Paradosso | Kolòt-Voci

Paradosso

È tornato il geniale Mario Pacifici, con un’altra delle sue strepitose storie. Godetevela tutta.

Mario Pacifici

Il professor Klein, indicò la massa di strumenti elettronici che riempiva gran parte del sotterraneo ed il groviglio inestricabile di cavi che ne faceva un tutto unico, dotato di una sua indecifrabile essenza.

“Questa, signori, è la macchina del tempo. La prima che l’uomo abbia mai realizzato.”

I suoi assistenti si limitarono ad annuire, spiando silenziosamente lo stupore che si dipingeva sul volto del giovane studente.

Gavriel O. Lee tossicchiò imbarazzato.

“Non sono sicuro di avere capito, professore. Che cosa intendete per macchina del tempo?”

Klein inarcò le spalle con una smorfia divertita.

“Abbiamo creato uno strumento capace di distorcere la continuità temporale della nostra dimensione. In pratica con questa macchina possiamo trasferire indietro nel tempo un oggetto, un animale o anche …”

“Un uomo?”

“Sì, anche un uomo. E poi possiamo riportarlo indietro, al momento della partenza.”

Il ragazzo si guardò intorno confuso.

“E funziona veramente?”

“Certo che funziona,” rispose piccato il professor Klein “almeno da un punto di vista teorico, funziona perfettamente.”

“Volete dire che non ne avete un riscontro sperimentale?”

Gli assistenti finsero di non cogliere la vena di sarcasmo.

“Il professore,” rispose il più anziano dei due, “vuole solo dire che non è facile ottenere una prova sperimentale. Abbiamo inviato nel passato oggetti inanimati e piccoli animali. Ma né gli uni né gli altri hanno potuto ovviamente confermarci, al loro ritorno, l’avvenuto spostamento temporale.”

Il ragazzo rifletté per qualche istante.

“Se inviate un oggetto nel passato, esso dovrebbe sparire dal presente. La sparizione e poi la successiva riapparizione potrebbero costituire una prova quantomeno indotta del funzionamento della macchina. ”

Il professor Klein scosse il capo con un sorriso benevolo.

“Il problema ragazzo mio è che gli oggetti, dopo il loro viaggio nel tempo, ricompaiono nel medesimo luogo e nel medesimo istante in cui il viaggio aveva avuto inizio…”

Non dovette fornire ulteriori spiegazioni. Il ragazzo era già arrivato alla conclusione.

“Dunque sparizione e riapparizione combaciano in modo talmente perfetto da non essere avvertiti? È così, non è vero?”

Lo scienziato annuì.

“C’è anche un altro problema, Gavriel. Nessuno di noi sa quanto indietro nel tempo siano stati inviati gli oggetti e gli animali. La macchina non è tarata. E non potremo tararla fin quando non sarà un uomo a compiere il viaggio. Solo le sue informazioni potranno consentirci di regolare la macchina per i viaggi successivi.”

Gavriel O. Lee si guardò intorno guardingo. Temeva di capire, alla fin fine, perché quei tre lo avessero messo al corrente di esperimenti che avrebbero dovuto essere coperti dal più assoluto segreto.

“Non avrete intenzione di…”

Il professor Klein sollevò una mano con un espressione rassicurante.

“Nessuno ti imporrà nulla. Però hai ragione, abbiamo pensato a te quale primo viaggiatore nel tempo.”

Gavriel O. Lee si dimenò a disagio sulla sedia.

“Sono davvero lusingato,” disse senza convinzione, “ma non credo di essere il soggetto più adatto per una simile impresa.”

Lo scienziato scosse il capo

“Non sottovalutarti, Gavriel. Sei il capitano della squadra di basket universitaria e sei un ufficiale delle truppe scelte israeliane. Fisicamente non potremmo trovare di meglio, ma c’è dell’altro: tu hai una passione per la storia e quindi potrai cogliere e riportarci la realtà del tempo in cui sarai catapultato, meglio di chiunque altro. Inoltre studi filosofia e sociologia. Questo ti consentirà di valutare il pericolo implicito di un viaggio nel tempo. Un paradosso temporale può costituire una minaccia per l’umanità come noi la conosciamo.”

Gavriel O. Lee annuì lentamente.

“Non parlate però dei pericoli che io stesso potrei correre.”

Lo scienziato sembrava aspettarsi quella eccezione. La sua risposta fu pronta e convincente.

“Rifletti, Gavriel. Tu non correrai in realtà nessun pericolo. Se anche non dovessi tornare indietro, se anche tu venissi ucciso nel corso del viaggio, sarà come se tu fossi morto solo nella finzione. Non sarà una cosa definitiva. Non appena la macchina sarà tarata, e ti assicuro che non ci vorrà ancora molto, torneremo al momento della tua partenza e la impediremo. Così in realtà tu non sarai mai partito e non sarai mai rimasto ucciso.”

Un mese dopo, tutto era pronto per l’esperimento.

