Vayetzè: il lievito di Israele | Kolòt-Voci

Vayetzè: il lievito di Israele

Midrash Torà

“Genesi 28: 12: (Giacobbe) Fece un sogno ed ecco che una scala poggiava per terra e la sua cima arrivava fino al cielo, e gli angeli di Dio vi salivano e scendevano. Ed ecco il Signore poggiava su di essa e disse: Questi sono gli angeli che rappresentano le nazioni del mondo. Ciò ci insegna che il Santo, benedetto Egli sia, mostrò al nostro padre Giacobbe l’angelo di Babilonia che saliva e scendeva, quello della Media che saliva e scendeva, l’angelo della Grecia che saliva e scendeva, quello di Edòm (Roma) che saliva e scendeva.
Il Santo, benedetto egli sia, disse a Giacobbe: Giacobbe! Perché tu non sali?
In quel momento Giacobbe nostro padre ebbe paura e disse: Così come questi (dopo una salita avranno) una discesa, così anch’io avrò una discesa?
Gli disse il Santo, benedetto Egli sia: Se tu salirai, non scenderai. Ma non ebbe fiducia e non salì.
Gli disse il Santo, benedetto Egli sia: Se tu fossi salito e avessi avuto fiducia, non saresti mai sceso, ma dato che non hai avuto fiducia, allora i tuoi figli saranno sottoposti a queste quattro nazioni in questo mondo.
Gli disse Giacobbe: Ma sarà così per sempre?
Gli rispose il Santo, benedetto Egli sia (Geremia 30: 10): “Non temere, o Giacobbe servo mio, e non aver paura Israel, poiché io ti salverò da (un paese) lontano e i tuoi discendenti dalla terra del loro esilio – dalla Gallia, dalla Spagna e dalle terre vicine – e Giacobbe tornerà a vivere tranquillo e sicuro, senza che qualcuno gli incuta terrore. Poiché io sono con te, parola del Signore, per salvarti. Io distruggerò tutte le nazioni, dove ti ho disperso, ma non ti distruggerò del tutto…”, ma ti farò soffrire per liberarti dalle tue colpe e per purificarti.
Midrash Tanchumà Bereshit 28. 12- 13.
Il sogno della scala è stato interpretato in mille modi. Ecco solo alcune delle domande, cui si è cercato di dare una risposta: qual era lo scopo del sogno? Cosa si deve intendere per “angeli di Dio”? Cosa significa che gli angeli salivano e scendevano? Perché l’ordine non è, come ci si aspetterebbe, il contrario (scendevano e salivano)? Cosa significa il Signore stava su di essa (‘Alav, in ebraico potrebbe essere riferito sia alla scala che a Giacobbe)?

Rashi sostiene che la scala fosse il punto di passaggio tra la terra d’Israele e la Diaspora: gli angeli, i pensieri, le energie che lo avevano sostenuto nel suo impegno in terra di Israele, sarebbero stati diversi da quelli che avrebbero dovuto accompagnarlo nella Diaspora.

Accanto alle varie interpretazioni filosofiche e mistiche, il Midràsh dà una visione diversa di questo sogno. Per il Midràsh, la scala riproduce simbolicamente la storia dell’umanità e gli angeli rappresentano il genio delle singole nazioni che salgono sul palcoscenico della storia, per poi discenderne dopo un periodo di successi e di splendore.

Il Signore invita Israele a entrare nel ciclo della storia del mondo, ma Israele rifiuta questo invito in quanto comporterebbe il destino toccato a tutti i popoli, un decreto al quale nessuno può sfuggire. Il Signore allora lo ammonisce dicendo che Israele, pur avendo una parte nella storia del mondo, si sarebbe comunque salvato dal destino toccato agli altri popoli. Qual è il senso dell’affermazione che Israele non sarebbe più sceso se fosse salito? Può Israele sfuggire alle regole che valgono nell’arena della storia, dove le nazioni salgono e scendono dopo aver mietuto successi e subito sconfitte?

Certamente non è questo il senso del Midràsh. Israele non ha diritti diversi, superiori a quelli degli altri popoli, ma ha ricevuto un mandato metastorico per svolgere una missione che si svolge nella storia: introdurre nella storia un’altra legge, la legge del patto, un patto tra i popoli che deve portare a sconfiggere l’altra legge che caratterizza la storia, cioè il dominio di un popolo su un altro popolo.

La missione assegnata a Israele è quella di essere, come dice Martin Buber (1), il lievito nell’impasto, cosa che non può essere realizzata influenzando le singole persone attraverso il proselitismo e l’apostolato delle genti, ma in accordo e nel rispetto delle caratteristiche nazionali e storiche di ogni popolo: realizzando il patto nella vita storica del popolo, Israele arriva a realizzare concretamente il messianesmo nella storia, così come profetizzano i profeti di Israele.

