ulema  avevano cominciato a proclamare la guerra santa dalle moschee e a tenere sermoni in tal senso alla radio. Quasi contemporaneamente veniva indetta per il 5 giugno una settimana di propaganda in favore della causa palestinese. Il governo dichiarava a nome del re che il paese era  “in stato di guerra difensiva” e si poneva a piena disposizione per la liberazione della Palestina. Le radio accese a tutto spiano in ogni luogo proclamavano l’imminente distruzione di Israele e dei suoi abitanti. Presa dal panico la direzione della comunità ebraica inviava al re un  telegramma di solidarietà, in cui si sottolineava la posizione di neutralità e la fedeltà alla sua persona. Nel chiuso delle sinagoghe veniva proclamato un digiuno, nelle case si accendevano i lumi Rabbì Meir e a Bar Yochai.  Più di ogni altra cosa mi terrorizzava la prospettiva di una violenza generalizzata contro le donne e gli anziani. L’immagine del pogrom era in me attenuata solo dall’angoscia prodotta dall’immagine degli eserciti arabi che accerchiavano lo Stato ebraico. Lo spirito del sacrificio si era impossessato delle mie fibre più interne. Avevo perso qualsiasi interesse per la mia personale sopravvivenza. Dormivo armato di coltello pensando a come vendere cara la pelle. Passarono molti anni prima che ritrovassi il piacere di vivere per me e non solo per gli altri.

Tel Aviv distava pochi chilometri dal fronte orientale, il confine a Gerusalemme era costituito da un reticolato. Nel buio e nel silenzio della notte mi chiedevo cosa sarebbe accaduto se a colpire per primi fossero stati gli eserciti arabi. Il timore più grande era che potessero fare violenza ai miei genitori e a mia sorella. Alla notizia dello scoppio della guerra, il 5 giugno ’67, la folla esultò per le strade. Radio Cairo annunciava la distruzione di Tel Aviv e Haifa. Sapevamo che erano notizie false a cui la propaganda araba ci aveva abituati, ma la paura era grande. Dai balconi della sede dell’OLP arrivano appelli alla guerra santa.

Nell’attesa silenziosa e interminabile che i famigliari e i vicini tutti facessero rientro a casa, mi chiedevo angosciato cosa avremmo dovuto fare se la folla avesse tentato ora di forzare il portone di ingresso del palazzo in cui abitavamo. Mio fratello Isaac era riuscito a fuggire da una finestra interna, quando l’ufficio era già in fiamme. Come nel ’45 e nel ’48 gruppi di giovani avevano segnato di gesso le case e i negozi degli ebrei.

Solo con difficoltà, dopo aver proclamato lo stato di emergenza ed il coprifuoco, le autorità erano riuscite a riprendere il controllo della situazione. Il momento critico fu giovedì 8 giugno, quando la polizia dovette fronteggiare una marcia su Tripoli dei contadini di una vicina località (Zawia) che aveva fornito la più alta percentuale di volontari libici alla guerra contro Israele. Armati di bastoni e coltelli intendevano ripulire di ogni presenza straniera ed ebraica la città. La congiunzione delle due proteste doveva segnare l’inizio di una sollevazione generale che avrebbe dovuto coinvolgere, nelle intenzioni degli organizzatori, importanti settori dell’esercito. Le cose andarono per fortuna diversamente. Gli ebrei che vivevano ancora nell’antico quartiere furono evacuati e trasportati a centinaia, insieme ad altri fatti affluire dai quartieri della città nuova, nei posti di polizia, nelle caserme e del campo di Gurgi alla periferia della città.

Nei giorni seguenti le notizie degli scontri avvenuti alla periferia della città tra la polizia e i rivoltosi si erano mescolate al terrore panico che l’aviazione israeliana si accingesse a bombardare il paese. Nella fantasia collettiva Israele era adesso onnipotente, i suoi soldati potevano arrivare ovunque per ripagare con la stessa moneta le efferatezze compiute contro degli ebrei indifesi. L’isteria collettiva era favorita dalla notizia che gli israeliani erano entrati nello spazio aereo egiziano da ovest e non da est come ci si attendeva. Il timore di subire la sorte che avevano preconizzato per gli ebrei si era trasformata in terrore panico. Gli israeliani potevano arrivare da un momento all’altro e vendicare i loro fratelli ebrei.

