Il crocefisso ovvero i singolari sviluppi di una buona giornata | Kolòt-Voci

Il crocefisso ovvero i singolari sviluppi di una buona giornata

Nota redazionale: L’Hashomer Hatzair di Milano si dissocia dall’articolo di Bianca Ambrosio


Tornano i racconti ambientati nella Roma ebraica del 18° secolo.

Mario Pacifici

Roma, Aprile del 1777

Umberto Zarfati spingeva il carretto lungo gli stretti vicoli del rione, dirigendosi verso il Palazzo della Cancelleria. Era stata una buona giornata, pensava. Aveva svuotato la soffitta di un palazzo signorile e riempito il carretto di pregevoli cianfrusaglie. Qualche rattoppo, qualche riparazione e quel mucchio di roba vecchia sarebbe divenuto merce vendibile a buon prezzo. Era perfino riuscito a farsi lasciare alcune vecchie tende di broccato. Sua moglie ci si sarebbe consumata gli occhi ma le avrebbe rappezzate e fatte come nuove. Con l’aiuto di Dio, pensava, ci sarebbe scappato un bel guadagno.

Svoltò verso la chiesa di S. Andrea della Valle e si trovò incanalato in un traffico convulso di carrozze, barrocci e carrettini. C’era mercato e la gente si accalcava intorno ai banchi intralciando la strada. Le grida dei verdurai si mescolavano a quelle dei vetturini e dei cocchieri che scesi da cassetta guidavano i cavalli per il morso.

Zarfati si guardò intorno cercando il modo di tirarsi fuori dalla bolgia.

Si stava poco a poco districando dalla calca quando all’improvviso avvertì un tumulto alle sue spalle.

Grida, urla e la folla che ondeggiava.

“Al ladro! Fermatelo!”

Un uomo scappava, altri lo inseguivano. E i più lesti fra questi erano un paio di frati che, ciabattando sui sandali, urlavano al sacrilegio.

Zarfati, impietrito dalla sorpresa, scorse il fuggitivo dirigersi verso di lui e d’istinto si parò di fronte al carretto, frapponendosi fra il tumulto e il suo carico prezioso.

Fu un attimo. L’uomo travolse lui, urtò il carretto, e gettò per aria tutta la mercanzia.

Gli inseguitori gli erano quasi addosso ma quello con un balzo fu di nuovo in piedi. Si liberò con una manata di uno dei frati, saltò sopra il carretto rovesciato e si dileguò veloce, proseguendo la sua corsa col codazzo degli inseguitori alle calcagna.

Per un solo istante Zarfati ne incrociò lo sguardo e un brivido gli corse per la schiena. In quegli occhi aveva scorto il gelo della malvagità.

Era comunque ancora intento a raccattare le sue cose quando un paio di sbirri gli passarono accanto, trascinando il fuggitivo che urlava e si dimenava, protestandosi innocente. La sua fuga era durata poco ed ora la folla dava sfogo alla rabbia con sputi ed invettive.

Zarfati si massaggiava il ginocchio dolorante. Grazie a Dio se l’era cavata solo con una contusione, pensava, e soprattutto aveva recuperato tutta la sua merce.

“Una buona giornata” ripeté fra sé, cacciando dalla mente lo sguardo brutale di quell’uomo braccato.

Si avviò zoppicando verso il ghetto, curvo sulle stanghe del carretto. E mentre avanzava lentamente verso casa, si rallegrava del pericolo scampato e di quel po’ d’allegria che il carico insperato avrebbe portato in famiglia.

Il mattino dopo scese di buonora in bottega con sua moglie, per mostrarle compiaciuto la mercanzia.

Rebecca non era tipo da perdersi in smancerie ed aveva poca dimestichezza con le cianfrusaglie dei rigattieri. Di fronte alle tende però sgranò gli occhi. Tessuti come quelli non si vedevano di frequente. Ne prese un lembo e ne carezzò la superficie.

“Belle” disse, e questa per lei era una manifestazione d’entusiasmo.

Zarfati annuì orgoglioso.

“Non voleva darmele, quella strega… C’è voluta tutta la mia faccia tosta…”

“Sono sporche e consunte” replicò la donna, incurante dell’amor proprio di suo marito, “ma con un po’ di pazienza si possono sistemare. Aiutami ad aprirle…”

Afferrò la prima e con un gesto rapido la svolse sul mucchio delle altre.

