Vaiggàsh: Il santuario fuori di noi e il santuario dentro di noi | Kolòt-Voci

Vaiggàsh: Il santuario fuori di noi e il santuario dentro di noi

Midrash Torà

Giuda gli si fece innanzi e disse (Genesi 44:18):
Ecco i giorni stanno per venire, parola del Signore, in cui l’aratore raggiungerà il mietitore, e il pigiatore di uva lo spargitore delle sementi, i monti stilleranno mosto e tutti i colli si liquefaranno (Amos 9: 13): l’aratore è Giuda, com’è scritto “Attaccherò Efraim al carro, Giuda arerà” (Osea 10: 11) ; il mietitore è Giuseppe, com’è detto: “Ecco che noi stavamo legando i covoni in mezzo al campo” (Genesi 37: 7) ; il pigiatore (dorèkh) è Giuda, com’è scritto: “Poiché io ho impugnato (daràkhti) Giuda come un arco”; lo spargitore di sementi è Giuseppe, che ha trascinato il seme del padre e l’ha fatto scendere in Egitto, com’è detto “io li trascinerò con legami pieni di umanità” (Osea 11: 4). “I monti stilleranno mosto e tutti i colli si liquefaranno”, si parla dei fratelli che hanno affermato: i re discutono tra loro, ma a noi che importa?.
[Nel Midrash Hagadol: “I monti (che) stilleranno mosto” sono i patriarchi e “tutti i colli (che) si liquefaranno” sono le matriarche che imploravano misericordia per i figli”]
Bereshit Rabbà 93: 4
I Maestri si chiedono come sia possibile che l’aratore si incontri con il mietitore, dato che si tratta di operazioni che si fanno in stagioni diverse dell’anno, e quindi deducono che si tratta di un’allusione a Giuda e Giuseppe, che ebbero un ruolo determinante nella famiglia di Giacobbe e nella storia di Israele.

Qual è la caratteristica di ogni fratello e che significato ebbe il ruolo di ognuno di essi nella storia del popolo?

Giuda viene chiamato “aratore” e “pigiatore di uva”: l’aratura ha la funzione di preparare il terreno per la semina e la pigiatura quella di preparare il vino. Giuda ha due caratteristiche che non sono parallele: la capacità di preparare e la forza di occuparsi del prodotto finito.

Da Giuda discenderà David, che rappresenta l’istituzione statale. Quando Israele si troverà sulla sua terra e avrà un re e “ognuno risiederà pacificamente sotto la sua vite e sotto il suo fico”, nello Stato il singolo potrà trovare la realizzazione completa di se stesso soprattutto sul piano spirituale e sociale. Ne trarrà un gran vantaggio la qualità della vita, rappresentata dal vino che non è un alimento fondamentale, ma che, se bevuto nella giusta misura, rende saggi (Sanhedrin 70a), contribuisce alla vita spirituale dell’uomo (viene usato per gli atti di santificazione) e rallegra il cuore dell’uomo (Salmi 104: 15).

Giuseppe è chiamato “mietitore” e “spargitore di sementi”: fornisce il cibo più elementare (i covoni apparsi in sogno), senza il quale l’uomo non può sopravvivere, e trascina padre e fratelli in Egitto dove si trasformeranno in popolo: Israele può anche sopravvivere in esilio a livello individuale, ma non potrà mai avere una vita nazionale e spirituale completa fuori dalla propria terra. I fratelli stanno alla finestra in attesa che Giuseppe e Giuda portino a termine l’opera: sono quella parte del popolo che è oggetto passivo e non attivo della storia ebraica.

Giuseppe e Giuda hanno vissuto e operato come due forze distinte, senza mai incontrarsi. Amos profetizza che vi sarà un tempo in cui finalmente si incontreranno e potranno operare all’unisono. Infatti, bisogna guardare ai due fratelli non soltanto come personaggi storici, ma come simbolo di due modi diversi di operare nella storia di Israele, il primo rappresenta il cosiddetto Messia figlio di Giuseppe, che contribuirà alla formazione del popolo sul piano materiale e preparerà l’avvento del Messia figlio di David. Quest’ultimo non solo riporterà tutto Israele nella sua terra, ma soprattutto lo ricondurrà sulla strada del servizio divino (‘avodath hashem) ricostruendo il Santuario che è fuori di noi, ma anche quello che è dentro di noi.