Dalle tapparelle chiuse delle finestre di casa non si capiva ma era possibile vedere gruppi di auto e di moto cariche di sacchi di farina in fuga. L’attività economica era totalmente paralizzata, la gente che alcuni giorni prima esultava, vagava inebetita. Cessati erano gli abbracci sotto la sede dell’Olp tra i giovani volontari per il fronte, vicino a camion carichi di masserizie, il tè incluso, per una gita di morte. L’esaltazione parossistica aveva lasciato il posto alla disperazione più cupa. Il silenzio era rotto di notte dai passi pesanti dei militari che montavano la guardia alle nostre abitazioni. I camion della polizia si avvicendavano per le strade deserte.

Chiusi nelle nostre case, passavamo interminabili giornate davanti al televisore della famiglia Buaron. Non vi era nulla che indicasse un possibile ritorno alla situazione precedente. Non avevamo notizia  dei nostri parenti e di mio fratello Simon, emigrato sette anni prima in Israele. Ci chiedevamo cosa fare se l’esercito o la polizia fossero venuti a prelevarci per il campo di Gurgi[14], come metterci al riparo da una trappola. L’idea era di guadagnare tempo, dire se necessario che eravamo in contatto con il vicino comando di polizia, chiedere ai capi della comunità in possesso di un passaporto straniero di informare le loro ambasciate e le autorità generali di polizia e dello stato di ogni possibile sviluppo. Mia madre era ossessionata dal pensiero che la polizia potesse fare con noi quello che avevano fatto i nazisti. Chi poteva garantirci che i militari, dopo averci caricato su dei camion con la prospettiva di portarci in un luogo sicuro, non decidessero poi di ucciderci. Come darle torto?  Avevamo bisogno di garanzie, ma a chi chiederle? Mia madre non si dava pace. Col sostegno di mio fratello Yakob,  incitava noi tutti a rifiutarci di seguire la polizia nel caso ce lo avesse chiesto. A chi le chiedeva che fare in tal caso, ripeteva che bisognava in ogni caso guadagnare tempo, far capire che non eravamo isolati, che avevamo amici nel comando di polizia, che la nostra situazione era seguita all’esterno, che altri si informavano su di noi. Mio fratello che aveva assunto  la direzione della situazione, sosteneva che bisognasse  incrociare eventuali richieste con telefonate al comando di polizia e agli amici in possesso di un passaporto straniero con la richiesta di chiedere precisazioni presso le rispettive ambasciate. Avevano ragione.  Come avremmo saputo in seguito, con quella tecnica un gruppo di soldati aveva prelevato e trucidato le famiglie Raccah e Luzon, che abitavano nella nostra stessa via[15].

Tra inquilini e rifugiati eravamo in cinquantadue. Dividevamo il cibo procurato da mia madre per il tramite di una famiglia di mussulmani di colore che in cambio ricevevano piccole somme in denaro. Per non creare sospetti tra i vicini arabi e palestinesi, dopo aver fatto la spesa, chiamavano mia madre col nome della loro figlia più piccola, Aisà. Come noi altre famiglie avevano incontrato in quei giorni la solidarietà dei vicini cristiani e mussulmani. Il giorno della partenza la mamma di ‘Aisà aveva chiesto  perdono per il peccato commesso di fronte a Dio. Non l’ho dimenticato.

