Vayèshev: governare è assumersi responsabilità, non onori | Kolòt-Voci

Vayèshev: governare è assumersi responsabilità, non onori

Midràsh Torà

“Accadde in quel tempo che Giuda si allontanò (lett. “scese”) dai suoi fratelli e stese la sua tenda presso un uomo di ‘Adullàm, di nome Khirà” (Genesi 38:1).
Rav Shemuèl figlio di Nachman ha iniziato a spiegare (basandosi su Geremia 29:11): “Poiché io conosco i piani che sto progettando sul vostro conto, parola del Signore, piani di pace e non di sventura, per darvi un futuro pieno di speranza. I fratelli erano occupati nel vendere Giuseppe, Giuseppe era occupato nel suo cilicio e nel suo digiuno, Ruben era occupato nel suo silicio e nel suo digiuno, Giacobbe era occupato nel suo cilicio e nel suo digiuno, Giuda era occupato nello sposare una donna, e il Santo, benedetto Egli sia, di cosa si stava occupando? – stava creando la luce del Messia. “In quel tempo accadde ecc”.
Bereshit Rabbà 85
Dopo la vendita di Giuseppe e la sua scomparsa, la famiglia di Giacobbe attraversa un momento di crisi profonda e distruttiva. Giuda si era dovuto allontanare, anzi era stato proprio fatto decadere dal ruolo di guida che gli veniva riconosciuto, perché aveva consigliato di vendere il fratello: la sua indiscussa autorità gli avrebbe consentito di impedire sia l’uccisione che la vendita di Giuseppe ed era quindi sua la responsabilità della disperazione in cui era caduto Giacobbe e della conseguente disgregazione della famiglia.

Ognuno era impegnato a “leccarsi le ferite” che erano la conseguenza del rapporto insano che esisteva all’interno della famiglia, almeno fin da quando Giacobbe aveva dimostrato di preferire Giuseppe rispetto agli altri fratelli. I fratelli erano tormentati dall’idea di eliminare in qualche modo Giuseppe, Ruben da quella del pentimento per aver violato la concubina del padre, Giacobbe stesso per la perdita del figlio prediletto, Giuda caduto in disgrazia cercava consolazione nel matrimonio e nei figli. Una situazione apparentemente senza uscita, perché nessuno era in grado di prendere la minima iniziativa per produrre un cambiamento di rotta.

In questa situazione disperata, accade come “per caso” l’incontro tra Giuda e Tamàr. La storia è nota: allontanato dai fratelli, Giuda sposa una donna cananea che gli dà tre figli: Er, Onàn e Shelà. Giuda cerca poi una sposa per il primo figlio: Er sposa Tamàr, ma muore senza lasciare eredi. Per la legge del levirato, Onàn deve unirsi a Tamàr, ma muore anche lui e Giuda si rifiuta di darle anche il terzo figlio, accampando la scusa che fosse ancora troppo giovane. Ma l’unione con Shelà divenuto adulto tardava a venire e saputo che Giuda era divenuto vedovo, Tamàr intraprende un’azione audace: interpreta in maniera “allargata” l’istituto del levirato e include anche il suocero tra le persone che devono procurare un erede al marito Er. Si traveste e si finge prostituta, offrendosi a Giuda: questi, non avendo di che pagarla, le lascia in pegno il suo sigillo, un drappo e la sua verga. Manda poi un capretto tramite il suo amico di ‘Adullam per pagare e riavere il suo pegno, ma la ricerca della “prostituta” non dà esito positivo. A distanza di circa tre mesi, informato che, pur essendo ancora formalmente legata alla famiglia, Tamàr era incinta, Giuda dichiara che deve essere giustiziata. A questo punto, Tamàr manda a dire: “Io sono incinta dell’uomo cui appartengono queste cose: riconosci a chi appartengono il sigillo…? ”

Ora i due personaggi si fronteggiano: potrebbe essere lei stessa a smascherarlo e rendere pubblico chi è il responsabile della sua gravidanza, ma vuole difendere fino all’ultimo l’onorabilità del suocero, non vuole svergognarlo pubblicamente. Giuda potrebbe sottrarsi alla sfida e far finta di nulla, ma ammette pubblicamente: “Ha ragione (è incinta) da me”.

Non è certamente un caso che il regno di Davide e quindi il Messia siano discendenti di Giuda e Tamàr: di fronte a un momento critico della propria vita, entrambi hanno dimostrato di avere un carattere regale, di essere pronti a rischiare la vita e ad assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. Solo chi ha dimostrato di avere la capacità di sapere controllare se stesso – il territorio più difficile da governare – può avere il merito di regnare sugli altri. Solo chi è in grado di assumersi pubblicamente le proprie responsabilità, anche nel rispetto dell’onorabilità degli altri, rischiando perfino di perdere la vita, può essere la persona che può governare e portare luce nel mondo.

Vehamaskil iavin, e chi ha intelletto, capirà.

