Un giallo ambientato in una tranquilla yeshivà americana | Kolòt-Voci

Un giallo ambientato in una tranquilla yeshivà americana

Un brano tratto da Il bagno rituale, di Faye Kellerman, Cooper 2010. Il primo jewish thriller di una lunga e famosa serie negli Usa. Il dialogo tra un poliziotto “goy” e la inserviente ebrea di un mikve alla quale sta rivolgendo troppe attenzioni.

«Ti ho offesa? »

«Peter, non sono la piccola ingenua Pollyanna che crede al mondo delle fate. E non sono nemmeno una bigotta inibita che pensa che la gente debba fare l’amore solo al buio, con i vestiti indosso. Io sono religiosa. Mi rendo conto che per molti è un concetto difficile da capire, specie in California, ma questo è ciò che sono. Non faccio certe cose, non perché non voglio farle, ma perché ho dei valori religiosi. Io penso che sia sbagliato fare sesso se non si è sposati. Non penso che se lo facessi verrebbe un nuovo diluvio universale, ciononostante penso che sia sbagliato. Perché? Non per ragioni morali anche se non sarebbe male ricordarsi della morale, ogni tanto ma perché è impudico. La tsnios, la pudicizia è importante, per noi. Ecco perché ci vestiamo in questo modo, ecco perché le donne si coprono i capelli. Non per non essere attraenti anche a noi, come a tutti, piace vestirci bene ma perché pensiamo che il corpo sia qualcosa di privato, e non qualcosa da esibire pubblicamente come un’opera d’arte vagamente sexy. Sappiamo che il nostro modo di pensare viene giudicato antiquato, vecchio come il cucco. Ma per me, ha un significato».

Decker era colpito dalla sua intensità. Beh, è un po’ all’antica…

«Peter, tu sai cosa simbolizza davvero una mikvah?» Rina si fece animata. «Una pulizia spirituale. Un rinnovamento dell’anima. Per dodici giorni a partire dal primo giorno del ciclo mestruale, ad una donna e a suo marito è proibito fare sesso. Quando sono trascorsi dodici giorni, se non ha avuto perdite negli ultimi sette giorni, la donna si immerge nella mikvah e può riprendere ad avere rapporti coniugali e rinnovare il legame fisico con il marito. Questo significa che, ogni mese, per almeno dodici giorni marito e moglie sono off limits l’uno per l’altra. Scommetto che a te sembra una follia, eh?»

Decker sorrise. «In una parola, sì»

«Eppure a me sembra normale».

«Immagino che ognuno abbia i propri standard di normalità». Decker la guardò. «Ma non tutti gli ebrei lo fanno. So che mia moglie non lo faceva».

«Beh, gli ebrei della Torah lo fanno. Io lo faccio! » Fece una pausa, poi disse, «Ora capisci perché per noi due è impossibile uscire insieme?»

«Comincio a farmi un quadro della situazione».

Decker rise, e anche lei.

«Non posso credere che la gente davvero.., per dodici giorni, eh?»

Rina rimise a posto dei ciuffi di capelli color ebano che le erano sfuggiti dal fazzoletto.

«Sai, Peter, se ti fermi a pensarci, il mondo è diventato perverso. Tu sei un uomo intelligente, una brava persona. Non hai problemi ad accettare che ci siano uomini che stuprano, uomini che non controllano i propri impulsi. Vedono una donna, ne fanno un oggetto, e affondano nel suo corpo come se fosse un pezzo di carne. Eppure, fai fatica ad immaginare che ci siano uomini che sono l’esatto opposto, uomini che sanno controllare se stessi e i propri impulsi. In effetti, gli uomini che seguono la Taharat Hamishpacha: la ‘purezza della famiglia’ sono l’esatto opposto degli stupratori. Eppure, sono considerati strambi».

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