Qualcosa volò in alto e cadde in mezzo alla mercanzia con un tintinnio di metallo.

Rebecca aggrottò la fronte e si piegò a cercare l’oggetto.

Quando si rialzò, aveva in mano un crocifisso d’argento, di quelli che i dignitari della Chiesa indossano per le più solenni liturgie.

“E questo che cos’è?” chiese, fissando stupefatta Umberto che per parte sua era rimasto inebetito, la bocca aperta come un pesce lesso.

“Non lo so…” farfuglio il rigattiere, mentre una certezza gli si faceva strada nella mente. Quella era la refurtiva che aveva dato luogo al parapiglia del giorno prima. Il ladro, ormai scoperto e inseguito, aveva approfittato della confusione per liberarsi del bottino, nascondendolo con destrezza in mezzo alle tende.

“Il ladro…” mormorò Rebecca che era già arrivata alla stessa conclusione.

“Oh, Shemagn Israel…” biascicò Zarfati, lasciandosi cadere su uno sgabello.

“E’ d’argento…” osservo la donna, soppesando il crocifisso con un’espressione smarrita.

Rimasero in silenzio, ciascuno pensando alle conseguenze di quella scoperta.

“E adesso cosa facciamo?” mormorò Umberto cercando il conforto della moglie.

Rebecca era confusa quanto lui ma non era tipo da abbattersi tanto facilmente. E d’altro canto le faceva rabbia vedere lui rannicchiato e tremebondo, pronto a nascondersi come al solito dietro alle sue gonne.

“Ma non ti vedi…?” lo apostrofò, “Sembri un morto! Cerca di fare l’uomo per una volta…”

Cercò uno straccio e lo avvolse intorno al crocifisso.

“Non abbiamo fatto niente di male… Non sei tu che l’hai rubato.”

Umberto scrollò il capo perplesso.

“Lo verranno a cercare, Rebecca. E se lo trovano qui non andranno tanto per il sottile. Non gli parrà vero di accusare un ebreo…”

“E perché mai dovrebbero venire proprio qui? Chi vuoi che lo sappia che l’abbiamo noi questo crocifisso. Se non te ne sei accorto tu, che il ladro lo nascondeva fra le tende, chi vuoi che l’abbia notato? E poi, ragiona. Se qualcuno avesse visto qualcosa, pensi che se ne sarebbe stato zitto? Avrebbe gridato come un ossesso e magari ti avrebbe accusato di essere il complice di quel furfante.”

Zarfati la tacitò con un gesto isterico.

“Il ladro… Quello mi ha visto in faccia!”

Mancava poco che piagnucolasse.

“Ti ha visto in faccia…” gli fece il verso Rebecca. “E allora? Per accusare te dovrebbe prima di tutto accusare sé stesso. E poi non gli hai mica dato l’indirizzo. Come vuoi che ci arrivi alla bottega?”

Zarfati non si sentiva affatto rassicurato dall’ottimismo della donna.

“L’hanno preso Rebecca. Quel mascalzone non ha scampo. E’ già condannato ma potrebbe svuotare il sacco per mitigare la pena. E se gli sbirri ci trovano quella roba fra le mani siamo fregati. Ci accuseranno di ricettazione e di complicità.”

“E come fanno a trovarci?” sbottò la donna, indispettita dall’irresolutezza del marito. Ma già mentre lo diceva, la risposta le era chiara. Dove può andarsi a cacciare un ebreo se non nel ghetto? E quanto potevano impiegare gli sbirri ad identificare il carretto che il giorno prima si era trovato sul luogo del furto e dell’arresto?

“Beh,” si corresse, “di certo non ci troveranno con questo affare per le mani. Nascondila, buttala a fiume, fanne quello che ti pare… Ma per l’amor di Dio, portala fuori di qui! Sbarazzatene!”

Umberto si dimenò sullo sgabello, battendosi le mani sulla testa.

“Tu non capisci, donna! Se lo trovano siamo i complici del ladro, ma se non lo trovano siamo in guai perfino peggiori. Penseranno che lo abbiamo già rivenduto. Oddio! Un ebreo che ricetta un oggetto sacro… Mi tortureranno per sapere a chi l’ho venduto.”

