Rav Sergio Josef Sierra z. l. | Kolòt-Voci

Rav Sergio Josef Sierra z. l.

Alfredo Mordechai Rabello

Questa notte, 14 kislev, rav Sierra ci ha lasciati, chiudendo la sua vita terrena in un ospedale di Jerushalaim, circondato dall’affettuosa presenza di moglie, figli, nipoti ed allievi. Rimangono i ricordi, rimane la gratitudine per un Insegnamento costante e profondo.

I miei primi ricordi dell’operato rabbinico di rav Sierra risalgono alla mia infanzia, alla Bologna del primo dopoguerra; il Beth Hakeneset distrutto e via Gombruti 9 e il parallelo vicolo Tintinnaga (oggi via Mario Finzi) ancora pieno di macerie. E’ in questa piccola Comunità distrutta, colpita anche nelle sue persone, che giunge, subito dopo aver conseguito una laurea in filosofia e la laurea rabbinica, il rav Sergio Joseph Sierra con la giovane moglie Ornella.

Rav Sierra comprese che in una piccola Comunità tutta la vita ebraica si svolge attorno al suo rav: dipende da lui se svolgere una attività “formale” attendendo che ci si rivolga a lui oppure se è lui stesso a promuovere le attività cercando di far rivivere lo spirito ebraico; ben si adattava a questa Comunità il versetto del Cantico dei Cantici: “io dormivo, ma il mio cuore era sveglio”, e rav Sierra cercò quindi di far uscire questa Comunità dal suo letargo, con una attività intensissima: iniziarono così le lezioni del sabato pomeriggio e della domenica mattina, ai bambini ed ai ragazzi, le attività del CGE, le ‘rappresentazioni” dei ragazzi in occasione di Chanuccà e Purim. Un posto speciale ebbe l’educazione sionista, dalle lezioni di lingua ebraica al “pensiero” sionista, alla geografia di Eretz Israel.

Una sala, accanto al Beth Hakeneset distrutto, fungeva intanto da sinagoga temporanea, fatta eccezione per il giorno di Kippur, in cui si pregava nella palestra di un liceo cittadino: in questa sala, in una atmosfera semichaluzista, nel freddo inverno bolognese, rav Sierra riusciva a riscaldare l’atmosfera; si pregava con cappotto e guanti, ma nessuno lasciava il Beth Hakeseneset prima che rav Sierra avesse parlato, rincuorando la Comunità, parlando del “lume che non si spegne”.

Riferendosi all’attività del rabbino in una Comunità egli si sarebbe rifatto espressamente al discorso di incoronazione a Vienna del rabbino Chajes; anni più tardi, ormai ricco di esperienza rabbinica a Bologna e Torino, rav Sierra avrebbe scritto su “Il Rabbino nella Comunità – Significato di una presenza” (relazione alla Assemblea Rabbinica): dopo aver sottolineato che il principale pericolo per l’ebraismo è l’apatia degli ebrei verso i problemi ebraici, ritiene che oggi sia “indispensabile che la Comunità promuova un continuo dibattito nel suo seno per misurarsi in ampie e libere discussioni con tutti i problemi della società, esprimendo il punto di vista ebraico, cogliendo la problematica umana in maniera che l’ebreo sia stimolato a riflettere sui problemi, facendo uno sforzo di approfondimento dell’ebraismo onde enuclearne la peculiarità in base alla quale è possibile offrire una risposta ebraica valida nel tempo in cui viviamo…. Indubbiamente gli aspetti sociali, umani della convivenza quotidiana sono gli aspetti più importanti e come tali sono avvertiti dalla generalità delle persone, e non a caso Hillel vide nell’amore del prossimo la quintessenza di tutta la Torah.”