Seduto in una microscopica carlinga, Gavriel O. Lee avvertì solo un tremito leggero ed una breve ondata di calore.

Quando aprì lo sportello, non era più nella cantina. E non c’erano più accanto a lui Klein ed i suoi assistenti.

Si guardò intorno. Si trovava al chiuso. All’interno di una tenda molto spaziosa. Pellicce in terra. Una tavola imbandita e stoviglie d’argento. Armi un po’ ovunque. Archi, pugnali, spade.

Nel corso dell’ultimo mese lo avevano addestrato ad analizzare rapidamente qualunque eventuale scenario. La sua mente lavorava quasi per riflesso condizionato. Si trovava nella dimora da campo di un uomo potente. Forse un generale. O forse il capo di una tribù nomade. Distanza stimabile dal tempo base 2.000 anni. Forse 2.500. Un’analisi delle armi avrebbe reso possibile una verifica e una precisazione della stima.

Uscì dalla carlinga.

Solo allora si avvide dei tre uomini prosternati di fronte a lui.

Gavriel O. Lee ne esaminò in un attimo abiti, paramenti, monili.

Due di loro dovevano essere subordinati al terzo, molto più giovane. Probabilmente erano i suoi consiglieri.

I tre erano genuflessi di fronte a lui. Lo stavano adorando.

Ovvio.

L’apparizione improvvisa faceva di lui una creatura sovrannaturale. Un dio se erano pagani. O un inviato di Dio, se erano monoteisti.

Il più giovane dei tre, il Capo, sollevò appena la fronte dal terreno e cominciò a parlare. Un profluvio di parole. Una lingua indecifrabile. Si rivolgeva a lui. Lo implorava. O forse inveiva contro qualcosa o qualcuno. Poi si interruppe ed impartì dei secchi ordini a qualcuno fuori della tenda.

Dopo pochi istanti comparvero nella tenda quattro giovani donne riccamente abbigliate, mentre i tre uscivano dal suo cospetto, arretrando lentamente.

Un turbine di domande si affollava nella mente di Gavriel O. Lee. Ma le donne erano splendide e sembravano dolci, disponibili, impazienti di donarglisi. Diavolo, la sua indagine poteva ben attendere. In fondo secondo i calcoli di Klein aveva almeno ventiquattro ore di tempo prima di dover rientrare nella carlinga.

Quando si svegliò le donne erano scomparse. Aveva un cerchio alla testa, effetto dei bagordi notturni e delle generose libagioni. Il Capo era di fronte a lui. Parlava con tono solenne e mostrava dei doni. Una lunga spada metallica, un elmo, un armatura. Insisteva chiaramente perché li accettasse.

Gavriel O. Lee si sforzò di esprimere il suo gradimento. Sebbene fosse ridicolmente piccolo per il suo fisico imponente, riuscì ad indossare il pettorale dell’armatura, ma non poté in alcun modo cingere il piccolo elmo. Se lo pose comunque sotto il braccio ed impugnò la spada sforzandosi di assumere un atteggiamento fiero e battagliero.

Il Capo era in visibilio. Squittiva, rideva, dava di gomito ai suoi subalterni.

Ora lo invitava a seguirlo fuori della tenda.

Seguendo le gesticolanti istruzioni del Capo, Gavriel O. Lee avanzò da solo al centro di un grande spiazzo, alle cui estremità erano schierati migliaia di armigeri. Erano tutti di piccola corporatura, vestiti di stracci. Solo pochi avevano scudi ed armi metalliche.

Gavriel brandì la spada e salutò lo schieramento alla sua destra. Gli rispose un unico, assordante, urlo guerresco.

Si volse baldanzoso verso lo schieramento di sinistra, ma stavolta lo accolse solo un gelido silenzio.

Perché, si chiese? Perché? E chi è quel ragazzino vestito di stracci che avanza verso il centro dello spiazzo?

C’era qualcosa di allarmante in quella situazione. Una sorta di indecifrabile déjà vu.

Fu folgorato da una raccapricciante comprensione quando vide il ragazzino ruotare la sua fionda.

Troppo tardi.

Maledizione, troppo tardi.

Era stordito, e il sangue gli colava sul viso.

Vide come in un sogno il giovane avvicinarsi. Cercò di alzarsi ma le membra non gli rispondevano.

Il ragazzino lo fissava con un’espressione di trionfante disprezzo, mentre si chinava su di lui e gli strappava dalla manica la stella a sei punte.

La esaminò a lungo e poi decifrò il nome ricamato in ebraico sulla tuta: G.O.LEE.

“Ho ucciso il gigante Golia!” gridò ai suoi dimenando la spada e mostrando la stella a sei punte.

“Da oggi questo segno fregerà il mio scudo! Da oggi questo è il Maghen David.”

Gavriel rideva, mentre la lama del giovane gli recideva la giugulare.

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

Già pubblicato sul blog di Barbara Mella: http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/2010/08/19/paradosso.html