Midrash Torà – Kòrach: La coalizione del falliti | Kolòt-Voci

Midrash Torà – Kòrach: La coalizione del falliti

Kòrach figlio di Itzhar, figlio di Kehàt, figlio di Levì, intraprese (una contesa) assieme a Datàn e Aviràm figli di Eliàv e On, figlio di Pèlet figli di Ruben. Essi si alzarono dinnanzi a Mosè con duecentocinquanta uomini tra i figli d’israele, principi della collettività, eletti dalle assemblee, uomini ben noti. (Numeri 16, 1)

Ogni disputa che avvenga per fini superiori (lett. per uno scopo celeste, leshem shamaim), finirà per sortire un buon effetto; non così invece delle dispute che non avvengono per fini che non sono superiori. Quale esempio si può citare per il primo tipo? Le discussioni di Hillel e Shammai. E del secondo tipo? Quelle di Kòrach e di tutta la sua congrega. (Mishnà, Avot 5, 18)Questa parashà narra uno degli episodi più drammatici accaduti nel deserto, lungo il cammino verso la terra promessa: il vitello d’oro, la protesta esplosa dopo il rapporto degli esploratori, la mancanza di acqua, pane e carne erano stati episodi che, per quanto gravi, non avevano mai messo in dubbio la figura di Mosè. Profeta inviato e ispirato da Dio e da Lui “costretto” ad accettare la missione di liberare Israele dall’Egitto, Mosè era sempre stato molto attento a non far uso personalistico del potere e dei beni della collettività; anzi secondo il midrash, quando si accinse alla sua missione, avrebbe detto: “sono sceso in Egitto con il mio asino”. Conosciamo Mosè come difensore d’Israele, pronto a perorare la causa del popolo in tutte le circostanze, disposto a mettersi da parte affermando “cancellami pure dal tuo libro”. Nel caso della rivolta di Kòrach però si comporta in modo opposto e chiede una punizione divina esemplare.
Cosa aveva spinto Kòrach a prendere improvvisamente una posizione così risoluta nei confronti di Mosè? A cosa è dovuta la furia di Mosè? Perché quando Kòrach e Datàn e Aviràm compiono un vero atto di “lesa maestà”, rifiutandosi di presentarsi a Mosè, è Mosè stesso a cedere e ad andare da loro?

Kòrach e i membri della tribù di Ruben, e probabilmente anche molte delle persone aggregate, contestavano la divisione degli incarichi compiuta da Mosè. Kòrach, che secondo il midràsh era comunque una persona furba e intelligente, aspirava a divenire Gran Sacerdote. Il suo ragionamento era il seguente: Mosè e Aronne, entrambi figli di Amràm, primogenito di Levì, hanno in mano il potere politico e quello sacerdotale. Una concentrazione di potere eccessiva. A chi, se non a me figlio di Kehàt, secondogenito di Levì, spetterebbe il ruolo di Gran Sacerdote? E come se questo non bastasse, mi viene anche negato il ruolo di capo dei figli di Kehàt, assegnato a Elizafàn figlio di Uzièl, quartogenito di Levi. La gelosia nei confronti di Mosè, ma soprattutto di Aronne, diventava a questo punto sempre più bruciante e questo lo spinse a cercare alleati per attaccare Mosè.

I membri della tribù di Ruben contestavano il fatto che era stata loro tolta la primogenitura e con essa qualsiasi ruolo politico nazionale, mentre come primogenito gli sarebbe spettata quanto meno una posizione nell’ambito del sacerdozio. Probabilmente anche le altre persone che si erano lasciate trascinare da Kòrach avevano delle mire sia politiche che religiose, o perché erano primogeniti o perché erano personaggi ben noti.

In realtà si trattava di una coalizione destinata al fallimento perché ognuno aveva un obiettivo diverso e contrastante con quello degli altri. Come molte coalizioni svaniscono dopo le elezioni, anche in questo caso l’alleanza si sarebbe rotta dopo la caduta di Mosè e Aronne: ognuno sarebbe andato per la sua strada. Questo, secondo la mishnà citata, sarebbe il senso da dare alla frase “Kòrach e la sua congrega”: la controversia non sarebbe stata tanto tra Mosè e Kòrach, quanto tra Korach e i suoi alleati. Ora, mentre Hillel e Shammai rappresentavano due modi di interpretare la Torà al solo scopo superiore di raggiungere la verità, Kòrach e la sua congrega avevano fatto solo un’alleanza strategica allo scopo di conquistare ognuno la sua fetta di potere: una volta raggiunto l’obiettivo – la caduta della leadership di Mosè e Aronne – si sarebbero combattuti a vicenda. Il rapporto tra Hillel e Shammai sarebbe stato comunque diverso: essi avrebbero continuato a rispettarsi a vicenda, anche se la propria opinione non avesse prevalso.

