La guerra degli ebrei per le aragoste | Kolòt-Voci

La guerra degli ebrei per le aragoste

Da una parte il cappellone nero e la barba candida di Rav Shlomo Bekhor, rabbino Chabad-Lubavitch, uno dei movimenti ortodossi dell’ebraismo; dall’altra Rav Haim Fabrizio Cipriani, guida religiosa della comunità ebraica «riformata» e progressista Lev Chadash di Milano e Roma. Tra i due contendenti, inconsapevole e involontaria pietra dello scandalo, l’aragosta.

O meglio le proibitissime e «succulente aragoste » che – denuncia poche settimane fa Rav Bekhor in una mail spedita ai suoi seguaci – alcuni testimoni gli assicurano essere state mangiate proprio nella sinagoga riformata e proprio nella cena rituale di Pesach, la Pasqua ebraica. L’accusa, per gli ebrei osservanti, è tra le più gravi: l’aragosta, come tutti i crostacei, è infatti alimento vietato perché non kasher, ossia non conforme ai precetti della Torah. Rav Bekhor non lesina le ironie, parlando del «salto di qualità» che avrebbero fatto gli ebrei riformati: se agli ultimi Mondiali, palloni che hanno passato la linea di porta non sono diventati goal – scrive – nella sinagoga Lev Chadash si è riusciti invece a «fare superare all’aragosta la linea della kasherut». La reazione degli accusati è netta. Ugo Volli, semiologo e presidente della sinagoga «riformata», prima scrive direttamente al rabbino ortodosso parlando di «insinuazione gravissima e insultante» e spiega che quanto da lui raccontato «ha il difetto di essere completamente falso. Non c’erano aragoste, crostacei, o alcun cibo non kasher al nostro seder». E al cronista fornisce la prova regina con una battuta: «Al di là di tutto, le pare che a una cena da venti euro a testa avremmo mai servito aragosta!?». Dopo un acceso scambio di missive – dove gli attacchi personali si mescolano a raffinate disquisizioni teologiche – Volli ricorre assieme a Cipriani alle più alte autorità religiose con richiesta di convocazione immediata al Bet Din, il tribunale rabbinico, e di risarcimento danni. Vuole – come scrive in una lettera al rabbino capo di Milano Rav Alfonso Arbib – soddisfazione per «la menzogna propagata da Rav Bekhor», che «ci diffama gravemente » e chiede un risarcimento di 5000 euro da devolvere a un’associazione benefica. La querelle teologico-alimentare – «la guerra dell’aragosta», come è stata già ribattezzata – agita e in qualche caso fa sorridere la comunità ebraica. Ma dietro il caso che scalda gli animi ci sono anche e soprattutto le difficoltà di convivenza – a Milano come nel resto d’Italia – tra le diverse anime dell’ebraismo. Sia all’interno della comunità ortodossa che in Italia – ma non nel resto del mondo – è maggioritaria e in cui si riconosce la maggioranza dei circa settemila iscritti milanesi, che a sua volta si può dividere sommariamente in tre grandi aree: i tradizionalisti e i «mistici» chassidici cui appartengono anche i Lubavitch, e gli ortodossi «moderni». Fuori dalla comunità ortodossa ci sono invece, tra gli altri, gli ebrei «riformati », aperti ad esempio all’uguaglianza tra sessi, che a Milano contano qualche centinaio di aderenti e sono spesso scelti anche da chi – per vicende personali come il caso classico di figli di coppie «miste» – trova difficoltà nell’essere accettato dalle sinagoghe più tradizionaliste. Tensioni che non sono a senso unico. C’è la giovane di padre ebreo e madre convertita in un’altra comunità italiana, da decenni iscritta alla comunità, che si vede negare la circoncisione per il figlio appena nato. Ma c’è anche il caso recentissimo delle improvvise dimissioni di Rav Roberto Colombo e di sua moglie Anna Arbib, pilastri della scuola ebraica di Milano; dimissioni che la vox populi vuole decise dopo l’elezione alla guida della comunità, in maggio, di una maggioranza più laica e meno tradizionalista che in passato. «In Italia il problema della diversità è più sentito che in altri paesi anche perché si applica a un contesto con una sola comunità in ogni territorio all’interno della quale devono convivere giocoforza diverse anime», spiega Guido Vitale, coordinatore dei dipartimenti Cultura e Informazione dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane. Dunque, invece che una miriade di comunità sull’esempio Usa, un ebraismo ortodosso in rapporti spesso difficili con chi segue strade diverse. E con l’aumentare dei matrimoni misti le tensioni sembrano destinate ad aumentare. «Gli ortodossi – commenta David Bidussa, direttore della biblioteca della Fondazione Feltrinelli ed aderente alla comunità ortodossa – credono che la via più facile per salvare la comunità sia quella di mantenerla come comunità di “puri”, mentre il passato ci insegna che è l’”ibridazione” a salvarla.

Francesco Manacorda, La Stampa, 1 agosto 2010

Woody Allen le ha usate per vendicarsi con Madoff

L’ aragosta proibita dev’essere parsa più credibile della mela, come tentazione, se anche Woody Allen, in un memorabile racconto uscito sul New Yorker tempo fa, l’ha usata come sorta di contrappasso ebraico per «cucinare » la vendetta contro il finanziere truffatore di tanti ebrei (e ebreo lui stesso) Bernie Madoff. Protagoniste due sue vittime: un dentista morto d’infarto e un suo amico che ha scelto il suicidio dopo il crac. Woody Allen li resusciterà entrambi in a r a g o s t e che, pescate nel Maine, si ritrovano assieme nella vasca di un ristorante dell’Upper East Side. Entrambi sono ebrei e si chiedono se è così, cioè proprio da aragoste, che tocchi loro di finire dopo aver condotto una vita onesta. Dopo una riflessione su come il Signore operi in modo strano, i due truffati-crostacei vedono dal vetro della vasca il loro truffatore accomodarsi a un tavolo con la consorte «sobriamente » ingioiellata. Rabbia e sconcerto finché Madoff non si avvicina col cameriere alla vasca per scegliere cosa farsi cucinare. Naturalmente sceglie i suoi clienti-aragoste, che con le code riusciranno a rovesciare la vasca e a scarnificare con le chele il naso e la faccia di Madoff. «Ogni mese ricevevo il suo estratto conto», commenterà l’aragosta vendicatrice, «e sapevo che quei numeri erano troppo belli per essere kosher…».

S.R.V. La Stampa, 1 agosto 2010