Rav Sierra ha aspirato a farci comprendere che la Torah è una Torah di vita, che non può essere rinchiusa nel solo Beth Hakeneset, ma che deve raggiungere ogni aspetto della vita ebraica, indirizzandola: “Pertanto bisogna fare in modo di evitare quello che definirei la burocratizzazione della religione cioè evitare che il rabbino se ne stia nella sua cattedra in posizione statica e relegato in una funzione che lo limiti semplicemente a negare o consentire ciò che è proibito o permesso dall’Halachah”, rifacendosi all’insegnamento del rav Kook: “ciò che è nuovo deve essere santificato, e ciò che è santo deve essere rinnovato”.

Si trattò del periodo della ricostruzione: Bologna tornò ad avere la carne casher ed ebbe finalmente il suo Beth Hakeneset ricostruito, ma rav Sierra faceva giustamente presente che a poco sarebbe servito l’edificio se non vi avessimo portato i nostri cuori, se esso non fosse divenuto il centro dei giovani; particolarmente famoso rimase l’appello di una sera di Kippur, in cui rav Sierra invitò la Comunità a fare uno sforzo per avere anche a Bologna una scuola ebraica, sottolineando l’importanza del Talmud Torah.

Uno sforzo particolare fece rav Sierra per insegnarci il Valore etico delle Mizvot, secondo il nome di uno dei suoi più famosi libri;”le mizvot dell’ebraismo – mi disse rav Sierra il giorno del mio Bar Mizvah – che da oggi tu dovrai compiere, possono e devono servire ad aiutarti a tenere sempre presente il valore che ha la vita di ognuno di noi che fa parte della società. I doveri dell’ebraismo – se tu li assolverai con chiara coscienza di che cosa essi veramente significano- possono essere per te uno stimolo a fare della tua vita una continua pratica della virtù possono cioè ispirarti sempre sentimenti di onestà in ogni tuo pensiero ed azione.”

Naturalmente la presenza di rav Sierra mi fu particolarmente preziosa quando, pochi anni dopo, decidevo, la prima sera di un Rosh Hashanà, di cercare di divenire shomer mizvot ed ancor più quando, trasferitosi ormai rav Sierra a Torino, venivo chiamato come capo culto della Comunità di Mantova (1961-64). Erano quelli anni per me particolarmente impegnativi: si può dire che incominciavo a mettere in atto quanto avevo appreso, rendendomi sempre più conto del dovere di proseguire a studiare. Il Magistero torinese gli permise anche di essere alla direzione del Collegio Rabbinico Margulies e anche la cattedra di ebraico all’Università di Genova va vista nell’ottica del Maestro che vuole contribuire alla diffusione delle opere ebraiche.
Significativa, infatti, la qualità delle opere da lui tradotte, tutte di classici della Torà: rav Sierra ha infatti tradotto il commento di Rashì a Shemot (Esodo), con note esplicative, opera fondamentale per chi voglia conoscere il più autorevole commento ebraico alla Torà; il Keter Malchut (La corona regale di Ibn Ghebirol), “poema religioso di rara intensità drammatica” che nelle Comunità sefardite si usa leggere dopo la tefillà serale di Yom Kippur e il Chovot Halevavot (Doveri dei cuori) di Rabbì Ibn Paquda, vero e proprio Shulchan Aruch della morale ebraica.

Il fatto che non pochi allievi di quegli anni ci siamo ritrovati a vivere in Erez Israel, contribuendo ognuno di noi in diversi campi alla vita ed alla ricostruzione del Paese assieme ai suoi figli, è certamente uno dei segni migliori che l’insegnamento del nostro Morè è stato recepito nei nostri cuori: anche qui, appena arrivato in Israele, ha creato il gruppo del “mifgash haitalkim” per permettere di approfondire vari aspetti del nostro Ebraismo.

Caro rav Sierra, non solo Ti abbiamo apprezzato, ma anche Ti abbiamo molto amato; Tu ci hai insegnato ad accogliere il Volere divino con la berachà: Baruch Dayan haemet. Cercheremo di essere degni del Tuo insegnamento, di cui Ti saremo sempre infinitamente grati: far vivere la Torà nei nostri cuori. Il tuo allievo.

Dalla Newsletter L’Unione informa – 1 dicembre 2009