La furia di Mosè non è dovuta tanto al fatto che Kòrach mettesse in discussione la sua persona, quanto piuttosto perché affermava che la scelta di Aronne come Gran Sacerdote, così come tutte le altre scelte erano un atto arbitrario di Mosè. Questi e altri discorsi portavano poi Kòrach ad affermare che tutte le mizvot della Torà erano una sua invenzione. Il pericolo non era tanto la negazione della leadership di Mosè, che, anzi, non avrebbe mai voluto essere il capo d’Israele, quanto il rifiuto della “leadership” di Hashem e in definitiva della Torà. Di fronte a un pericolo del genere era necessario assumere un atteggiamento chiaro e risoluto.

Tuttavia, consapevole di quanto sia dannoso essere trascinati nella controversia per fini personali, materiali e di prestigio, Mosè fu pronto a fare un gesto inaspettato, perché proveniva da un capo che aveva ragione e che aveva liberato il popolo dalla schiavitù. Ma Mosè era un uomo umile e decise di comportarsi lifnìm mishuràt hadìn (al di là della norma consueta) e quindi si presentò ai rivoltosi per fare un ultimo disperato tentativo per riallacciare il dialogo. La loro risposta arrogante non lasciava più margine alla trattativa e quindi non rimaneva che invocare una punizione esemplare.

Il Talmud traduce questo comportamento di Mosè nella seguente norma (Sanhedrin 110): “da qui si deduce che non si deve rimanere fissi nella controversia”. Quindi, pur avendo nettamente ragione, Mosè sentì che aveva l’obbligo di cercare una strada per rappacificarsi con i rivoltosi, rinunciando all’onore dovuto alla sua persona: altrimenti, per la legge sarebbe stato ricordato come colui che era rimasto “fisso nella controversia”. *

Ogni uomo, quale che sia la sua posizione nella società, ha l’obbligo di seguire l’esempio di Moshè rabbenu.

* E’ interessante notare che, nella Sala del Consiglio della Comunità di Roma, prima che venissero fatti dei lavori di restauro, capeggiava in ebraico la scritta (tratta da Mishnà Avot 4, 14): “Qualunque riunione che sia a scopo divino finisce col mantenersi, mentre quella che non sia a fin divino è destinata a scomparire”. Una mishnà molto simile alla nostra e che potrebbe avere il suo stesso significato. Secondo Ezra Zion Melamed (Leshonenu 20, 5716) il termine mahlakà signfica “gruppo” o “setta” e non controversia (come si deduce da I Cronache 27,1). Questa interpretazione spiega meglio anche la nostra mishnà: Shammai e Hillel sono rappresentanti di un gruppo, di una scuola, mentre Kòrach e la sua congrega sono rappresentanti di un altro gruppo. Al contrario di quanto accadde a Kòrach, Shammai o Hillel saranno gruppi che si conserveranno per sempre. Quindi quando Rabbàn Gamlièl interdice Rabbì Elièzer perché non vuole accettare l’opinione della maggioranza, e afferma che ha preso questa decisione “Affinché non aumentino le mahlokòth in Israel” (Bavà metzià 59b). intende dire che non aumentino i gruppi e le sette. Secondo questa interpretazione, i Maestri intendono quindi dire: non solo è proibito fare una disputa, se non ha uno scopo superiore, ma è anche dannoso riunirsi in gruppi per raggiungere uno scopo che non sia superiore, anche perchè non potrà durare a lungo. Questo è quanto accadde a Kòrach e alla sua congrega che furono appunto ingoiati dalla terra. In conclusione quindi bisogna legarsi a Shammai e Hillel, le cui mahlokoth sono stabili. Un vero peccato che un insegnamento così importante sia stato eliminato proprio dalla Sala del Consiglio della Comunità di Roma, un insegnamento che sarebbe opportuno comparisse anche in altri palazzi del potere…

Scialom Bahbout
(Scritto per la Comunità ebraica di Trani)

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Torà in rima – Massimo Foa

Kòrach

Numeri 16-1/18-32

Tra i capi della comunità, duecentocinquanta

si adunarono contro Aron e Mosè:

“Perché l’autorità prendete su di voi tutta quanta?