Scialom Bahbout

(Scritto per la Comunità ebraica di Trani)

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Torà in rima

Massimo Foa

Vayeshev

Genesi 37-1/40-23

In terra di Canaan, Giacobbe si stabilì,
nel paese in cui suo padre avea abitato.
I fatti accaduti ai discendenti ecco qui:
Giuseppe ai diciassette anni arrivato,

pascolava il gregge con i suoi fratelli
e raccontava ogni lor manchevolezza
al padre che lo amava più di quelli,
perché lui era il figlio della sua vecchiezza.

I suoi fratelli che il loro padre vedevano
preferir lui a tutti indistintamente,
verso Giuseppe avversione provavano
tanto da non parlargli amorevolmente.

Ancor di più ogni fratello si lagna
quando lui un suo sogno raccontò:
“Stavamo legando i covoni in campagna,
quando ognun dei vostri al mio si inchinò. ”

Gli dissero: “Ci vuoi dunque dominare?
Perché di dirci questo tu hai bisogno? ”
Ed ancor più lo presero ad odiare,
quando Giuseppe fece un altro sogno:

“Il sole, la luna e undici stelle,
ognuno davanti a me si prostrava. ”
“Cosa intendi con queste favelle? ”
Suo padre così lo rimproverava.

“Il tuo sogno starebbe a significare
che con tua madre e i tuoi fratelli – che storia!
dovremo innanzi a te venirci a prostrare? ”
E di questo fatto tenne memoria.

Israele disse a Giuseppe di andare
a vedere come stavano i fratelli
che a Scechem erano andati a pascolare.
Ad un uomo chiese: “Dove sono quelli? ”

L’uomo gli rispose: “Non sono più qui,
“Andiamo a Dothan”, li sentii dire. ”
I suoi fratelli, mentre lui veniva lì,
si accordarono di farlo morire.

Si dissero: “Ecco vien chi tanto ha sognato,
lo uccidiamo e in un pozzo lo getteremo.
Diremo che una belva l’ha divorato:
che ne sarà dei suoi sogni vedremo! ”

Ruben disse: “Non togliamogli la vita,
ma gettatelo in un pozzo nel deserto. ”
Perché egli aveva l’intenzione ardita
di salvarlo riportandolo all’aperto.

Gli tolsero la tunica di lana
e lo gettarono in un pozzo asciutto.
Dopo videro una carovana
con i cammelli carichi di tutto.

Giuda disse: “Quale vantaggio abbiamo
se lo uccidiamo e ne celiam la morte?
Orsù invece agli Ismaeliti lo vendiamo
e di un fratello non decidiam la sorte! ”

I suoi fratelli gli diedero ascolto
e per venti monete alienarono
Giuseppe che dal pozzo avevan tolto,
agli Ismaeliti che in Egitto lo portarono.

Intrisero nel sangue di un capretto
la tunica strappata di Giuseppe
e mandato al padre quell’oggetto,
che era di suo figlio egli seppe.

“Una bestia feroce l’ha divorato”
– strappati gli abiti si cinse di un sacco –
“senza dubbio egli è stato sbranato”
e per lungo tempo ne pianse il distacco.

I figli gli offriron consolazione,
ma da nessuno accettarla egli seppe.
A Potifar, ministro del Faraone,
i Medianiti vendettero Giuseppe.

In quel periodo Giuda si recò
da un uomo di Adullam, di nome Chirà
dove la figlia di un cananeo trovò,
la prese e si unì con lei, chiamata Sciùà.

Rimasta incinta tre maschi partorì:
per primo ‘Er, poi Onan e Scelà.
Al primogenito Giuda stesso fornì
una moglie chiamata Tamar, che c’era là.

Ma Er al Signore non era gradito
ed il Signore lo fece morire.
Giuda allora disse a Onan: “Compi tu il rito:
sposa tua cognata e falla partorire. ”

Ma Onan sapendo che la discendenza
sarebbe a suo fratello appartenuta,
si univa alla moglie con prudenza
perché incinta non l’avrebbe voluta.

Spiacquero al Signor quei tentativi vani
così che anche lui fece morire.
Giuda disse a Tamar: “Da tuo padre rimani,
finchè Scelà possa grande divenire”

perché pensò: “Anche lui potrebbe morir qua. ”
Trascorse molto tempo e poi mancò
la figlia della moglie di Giuda Scivà
e lui in Timnà alla tosatura si recò.

Fu detto a Tamar: “Tuo suocero viene
a Timnà, il suo gregge a tosare. ”
Lei i vestiti vedovili non tiene,
si copre con un velo e si va ad adornare,

poi in un luogo in vista si è fermata.
Aveva visto che Scelà era cresciuto
e lei in moglie non gli era stata data.
Giuda la sua nuora non ha riconosciuto,

ma che fosse una meretrice pensò
e dopo che “Vorrei unimi a te” ebbe detto,
lei: “Se vieni da me, che cosa avrò? ”
“Ti manderò dal mio gregge un capretto. ”

In pegno le diede il suo sigillo col cordone
ed il bastone che in mano teneva.
Lei rimase incinta nella loro unione,
e quando l’amico adumallita aveva

portato il capretto per ritirare il pegno,
non avendola trovata, a Giuda dice
che la gente ha asserito con disdegno:
“Qui non c’è mai stata meretrice! ”