Scialom Bahbout

(Scritto per la Comunità ebraica di Trani)

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Torà in rima

Massimo Foa

Vaiggàsh

Genesi 44-18/47-27

Giuda disse, dopo essersi avvicinato:
“Permettimi, o signore, di fare un’orazione
senza che tu contro il tuo servo sia adirato,
perché tu sei come il Faraone.

Il mio signore ai suoi servi aveva domandato
se avessero un padre od un fratello.
Rispondemmo: “Un padre vecchio cui un figlio è nato
in età avanzata, ed è giovane quello

ed è lui che predilige nostro padre,
perché da quando suo fratello è venuto a mancare,
è rimasto solo lui della stessa madre. ”
Dicesti: “Perché lo veda, me lo dovete portare. ”

E noi: “Il ragazzo suo padre non può lasciare,
perché se lo lasciasse ne rimarrebbe ucciso. ”
Tu replicasti: “Se non lo potete portare,
voi non vedrete mai più il mio viso. ”

Quando dal tuo servo, mio padre, siam tornati,
gli abbiamo riferito le tue parole, o signore,
e quando a ricomprare ci ha mandati,
gli abbiam risposto con molto malumore:

“Solo se nostro fratello minore verrà
potremo andare, perché altrimenti
quell’uomo più veder non si potrà. ”
Ciò che disse nostro padre, ora senti:

“Voi sapete che mia moglie ha generato
soltanto due figli. Uno è perduto,
penso che da una belva sia stato sbranato,
e fino ad oggi non l’ho più veduto.

Ora volete portarmi via anche questo:
se gli accadesse per caso una sventura,
sareste voi la causa che, vecchio come resto,
finissi la mia vita con iattura. ”

Ora, se io torno da mio padre, tuo servo,
senza che il ragazzo sia con me,
tra le loro vite c’è un tale coacervo
che quand’egli veda che esso non c’è,

i tuoi servi vedrebbero con orrore
la canizie di nostro padre all’istante
scendere sotto terra finita dal dolore.
Giacchè io mi sono fatto garante,

dicendogli alla dipartita:
“Se non lo ricondurrò, colpevole sarò
verso mio padre per tutta la vita. ”
Pertanto io soltanto resterò

come tuo schiavo al posto del ragazzo
e lascia che lui parta con i suoi fratelli,
perché sarei in grande imbarazzo
qualora il ragazzo non fosse con quelli.

Possa io il male non vedere
che avrebbe mio padre per la delusione! ”
Giuseppe non poteva contenere
dinanzi ai presenti l’emozione

e: “Fate uscire tutti”, esclamò.
Così quando riconoscere si fece
dai suoi fratelli, nessuno restò.
Proruppe in pianto e udiron la sua prece

gli egiziani e la casa del Faraone.
Disse ai fratelli: “Io sono Giuseppe;
mio padre è sempre vivo? ” Ma per l’emozione
nessun fratello rispondere a lui seppe.

Allora disse: “A me avvicinatevi. ”
Si avvicinarono. “Io son vostro fratello
che vendeste, ma non addoloratevi,
non vi dispiaccia di aver fatto quello,

perché il Signore avanti a voi mi ha mandato
affinchè voi stessi rimaneste in vita.
Già da due anni la carestia ha affamato,
ma per altri cinque la mietitura è bandita.

Il Signore mi ha mandato qui prima di voi
per assicurarvi la sopravvivenza
e perché per voi, sia data vita poi
ad una numerosa discendenza.

A mandarmi qui non siete stati voi,
ma Dio che al Faraone mi ha ascritto
come padre, della sua casa signore e poi
dominatore su tutta la terra d’Egitto.

Portate presto a mio padre la mia versione:
“Tuo figlio Giuseppe devi ascoltare:
Dio mi ha fatto dell’Egitto padrone,
vieni da me senza ritardare.

Nel paese di Gòscen tu abiterai
coi figli ed i nipoti a me vicino,
con tutto il bestiame che possiederai.
Là io ti manterrò, chè per destino

di carestia ancora cinque anni avrai,
cosicchè in miseria non dovrai cadere
tu, la famiglia, e tutto ciò che hai.
Voi e Beniamino potete vedere

che è la mia bocca che vi sta parlando.
A mio padre tutta la gloria descrivete
che qui in Egitto mi sta onorando,
e ciò che avete visto, e qui lo condurrete. ”

Pianse, di Beniamino il collo stringendo,
e Beniamino stretto al suo collo piangeva.
Poi tutti i fratelli baciò piangendo
e ognuno di loro a lui si rivolgeva.