Potevamo dirci fortunati. Abitavamo non molto distanti dal comando centrale di polizia. La sera ci riunivamo tutti in una casa per ascoltare insieme le ultime notizie dalla viva voce di Arrigo Levi. Passata la grande paura, c’era chi scaricava la tensione accumulata mimando l’ultimo discorso di Nasser, in cui si annunciavano le dimissioni, e lo scambio di telefonate fra re Hussein ed il rais egiziano, intercettate dai servizi segreti israeliani. Maliziosamente qualcuno sorrideva di un uomo anziano risposato da poco, che si faceva il bagno tutte le sere prima di appartarsi nelle proprie stanze. Un altro si faceva preparare dalla moglie dei biscotti a forma di stella di David, che portava festosamente al collo. Una sicurezza nuova aveva trovato posto nei cuori. In molte case si concepivano nuove vite. Alla vista sul video dei soldati di Israele che pregavano al muro occidentale la commozione era alta. Ma un assillo non mi dava pace: pensavo a chi non era più e mi chiedevo semmai avrei rivisto vivo mio fratello. Le immagini sul video si avvicendavano. Una donna palestinese guardava col figlio il ponte Allenby. “Poveretti” esclama una bimba fra noi. “Poveretti mrd” (poveretti un accidente) le fa eco un altro. “Se fosse andata diversamente, per noi era finita”. Ne nasce una discussione. Levatasi dalle nostre case indifese, la voce smarrita di quella colomba era la conferma che la piccola sorella invocata ogni anno all’arrivo di Rosh Hashanah (il capodanno ebraico), immagine della Shekhinah, il “grembo di Dio, ci  aveva accompagnato nel nostro esilio.

I giorni passavano e noi restavamo rinchiusi nelle nostre case. In una casa c’era il

telefono che squillava. Il più delle volte erano telefonate minatorie che mettevano a dura prova i nostri nervi. Un giovane ebreo che aveva commesso l’imprudenza di riaprire i battenti della sua macelleria per portare la carne a degli amici, fu ucciso a coltellate. Una giovane si era messa il velo arabo per procurarsi del pane, ma tradita dal suo accento venne  uccisa sul posto. Chi era in possesso di un passaporto straniero aveva già lasciato la città. Per noi tutto era più complicato: avevamo bisogno di un visto di uscita e di un paese disposto almeno a farci transitare per Israele. Un paese c’era: l’Italia. Alla fine dopo lunghe trattative internazionali, il governo libico aveva deciso di offrire un visto turistico di tre mesi agli ebrei che ne avessero fatto richiesta. Avrei dovuto essere felice. Quel momento lo avevo accarezzato e sognato per anni. Ma ora che si avvicinava quel momento ero pieno di amarezza. Non sapevo chi dei miei amici fosse ancora vivo, la sera del cinque giugno le fiamme erano salite molto in alto sull’antico quartiere ebraico. Se uno di noi era preso dalla tristezza, vi era sempre qualcuno che lo incoraggiava benevolmente. Se qualcuno aveva telefonato a dei colleghi di lavoro arabi per salutarli, ricevendo in cambio ingiurie e minacce di morte, c’era chi rideva di crepacuore per l’ingenuità e l’inconfessata opera di seduzione esercitata da  un mondo nel contempo amato e odiato.

Durante i preparativi dalla tasca di mia madre cadde un calzino. Era di mio fratello che aveva lasciato il paese sette anni prima. Quante volte eravamo stati richiesti di dare una spiegazione per quell’assenza, alle autorità e ai vicini arabi. Mia madre non si era mai separata da quel calzino. Lo teneva segretamente fra le tasche come un amuleto. Mio fratello era al fronte e non sapevo se aveva fatto ritorno. Vedendo quella scena mi sono detto “Signore fa’ che sia vivo!”.

Il giorno della partenza c’era una jeep della polizia ad attenderci. Era mattino presto, l’aria era fresca per la brezza marina, presto avrebbe fatto un caldo afoso. Il poliziotto armato di mitra non vedeva l’ora di liberarsi dall’ingrato incarico. Mi sentivo solo coi miei bagagli. Il sogno di lasciare per sempre il mio paese si stava per avverare, ma non era così che avevo immaginato la mia partenza. Fu lì che cominciai a maturare l’idea che il racconto biblico dell’Esodo, fosse stato in realtà abbellito. La fuga con le azzime era stata la vera realtà che il testo biblico ha conservato con molta evidenza. Le piaghe che colpirono l’Egitto erano invece esistite  nella fantasia di chi si era salvato fuggendo. Fu lì che cominciai a guardare in una nuova luce “La cantica del mare”  e a rappresentarmi il nemico che annega non come un evento accaduto realmente: le schiere egizie che soccombevano nelle acque erano dei fantasmi persecutori che potevamo lasciarci per sempre alle spalle. Nella solitudine di quegli attimi, mentre confusamente cercavo di dare ordine ai miei pensieri, visi passare un amico italo maltese. Uno sguardo carico di parole e un saluto rapido. Ci dicemmo “ciao”, come se nulla fosse accaduto.