Ora anche Rebecca aveva perso la sua sicurezza.

Rimasero a lungo in silenzio ciascuno sperando che l’altro trovasse una soluzione.

Alla fine l’uomo si scosse.

“So io cosa fare” disse, e prese a raccontarlo per filo e per segno alla moglie che scuoteva il capo perplessa.

Il giorno dopo Umberto si mise in tasca il crocifisso e si diresse verso la Chiesa di Sant’Andrea della Valle.

“Se male non fai” cercava di rincuorarsi lungo la via “nulla devi temere.”

Ma quanto più si avvicinava alla Chiesa, tanto più quella convinzione si dileguava, gettandolo in uno stato di confusa prostrazione.

Una volta arrivato di fronte alla facciata, rimase a lungo incerto se entrare od aspettare fuori che passasse un qualsiasi sacerdote. Alla fine però si fece coraggio e recitato uno shemagn si scoprì il capo ed entrò.

Non era mai entrato in una Chiesa come quella. La luce, le volte, i dipinti lo lasciarono a bocca aperta.

Voleva parlare con un prete ma non sapeva dove cercarlo e dunque rimase lì confuso e intimidito accanto all’ingresso.

“Che ci fai tu qui, giudio?”

Un vecchio sacerdote stava arrancando verso di lui, trascinando penosamente una gamba offesa.

Aveva un aspetto minaccioso o almeno tale parve a Zarfati che per parte sua aveva perso quel po’ di sicurezza che lo aveva animato.

Si era preparato a parlare, a spiegarsi ma ora non era più capace di articolare una parola. Cacciò di tasca il crocifisso e lo tese verso il sacerdote.

“Sono qui per questo…” disse.

Il sacerdote glie lo strappò dalle mani e lo portò alle labbra con un gesto di devota riparazione.

“Sei tu che lo hai rubato…”

Non era una domanda, era una constatazione.

“No, non è vero” insorse Umberto e prese a raccontare i fatti con una forza e una convinzione che lasciarono il prete interdetto.

“Va bene,” disse alla fine “tutto questo lo vedremo… Tu intanto vieni con me.”

Lo condusse in sagrestia, lo fece sedere in una grande sala e lo lasciò solo chiudendosi la porta alle spalle.

Qualche ora più tardi il prete si ripresentò, accompagnato da un altro sacerdote.

Zarfati non capiva di preti e sacerdoti ma gli abiti e i paramenti del nuovo arrivato gli parvero quelli di un personaggio importante.

“Eccellentissima eminenza,” provò a dire ma quello, senza curarsi di lui, posò il cappello sul tavolo e sedette sulla sedia che l’altro sacerdote gli porgeva.

“Ora mi racconterai la tua storia fantasiosa, giudio. Ma stai attento: se solo sospetto che vuoi prenderti gioco di me…”

Non disse altro ma l’indice che agitava in alto valeva più di ogni parola.

Zarfati, in piedi e intimorito cominciò a raccontare. E mentre il racconto fluiva, scrutava l’espressione del sacerdote sperando di scorgervi un barlume di comprensione. Quello però ascoltava impassibile, senza lasciar trapelare una qualunque reazione.

Quando finalmente l’ebreo tacque, il prelato rimase qualche istante meditabondo, passandosi le dita sulla pelle glabra del viso.

“L’esperienza mi dice che non c’e più gran bugiardo di un furfante, e che non c’è peggior furfante di un ebreo…”

“Oh, no eminenza! Lo giuro, io…”

“Ciò detto,” lo zittì il sacerdote, “i casi, a mio vedere possono essere due, ma non più di due. Il primo: tu eri in combutta con il ladro e quando lo hai visto acciuffare dagli sbirri, hai compreso di non avere più alcuna speranza di farla franca. Ti sei dunque ingegnato di mettere in piedi questa patetica storiella, sperando nella dabbenaggine delle tue vittime. Questa è francamente l’ipotesi che mi sembra più probabile…”

“No, eminenza, io…”

“Taci giudio, che hai parlato anche troppo!”

Prese un gran respiro, cercando di ritrovare la sua flemma.

“Come dicevo, tuttavia, c’è anche un’altra ipotesi e Dio sa quanto vorrei che fosse quella vera.”