Tutti sono santi e in mezzo a loro il Signore è!”


Mosè li udì e con la faccia a terra si prostrò:

“Domani il Signore farà sapere tutto quanto”,

così a Còrach e a tutta la congrega parlò,

“chi appartiene a Lui e chi è il santo.


Figli di Levi, deh! io vi invoco:

il Dio d’Israele vi ha separati

dalla comunità e ciò vi pare poco?

Per il servizio nel Tabernacolo vi ha chiamati,


vi ha avvicinati a Sé e voi pretendete

che anche il sacerdozio vi sia dato?

E chi è Aron? Perché con lui ve la prendete?”

Quando Mosè, Dathan e Aviram ebbe chiamato,


essi risposero che non sarebbero andati:

“Da una terra stillante latte e miele

per farci morire nel deserto ci hai portati

e vuoi ancora con noi esser crudele?”


Mosè disse al Signore, adirato:

“Non gradire ciò che ti avranno offerto,

io a loro neppure un asino ho levato

e nessuno per causa mia ha sofferto.”


Poi rivolto a Còrach e alla sua gente:

“Porti ciascuno il proprio incensiere,

con quello di Aron contemporaneamente,

con l’incenso e il fuoco lo dovrete avere.”


Quando tutte le genti furono radunate

nello spiazzo che della Tenda è antistante,

il Signore a Mosè ed Aron: “Se vi allontanate,

Io li annienterò in un istante.”


“Dio onnipotente di tutto il creato”,

Mosè ed Aron prostrati con ansietà,

“se un uomo solo ha peccato,

Ti adiri con tutta la comunità?”


Il Signore disse di allontanare la comunità

dalle tende degli uomini che han peccato

e Mosè: “Da ciò saprete che non ho fatto di mia volontà,

ma che è il Signore che mi ha mandato.


Se li vedrete dalla terra ingoiare,

sappiate che Lo hanno oltraggiato.”

Ha appena finito di parlare

che il suolo ai loro piedi si è squarciato.

Alle loro grida tutti fuggivano,

ma dal Signore un fuoco si sprigionò

e coloro che l’incenso offrivano,

duecentocinquanta persone, divorò.


Il Signore disse a Mosè di levare

gli incensieri di quei peccatori

e con le lamiere rivestire l’altare,

come ricordo e premonitori


affinchè da chi da Aron non discenda,

incenso davanti al Signore non sia bruciato,

perché non si ripeta la cosa tremenda

che Còrach e la sua gente ha annientato.


L’indomani tutta la comunità

contro Mosè ed Aron si lamentò.

Il Signore a Mosè: “Levatevi di là

e Io in un istante li annienterò.”


Mosè ad Aron: “Con l’incensiere sull’altare,

poiché lo sdegno del Signore è già iniziato,

col fuoco per il popolo vai ad espiare.”

In tal modo il flagello fu fermato.


Il Signore a Mosè: “Ti venga consegnato

un bastone da ognuno dei capi dei casati,

il nome di ciascuno venga cesellato

e nella Tenda della radunanza sian portati.


Colui che Io avrò scelto sarà

la persona il cui bastone avrà germogliato

ed in questo modo accadrà

che le lamentele avrò placato.”


All’indomani quando Mosè a vedere fu andato,

il bastone di Aron, di cui Levi era il casato,

aveva non soltanto germogliato,

ma prodotto gemme e mandorle maturato.


Ciascuno riprese il suo bastone

e il Signore disse di custodire

quello di Aron come sprone

a che le proteste abbiano a finire.


Il Signore detta ad Aron le prescrizioni per i riti

e per il servizio nella Tenda della Testimonianza.

Sarà aggregata a lui la tribù paterna dei Leviti,

ma dagli arredi sacri e dall’altare staranno a distanza.


Ogni sacrificio che offerto sarà,

cosa santissima, ad Aron apparterrà,

ma nel paese nulla possederà

e non avrà nella terra nessuna eredità.


Dai figli d’Israele, in cambio del servizio prestato,

ai figli di Levi ogni decima sarà data

e quando prenderanno ciò che è stato loro destinato,

una decima della decima verrà per il Signore prelevata.


Quando avranno offerto la parte migliore in ogni senso,

tutto il resto lo potranno consumare a oltranza,

perché costituisce per loro un compenso

per il servizio nella Tenda della Radunanza.

massifoa1@gmail.com