Per molti anni dopo avrei vissuto come se l’esperienza della mia infanzia fosse appartenuta al passato più remoto. Un grande spartiacque divideva la mia vita. Il prima e il dopo erano fra loro irriducibili, anche se erano passati pochi anni. Una frattura nel tempo. Ho poi scoperto occupandomi del problema da un punto di vista professionale, che il mio sentire rispondeva ad uno schema. Nel mio dolore non ero solo. Decine di migliaia di ebrei che avevano forzatamente lasciato i paesi arabi ne condividevano la struttura.

Gli attori dei ricordi potevano avere trascorso l’infanzia, la giovinezza, alcuni la maggior parte della vita a mille e più chilometri di distanza dai luoghi in cui vivevano attualmente – Roma, Parigi, New York, Londra e Tel Aviv.  Ma lo schema non cambiava. La frattura coinvolgeva il tempo e lo spazio e solo a distanza di molti anni,  con le generazioni che non hanno conosciuto direttamente quel passato, i legami hanno cominciato timidamente a riannodarsi, rinnovando l’interesse per i luoghi e le abitudini.

Impegnato a sostegno del dialogo e per una composizione politica e pacifica del conflitto mediorientale, l’idea di un ritorno al mio paese natale, anche per una breve visita, non mi sfiorò mai.  Non c’era più nulla che mi legasse a quel passato. Mi ritenevo fortunato perché da quell’inferno ero uscito vivo. Il legame tra le generazioni non si era spezzato, i figli hanno potuto conoscere i nonni, la gente ha potuto ricrearsi una vita libera in luoghi più ospitali. Tuttavia  vi è pur sempre qualcosa di inquietante nel ritenersi fortunati perché altri hanno avuto un destino inenarrabile.  Ma le emozioni possono sciogliersi nell’incontro con i profumi dell’infanzia, nell’attesa a uno scalo aereo. Sul tabellone che indicava i voli in partenza, due scritte ben distinte (Roma-Tel Aviv, Roma-Tripoli) mi apparvero come sovrapposte. Mi sembrava che un luogo portasse all’altro e da uno si potesse tornare all’altro, come in sogno potevo essere lì, qui e altrove.

La mia Tripoli aveva viaggiato con me, era parte del mio mondo onirico insieme ai ritmi della musica orientale, così ricca ed espressiva, ai canti d’amore e a quelli liturgici che udivo in casa da bambino per la Birkhat levanà; alla nostalgia che provo quando penso agli amici perduti, all’intensità dei profumi del mio paese natale e alla sua brezza marina, alle fantasie che facevo guardando le navi in partenza immaginandomi a bordo. E al piacere che provavo nel passare dall’arabo all’ebraico e dall’ebraico all’arabo, nel comporre un tema in italiano come se fosse latino col risultato di scrivere in modo illeggibile; sino a quando un mio insegnante di liceo, che aveva compreso il problema, mi disse: “Perché non imiti la prosa degli illuministi francesi. Loro scrivevano in modo chiaro, il tuo italiano ne uscirebbe arricchito e migliorato”. Il cambiamento fu notevole e i risultati non tardarono a venire. Per molto tempo ancora per scrivere in italiano mi ispirai  agli scrittori francesi del Settecento, sino a quando non trovai il modo di distillare e sciogliere in me la dolce melodia delle lingue in cui ero cresciuto. La mia coscienza vigile poteva cedere ad una piacevole fantasia…


[1] La versione integrale del presente saggio  è apparsa col titolo Microstoria e grande storia (Nascere ebreo in un paese arabo” in “Ebraismo” (a cura di D. Bidussa), Einaudi, 2008.