Si volse verso l’anziano sacerdote che era rimasto in piedi alle sue spalle e gli fece cenno di sedere.

“A volte, don Carmelo, le vie della salvazione sono imperscrutabili. Può essere dunque che l’ebreo dica il vero. Ma in tal caso perché è venuto fino a noi, piuttosto che disfarsi del nostro prezioso e venerato crocifisso? Io voglio credere che quell’immagine sacra gli abbia toccato il cuore. Voglio credere che gli abbia dischiuso gli occhi sulla beatitudine della salvazione e lo abbia condotto fino a noi per cercarne la via.”

Umberto non capiva più nulla di quel gran parlare. Si pencolava da un piede all’altro, tormentando fra le mani il copricapo, rassegnato ormai alla più infausta delle sentenze.

“Sei tu, giudio, che devi dirmi quale sia delle due l’ipotesi vera. Se è la prima, non meriti altro che la galera. Se è la seconda, la Chiesa è pronta ad offrirti il suo abbraccio misericordioso ed a condurti sulla via della redenzione.”

Umberto taceva, incapace di prendere partito. Entrambe le ipotesi erano false e in entrambi i casi aveva orrore delle conseguenze.

“Vedete don Carmelo… L’ebreo è ancora incapace di esprimere apertamente il suo desiderio di salvezza. La Casa dei Catecumeni lo aiuterà a trovare le riposte alle sue inquietudini e la via della Verità. D’altro canto, se dopo i canonici quaranta giorni di esercizi spirituali rifiuterà ancora la luce del Cristo, sapremo con certezza che disgraziatamente è vera la prima delle ipotesi. Che vada in carcere dunque e sconti la pena dei suoi misfatti.”

Quando giunse in ghetto la notizia che Umberto Zarfati era stato condotto alla Casa dei Catecumeni, Rebecca comprese meglio di chiunque altro cosa fosse successo.

Suo marito aveva evitato il carcere, accettando di sottoporsi all’indottrinamento dei preti. Se avesse resistito ai loro tentativi di convertirlo tuttavia, sarebbe di certo finito in galera.

Non c’era tempo da perdere.

Si recò dai fattori implorando aiuto ma raccolse solo una tiepida simpatia. Per nulla al mondo quelli si sarebbero esposti, prendendo le difese di un presunto ricettatore. Di più. Del presunto complice di un sacrilegio.

D’altro canto avevano già il loro da fare, dopo l’accoltellamento di Giacobbe Pijatutto.

Quel mascalzone, si faceva passare per un rigattiere ma tutto il ghetto sapeva che i suoi maneggi erano più quelli del ricettatore che quelli del bottegaio. Dopo aver trascorso la vita ad imbrogliare il prossimo, ora se ne stava andando nel peggiore dei modi, attirando sul ghetto le malevole attenzioni della curia. E non c’era bisogno di indagare per comprendere cosa fosse successo: alla fine aveva trovato qualcuno che gli aveva presentato, sulla punta di un pugnale, il conto dei suoi raggiri e delle sue truffe.

Mentre quello agonizzava in casa, comunque, i fattori cercavano di isolare il risentimento dei goym, tenendolo lontano dalla generalità degli ebrei.

Rebecca non perse tempo con loro.

C’era solo un uomo cui potesse rivolgersi e poco le importava se era in permanente conflitto con tutti i fattori e i rabbini del ghetto.

Daniel il Matto era scorbutico e indisponente, ma non aveva paura di nessuno. Viveva nel suo mondo, padrone della sua arte di sofer, vergando pergamene e miniando manoscritti, ma solo a suo comodo e secondo le sue regole. Lavorava se ne aveva voglia, per chi gli andava a genio. E tutti i soldi del mondo non sarebbero bastati a comprare una delle sue meghillot se il committente non fosse rientrato nelle sue grazie.

Rebecca lo trovò come al solito davanti alla sua bottega, seduto al banco di lavoro.

Lui la lasciò parlare, senza sollevare lo sguardo dalla pergamena su cui continuava a tracciare le sue lettere eleganti.

Quando finalmente la donna tacque lui non disse nulla. Posò lo stilo, si massaggiò la barba ispida e con una smorfia disgustata eruttò un “Bastardi!” che lei non comprese se fosse diretto ai preti, ai fattori o a qualcun altro.