Nella casa del Faraone si seppe
la notizia di questi avvenimenti,
che erano arrivati i fratelli di Giuseppe,
ed egli e i suoi servi ne furono contenti.

Il Faraone a Giuseppe chiese
di dire ai fratelli: “Le bestie caricate,
riandate di Canaan nel paese,
con vostro padre e le famiglie ritornate.

Della terra d’Egitto il meglio vi darò
e ai cibi migliori avrete diritto. ”
Tu hai l’incarico di dire loro ciò:
“Prendetevi dalla terra d’Egitto

dei carri per le vostre donne e i figlioli,
prendete vostro padre e ritornate.
Son vostre dell’Egitto le parti migliori,
per i vostri beni non vi preoccupate. ”

Così fecero i figli d’Israele
e Giuseppe diede i carri in appannaggio,
agli ordini del Faraone fedele,
e li fornì di provviste per il viaggio.

Diede un cambio di abiti ad ognuno,
ma a Beniamino trecento sicli d’argento
e cinque cambi, di più che a ciascuno.
Mandò al padre dieci asini in schieramento,

carichi dei migliori prodotti d’Egitto
e dieci asine cariche di frumento,
di pane ed altri generi di vitto,
per il viaggio del padre di sostentamento.

Congedò i suoi fratelli e quando andarono,
disse: “Non litigate durante il viaggio. ”
Partiron dall’Egitto ed arrivarono
in terra di Canaan col carriaggio,

dal padre Giacobbe con l’editto
che Giuseppe era ancor vivo e presiedeva
su tutto il territorio dell’Egitto.
Lui rimase freddo perché non ci credeva,

ma quando tutte le cose che Giuseppe
aveva detto, ognun di loro raccontò,
e dei carri per lui mandati seppe,
lo spirito del loro padre si ravvivò

ed Israele disse: “Ora mi basta
che mio figlio Giuseppe viva ancora:
voglio andare a vederlo”, entusiasta,
“prima di andar nell’ultima dimora! ”

Israele tutto ciò che aveva portò
e giunto a Beer Scèva sacrifici offrì
a Dio, che in visione notturna lo chiamò:
“Giacobbe, Giacobbe! ” E lui: “Son qui! ”

Disse: “Io sono Dio, di tuo padre Iddio;
non aver paura in Egitto di andare
perché là farò di te una gran nazione Io,
verrò con te e ti farò tornare;

ti chiuderà gli occhi Giuseppe stesso. ”
Giacobbe partì e i figli d’Israele
posero il padre, bambini e mogli con esso,
sui carri che il Faraone aveva fatto avere.

Il bestiame e tutti i beni presero,
che in terra di Canaan avevano avuto.
Giacobbe e la famiglia in Egitto giunsero:
figli, figlie e nipoti, ognun di loro è venuto.

Le persone in Egitto arrivate,
di Giacobbe diretti discendenti,
oltre alle mogli ai suoi figli date,
in sessantasei furon consistenti;

con i due figli in Egitto nati
a Giuseppe, tutti i componenti
della famiglia di Giacobbe, andati
con lui in Egitto: in settanta consistenti.

Giacobbe, Giuda da Giuseppe mandò,
la via per Gòscen per farsi indicare,
poi alla terra di Gòscen arrivò.
Giuseppe il proprio carro fece attaccare

e incontro al padre Israele si recò,
gli si presentò, al collo gli si gettò deciso
e pianse a lungo. Israele a Giacobbe parlò:
“Ora posso morire, dopo che ho visto il tuo viso,

perché sei ancora vivo. ” Giuseppe parlò
ai suoi fratelli e del padre alla famiglia:
“Vado a informare il Faraone e gli dirò:
“I miei fratelli e di mio padre la famiglia

dal paese di Canaan, sono arrivati:
questi uomini di greggi son pastori,
si occupano di bestiame ed han portati
i loro armenti e tutti i loro tesori. ”

Quando il Faraone vi chiamerà e chiederà:
“Qual è il vostro mestiere? ” Risponderete allora:
“Noi, tuoi servi, dalla nostra tenera età
siamo stati pastori di greggi fino ad ora:

lo furono i nostri padri e noi lo siamo. ”
Ditegli così per avere il diritto
di risiedere nel paese di Gòscen, che per voi reclamo,
perché i pastori sono abominio per l’Egitto. ”