[2] Sulla storia degli ebrei di Libia cfr. R. De Felice, Ebrei in un paese arabo. Gli ebrei nella Libia contemporanea tra colonialismo, nazionalismo arabo e sionismo (1885- 1970), Il Mulino, Bologna, 1978; L. Carpi, La condizione giuridica degli ebrei nel Regno Unito di Libia, in “Rivista di studi politici internazionali”, 1963, pp. 87 e sgg. Sugli usi ed i costumi cfr. M. Cohen,  Gli ebrei di Libia, Firenze, Giuntina, con una postfazione di D. Meghnagi, Firenze, Giuntina; F. Zuarez, A Guetta, Z. Shaked, G. Arbib, F. Tayar (a cura di), Yahaduth Luv,  Tel Aviv, 1960.  H.E. Goldberg, Ecologic and Demographic Aspects of Rural Tripolitanian Jewry: 1853-1943, in “International Journal of Middle East Studies”, 1971, pp. 245 e sgg.;   Sui pogrom  del ’45 e del ’48 cfr. Habib, Z., I tumulti anti ebraici in Tripolitania 4,5,6 e 7 novembre 1945, relazione aggiornata al 31 dicembre 1945, in “Archivio dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane”, fascicolo “Fatti di Tripoli”; Id., Due relazioni sul pogrom del 12-13 giugno 1948, ibid.; Ortona, M.,  Il pogrom dimenticato, in “Diario”, a. II, n. 35, 10-16 settembre 1997, pp. 14-22. H. E. Goldberg, H. E.,  Rites and riots: the Tripolitanian pogrom of 1945, in “Plural Societes”, primavera 1977, pp. 35 e sgg.; per gli echi della stampa cfr. Nerazzini, A., Sui giornali del 1945,  in “Diario”, a II, n. 35, 10-16 settembre 1997,   p. 23; sul pogrom del 1967 cfr. L. Arbib, L., The antisemitic riots in Lybia of June 5-th, luglio 1967, in “Archivio dell’American Jewish Committee”, Parigi; D. Meghnagi; Un ragazzo nel pogrom: giugno 1967, in La cultura sefardita, numero speciale in tre volumi de la “Rassegna mensile di Israel”, a cura di D. Meghnagi, E. Levi e G. Fubini, vol. I, “L’area e la storia”, gennaio-aprile 1983, pp. 323-331; Id.,  “Tra memoria e storia: essere ebreo in un paese arabo”, in D. Bidussa, E. Collotti Pischel e R. Scardi (a cura di) Identità e storia degli ebrei, Milano, F. Angeli, 2000, pp. 237-253.

[3] Cfr. S. Freud, L’interpretazione dei sogni, in Opere Sigmund Freud, vol. III, Torino, Boringhieri, 1966,   p. 187.  E’ curioso perché in quegli anni, per via dell’origine egizia del nome di Mosè, Freud svilupperà la tesi secondo cui Mosè era un principe egizio. Cfr. Cfr. S. Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica: tre saggi, in Opere  Sigmund Freud, vol. XI, Torino, Boringhieri, 1979,  pp. 329-453.

[4] D. Meghnagi (1992), Il padre e la legge (Freud e l’ebraismo), Marsilio, Venezia, nuova edizione 2004.

[5] In un torneo estivo al Lido nuovo i Basketer capitanati da mio fratello Simon,  dovettero abbandonare in fuga il campo di gioco in un torneo estivo,  senza nemmeno potersi cambiare. Le risse  scoppiavano tra le tifoserie arabe. Ma quando giocava una squadra ebraica, cattolica, o straniera, la xenofobia riprendeva il sopravvento. Per una regola non scritta le nostre squadre del cuore non potevano vincere il torneo, nemmeno se confluivano in un circolo arabo, optando per la formula mista, come accadde per legge nel biennio 1959-60, e come avvenne per l’Aurora. Una partita del campionato di pallacanestro tra l’Aurora ebraica, che aveva nel frattempo cambiato nome in Ahlì, e inserito d’obbligo nella sua rosa diversi giocatori mussulmani, e l’Ittihad, fu arbitrariamente prolungata per essere poi sospesa a causa dell’oscurità.

[6] La Grande Sinagoga di Tripoli.

[7] L’insediamento ebraico di matrice sionista nella Palestina del Mandato britannico, da cui ha in seguito preso corpo lo Stato d’Israele.