“Lascia fare a me” la congedò sbrigativo e senza spiegarle nulla di ciò che aveva in mente tornò al suo lavoro.

Quando i quaranta giorni furono trascorsi, senza che gli interminabili sermoni avessero fatto breccia nel suo coriaceo cuore di ebreo, Umberto Zarfati fu buttato fuori di malagrazia dalla Casa dei Catecumeni.

Libero, in strada, si chiedeva chi mai lo avesse salvato dalla galera e non sapendo darsi una risposta si convinse di aver avuto un segno da Kadosh Baruchù.

“Un miracolo,” si ripeteva avviandosi verso il ghetto, e più ci pensava più se ne convinceva.

Non sapeva ovviamente che qualche giorno prima gli sbirri pontifici si erano presentati in ghetto per arrestare Giacobbe Pijatutto il quale però, dal canto suo, aveva opportunamente già stirato le gambe e trovato all’Aventino la sua ultima dimora.

Le guardie avevano esibito una lettera scritta di pugno dal defunto e avevano chiesto ai fattori di riconoscerne la scrittura.

“Trovandomi ad un passo dalla morte” c’era scritto “voglio sgravarmi la coscienza da un peso insopportabile. Non è Zarfati il ricettatore del crocifisso di Sant’Andrea della Valle. Sono io che l’ho ricevuto dalle mani di un goy. Quando ho compreso quanto quell’oggetto fosse divenuto pericoloso, ho profittato di una fortunata circostanza per liberarmene. Zarfati mi aveva raccontato di essere stato urtato dal ladro in fuga ed io ho pensato di allontanare il pericolo, nascondendo la refurtiva sul suo carretto. Non potevo immaginare che quello sprovveduto, preso dal panico, si sarebbe denunciato. Lui è innocente, il colpevole sono io. In fede Giacobbe Anticoli Pijatutto.”

I fattori si erano affrettati a riconoscere la scrittura del defunto, ben lieti che la questione si concludesse davanti alla tomba di un uomo senza famiglia e senza onore. E naturalmente si erano ben guardati dall’informare gli sbirri che Giacobbe Pijatutto dopo l’accoltellamento non aveva più ripreso i sensi.

Tutto il ghetto comprese che dietro quella lettera c’era lo zampino di Daniel il Matto ma nessuno osò profferire parola né fare domande.

Rebecca, dal canto suo, sapeva tutto ma lo teneva per sé: Daniel il Matto aveva scovato una vecchia lettera di Giacobbe Pijatutto e ne aveva prodigiosamente imitato la calligrafia. Poi, quando la morte del rigattiere era sembrata ormai questione di ore, aveva fatto recapitare la confessione al parroco di Sant’Andrea della Valle, scagionando il povero Umberto.

Che la fine di un lestofante donasse la vita ad un uomo onesto sembrava a Daniel l’apoteosi della giustizia. Ed essere lui stesso l’artefice di quell’atto di riparazione lo riempiva di un quieto orgoglio, quasi fosse stato il consapevole strumento di Kadosh Baruchù.

Ignaro di tutto, Umberto Zarfati tornava dunque verso casa, assaporando il piacere di una libertà che pensava perduta.

Gli tornavano in mente le parole dell’ Haggadah: in ogni generazione ricordiamo quello che il Signore fece a noi, quando ci liberò dall’Egitto. Che differenza c’era in fondo fra le porte della Casa dei Catecumeni, e le acque del Mar Rosso? Entrambe ai suoi occhi erano state aperte dal prodigioso intervento di Dio.

“Questa si che è una buona giornata” si disse grato, affrettandosi per via della Fiumara.

Era eccitato all’idea di riabbracciare la famiglia, ma quell’euforia non doveva durare a lungo.

Sul portone, un uomo lo attendeva, le braccia conserte, appoggiato allo stipite.

“Tu hai qualcosa che appartiene a un mio amico” lo apostrofò da lontano, sollevando appena la marsina per mostrare il bagliore sinistro di un coltello.

Umberto ne incrociò lo sguardo e sentì un brivido corrergli per la schiena.

“Oh, Shemagn Israel… e adesso…?”

mario.pacifici@gmail.com