Giuseppe disse al Faraone da cui si era recato:
“Mio padre e i miei fratelli con il loro bestiame
minuto e grosso e tutto ciò che han portato,
da Canaan son giunti a Gòscen nel tuo reame. ”

Poi presi cinque uomini fra i suoi fratelli,
li presentò al Faraone come allevatori.
“Qual è il vostro mestiere? ” Chiese a quelli.
-“Noi come i nostri padri siam pastori. ”

E aggiunsero: “Noi vorremmo per cortesia
abitare qui temporaneamente,
perché in terra di Canaan è grave la carestia
e pascolo per il gregge non c’è più per niente:

aiuta i tuoi servi permettendo
nella terra di Gòscen di abitare. ”
Il Faraone parlò a Giuseppe dicendo:
“Tuo padre e i tuoi fratelli hai visto arrivare.

La terra d’Egitto è davanti a te,
tuo padre e i tuoi fratelli fai abitare
del paese nella parte migliore che c’è;
nella terra di Gòscen possono restare.

Se fra loro degli esperti puoi reperire,
del mio bestiame dagli l’amministrazione. ”
Giuseppe suo padre Giacobbe fece venire
e lo presentò al Faraone.

Giacobbe lo benedì e il Faraone:
“Quanti sono gli anni della tua vita? ”
-“Centotrent’anni di peregrinazione
per una vita breve e ferita,

dei miei padri non ho raggiunto l’essenza
della loro vita errabonda e di fede. ”
Benedì il Faraone e uscì dalla sua presenza.
Giacobbe la sede al padre ed ai fratelli diede,

dando loro in Egitto abitazione
nei terreni di Raamses che eran fra i più belli,
come aveva disposto il Faraone.
Mantenne suo padre e i suoi fratelli

e tutti i familiari: i viveri procurava
secondo il numero dei bamini che c’era.
Tutto il paese di pane mancava
perché la carestia veramente grave era:

sia in Egitto che a Canaan i tempi erano amari.
In cambio del grano che acquistavano,
Giuseppe raccolse tutti i denari
che in Egitto e a Canaan si trovavano

e li versò nelle casse del Faraone.
Quando in Egitto e a Canaan il denaro finì,
gli egiziani da Giuseppe in orazione:
“Dacci da mangiare o dobbiamo morir qui

davanti a te, se il denaro è terminato? ”
E Giuseppe: “Date il vostro bestiame
e viveri in cambio di esso verrà dato,
se il denaro è terminato e avete fame. ”

Essi portarono a Giuseppe il bestiame
ed egli fornì cibo e nutrimento,
liberandoli in tal modo dalla fame,
contro asini, pecore ed ogni armento.

L’anno seguente si presentarono ad esso:
“Non nascondiamo che se è finito il denaro
ed è passato a te, signore, il possesso
del bestiame, a tua disposizione, è chiaro

che rimangon le terre e le nostre persone.
Perché dovremmo morir di consunzione?
Acquista noi e le terre in cambio di annone
e passeremo al servizio del Faraone,

ma dacci semi così che possiam vivere
e il suolo non diventi un deserto. ”
Giuseppe al Faraone fece trascrivere
tutta la terra d’Egitto, perché si era offerto

ciascuno di vendere il proprio campo,
tanto la carestia su di loro infieriva
e la terra passò al Faraone senza scampo.
Egli la popolazione trasferiva

da un’estremità all’altra del paese.
Solo la terra dei sacerdoti non comprò,
perchè essi ricevevano un assegno ogni mese
e non dovettero vendere la terra perciò.

Poi Giuseppe disse al popolo: “Io ho acquistato
oggi al Faraone, voi e le terre che avete.
Seminate la terra coi semi che vi ho dato;
dei raccolti un quinto al Faraone darete,

le altre quattro parti voi avrete
per seminare i campi e per il nutrimento
vostro, dei familiari e dei bimbi che avete. ”
E loro: “Ti dobbiamo la vita! Sii contento,

cercheremo di aver sempre il tuo favore
e saremo servi ubbidienti al Faraone. ”
Giuseppe fu di questa legge il creatore,
fino ad oggi in terra d’Egitto in adozione,

secondo la quale dare si dovrà
al Faraone un quinto dei prodotti.
I campi dei soli sacerdoti in proprietà
del Faraone non furono ridotti.

Israele rimase dell’Egitto nei fondi,
nei terreni di Gòscen rigogliosi.
Furono prolifici e fecondi
e divennero molto numerosi.

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