[8] Uno di questi esordiva con le parole Mahla hassafra ba’d al ‘id amcia l’bhar ic’nna, “Bella è la partenza dopo le festività (primaverili), quando il mare si calma”. Un altro canto a sfondo sociale esordiva con la parole Li ‘andu mliunin ma’mscisc l’lbalestin, imscilà kan al mskin, iqs al lim ui’esh sinior (“Chi possiede due milioni non andrà in Palestina, ci andrà il povero che taglierà arance vivendo come un signore”).

[9] Un primo esito di questo progetto è la  raccolta di  Shiru Shir. Cfr.  D. Meghnagi, Shiru Shir, Roma Europa Ricerca, 2006.

[10] Con immenso piacere ho ritrovato la stessa scena nei ricordi pubblicati dal mio professore di Liceo mezzo secolo dopo. “La comunità è acculturata, parla diverse lingue, l’italiano è di casa. […]. Nelle mie classi, sia al liceo che alla media, una buona parte degli allievi è di razza ebraica, molti con passaporto italiano, altri francese, specie quelli provenienti dalla Tunisia. Sono tra i migliori, dotati di viva intelligenza e di determinazione nello studio. È la loro arma segreta per dimostrare una superiore formazione culturale contro la discriminazione di cui sono continuamente oggetto.  […]. Un eccellente allievo del liceo, David Meghnagi, mi ha invitato un venerdì alla celebrazione del rito nel tempio dove avrebbe officiato come aiuto rabbino. Sono andato per gentilezza, ma anche perché interessato alla conoscenza. Ho messo quindi anch’io sul capo la kippà. David esercitava il suo ministero con aria rapita,come trasfigurato dal tipo conosciuto a scuola allegro e scanzonato autore di motti di spirito. […]. La mattina del lunedì è tutto un brusio di simpatia tra gli alunni per la mia partecipazione, che però, penso, non farebbe piacere alle autorità libiche che mi hanno concesso il visto di entrata. Sono venuto ad insegnare nelle scuole italiane e non dovrei fare cose sgradite al governo locale. Ma non mi dispiace essermi fatto vincere dal dovere della cortesia e dalla curiosità intellettuale per le varie confessioni religiose, i loro riti e luoghi sacri: chiese,templi, sinagoghe e moschee comprese.” A. Proia, Impressioni di viaggio ( 1955-2002), Latina,  Caramanica, 2006, 42.

[11] La Sacra Bibbia ossia L’Antico e il Nuovo Testamento tradotti da Giovanni Diodati, traduzione di G. Diodati, Lucchese 1576-1649, stampato a cura della Società biblica britannica e foresteria,  Roma, Libreria Sacre Scritture, 1981.

[12] La domanda Chif halk (come stai) e la risposta Hamdu l’llah (ringraziamo Dio) sono in arabo. Le parole Hali bai (sto bene) sono in dialetto arabo tripolino. La combinazione dell’arabo hali (la mia condizione) con l’italiano buono era l’indicazione di un percorso culturale, di un cambiamento che stava avvenendo. Con gli arabi si preferiva rispondere Hamdu l’Allah. Nella versione “Hali bai ringraziamo Dio”, la combinazione è tra dialetto ebraico ed lingua italiana. Nella  versione “Sto bene, Baruch Ha-Shem (in ebraico, Benedetto il Nome) la combinazione è  tra la lingua italiana e l’ebraico.  La pronuncia  ‘Shem anziché Ha- Shem è un adattamento alla pronuncia dialettale degli ebrei di Libia.

[13] S. Freud (1899),  L’interpretazione dei sogni, in Opere Sigmund Freud, vol. III, 1966, pp. 403-404.

[14] Per proteggere la popolazione ebraica della città vecchia  dal pogrom,  la polizia decise di  trasferire la popolazione ebraica in un campo sito a Gurgi nelle vicinanze di Tripoli, dove gli ebrei risedettero sino alla partenza.

[15] Il progetto omicida messo in atto con le famiglie Raccah e Luzon fu bloccato dall’intervento della polizia insospettitasi dalle ripetute richieste di informazione dei parenti.