Dopo tre mesi notizia viene data:
“Tamar si è prostituita ed è ingravidata. ”
Giuda ordinò che venisse bruciata.
Mentre l’esecuzione è preparata,

ella a suo suocero pone obiezione:
“Sono gravida di chi proprietario è
di questo sigillo, cordone e bastone. ”
Lui li riconobbe e disse: “Lei è meglio di me! ”

In grembo due gemelli lei portava.
Nel parto uno mise fuori una mano
cui la levatrice un filo scarlatto legava
dicendo: “Questo uscito per primo è il più anziano. ”

Ma nacque invece prima suo fratello
e quella disse: “Perché avanti ti sei portato? ”
Lo chiamarono Perets per la violenza di quello,
e dopo nacque l’altro, che Zèrach fu chiamato.

Giuseppe in Egitto fu portato.
Potifar, che ministro del Faraone era
e che dagli Ismaeliti lo aveva comprato,
vide che l’Eterno lo assisteva

e faceva riuscir bene ogni lavoro.
Perciò Giuseppe acquistò il suo favore,
lui gli affidò ogni suo tesoro
e della casa lo nominò curatore.

In grazia di Giuseppe, l’Eterno
la Sua benedizion manifestava
all’egiziano, che gli lasciò il governo
e solo più del cibo si curava.

Giuseppe era bello di forme e di pose.
Per questo gli occhi su di lui posò
la moglie del padrone che propose:
“Giaci con me”, ma egli rifiutò:

“Il padrone di nulla è esecutore,
tutto ciò che possiede mi dà in uso.
In questa casa nessun mi è superiore,
nulla, se non sua moglie, mi è precluso:

come potrei commettere un’azione
così cattiva, peccar contro il Divino? ”
Nonostante ogni sua provocazione,
lui non le voleva neppur stare vicino.

Un giorno che era in casa lavorando
ed ogni servitore era lontano,
lei lo afferrò per il vestito perorando
e lui fuggendo le lasciò il vestito in mano.

Lei chiamò gente e disse loro: “Aiuto!
Mio marito in casa ci ha portato
un ebreo per offenderci! E’ venuto
per giacere con me, ma io ho gridato:

udendomi gridare egli è fuggito,
ma il suo vestito da me ha lasciato. ”
Tenne il vestito finchè tornò il marito:
“Lo schiavo ebreo che tu ci hai portato

per offendermi venne, ma ho gridato:
mi ha lasciato il vestito ed è fuggito. ”
Il racconto della moglie ascoltato,
il padrone da ira vien colpito.

Prende Giuseppe e lo mette in prigione
dove son rinchiusi i detenuti del re,
ma Dio gli dà gratificazione:
egli gradito al capo della prigione è.

Quegli, tutti i detenuti gli affidò,
ogni cosa era lui che la compiva.
Il capo di nulla più si preoccupò
chè con l’Eterno tutto bene gli riusciva.

Dopo di ciò il capo dei coppieri
una colpa verso il re d’Egitto commise.
La stessa cosa fece il capo dei panettieri
e lui nel carcere di Giuseppe li mise,

dove Giuseppe venne incaricato
di servirli mentre erano in prigione.
In una stessa notte i due hanno sognato
sogni diversi con il Faraone.

Giuseppe chiede: “Perché inquieti siete? ”
-“Facciamo sogni che nessun sa interpretare. ”
-“Questa è una cosa che a Dio compete,
vogliatemi dunque raccontare. ”

Il capo dei coppieri a raccontare inizia:
“Sognavo una vite a me davanti,
su tre tralci germogli di primizia
e grappoli d’uva già maturi tanti.

La coppa del Faraone io tenevo,
spremevo l’uva nella coppa del Faraone
e poi al Faraone la porgevo. ”
Giuseppe: “Questa è l’interpretazione:

i tralci son di tre giorni allusione.
Ti fa ritornare fra i suoi ministri
in altrettanto tempo il Faraone
e come in passato la coppa somministri.

Voglia tu di me fare menzione
col Faraone, quale credenziale
al fin di farmi uscir dalla prigione,
giacchè non feci mai nulla di male. ”

Il panettiere a raccontar si appresta,
visto che Giuseppe ha ben interpretato:
“Nel sogno ho delle ceste sulla testa
con dei prodotti, nel cesto più rialzato,

di panetteria per il Faraone
e li mangian sul mio capo degli uccelli.
Giuseppe risponde con l’interpretazione:
“Tre giorni rappresentano i cestelli;

in capo a tre giorni il Faraone
ti impiccherà alla forca e gli uccelli
della tua carne faranno indigestione. ”
Nel terzo giorno, proprio dopo quelli,

il Faraone per il suo compleanno
invita i servitori a banchettare
e fra tutti coloro che ci vanno,
il capo dei coppieri fa rientrare

e impicca il capo dei panettieri,
come Giuseppe aveva interpretato.
Ma non lo ricorda il capo dei coppieri
che invece se ne è dimenticato.

massifoa1@gmail.com