Di fronte alla missione che gli è stata assegnata, Israele si tira indietro, motivo per cui vengono decretati l’esilio e l’asservimento: quando sarà purificato dalle sue colpe, Israele potrà tornare a sviluppare liberamente la sua missione nel mondo, ma non solo nel senso di tornare a essere padrone del suo destino politico e storico, ma nel senso di avere la libertà per realizzare la sua vera missione.

Scialom Bahbout
(1) Cherut vej’ud – libertà e missione, in Teudà vej’ud di Martin Buber, vol. I Gerusalemme 5720, pag. 215 – 217)

(Scritto per la Comunità ebraica di Trani, Shabbatòn 10 – 12 Kislev 5770, 27-29 novembre 2009)

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Torà in rima

Massimo Foa

Vayetzè

Genesi 28-10/32-3

Giacobbe che a Charan era diretto,
al tramonto si fermò per pernottare.
Prese delle pietre come letto
e le mise sotto il capo per riposare.

Fece un sogno in cui, posata al suolo,
giungere al cielo una scala vedeva.
Gli angeli andavano su e giù da ogni piolo
e c’era anche il Signore che diceva:

“Sono il Dio di Abramo e di Isacco, senti:
la terra su cui tu ora riposi,
la darò a te e ai tuoi discendenti
che come la polvere saranno numerosi.

Ti espanderai ad occidente e a oriente,
a nord e a sud, e nella tua discendenza
ogni nazione benedetta si sente.
Ovunque andrai avrai la Provvidenza,

in questo paese ti ricondurrò,
tutto ciò che ho detto avrai senza timore.”
Giacobbe destatosi disse: “Oh!
Io non sapevo, ma qui c’è il Signore!”

Poi disse, preso da venerazione,
“Questa è la casa di Dio, porta del cielo.”
La pietra su cui riposò, con devozione,
pose come monumento a stelo.

Fece un voto in quel luogo, che Beth-El chiamò:
“Se Dio mi proteggerà in questo viaggio
e alla casa di mio padre salvo tornerò,
questa pietra sarà di Dio retaggio.”

Vide poi un pozzo, lungo il cammino
dove le pecore erano abbeverate.
I pastori erano di Cheran, lì vicino:
“Vien qui una figlia di Labano, pensate!”

Quando vide Rachele arrivare
con il gregge di Labano, Giacobbe
scoprì il pozzo e lo fece abbeverare,
e poi commosso la cugina conobbe.

Labano lo baciò e in casa lo ospitò.
Dopo un mese gli disse: “Sei parente,
ma il compenso che vuoi io ti darò,
chè non devi lavorar gratuitamente!”

Lea e Rachele eran figlie, questa e quella.
Mentre la prima aveva gli occhi spenti,
Rachele era di aspetto attraente e bella
e per lei Giacobbe provava sentimenti.

“Per Rachele sette anni ti servirò.”
L’amava tanto che per questa cosa
a Giacobbe breve periodo sembrò,
ma poi Labano, Lea gli diede in sposa,

dicendo che non era cosa bella
il dar marito per prima alla minore:
“Potrai avere anche l’altra sorella,
se per altri sette anni sarai mio servitore.”

Da amor per Rachele, Giacobbe è rapito,
ma Lea con l’aiuto del Signore
partorisce quattro figli al marito,
mentre Rachele, che di gelosia ne muore,

chiede a Giacobbe di unirsi alla sua ancella:
“Sarà come se partorissi io.”
Due figli infatti lui ebbe da quella
e Rachele di ciò ringraziò Iddio.

Due figli ebbe poi dalla serva di Lea
e Lea stessa altri tre figli fargli seppe
ed alla fine di questa epopea,
Rachele concepì e partorì Giuseppe.

Quando la nascita di Giuseppe apprese,
Giacobbe a Labano: “Lascia ch’io vada via
per tornare a casa mia, nel mio paese.”
-“Quale compenso per te vuoi che ci sia?”

-“Non mi dar nulla, sola mia mercede
saran gli agnelli striati e macchiati
ed ogni capra bruna che si vede,
che solo d’ora in poi saranno nati.”

Giacobbe collocò in ogni stagno,
davanti agli occhi delle bestie in calore,
rami di pioppo, di mandorlo e castagno,
scortecciati per rivelarne il candore.

Così quelle femmine partorivano
animali striati e punteggiati
che suo patrimonio costituivano
ed i suoi greggi erano aumentati.

Giacobbe udì i figli di Labano con fiele
dir che era alle spalle del padre il suo tesoro,
perciò mandò a chiamare Lea e Rachele
presso il gregge, in campagna, e disse loro:

“Voi sapete che vostro padre ho aiutato
con tutte le mie forze e dedizione
e lui mi ha ingannato ed ha cambiato
per dieci volte la mia retribuzione.

Ma Dio mi ha aiutato e mi ha protetto
e vuol che torni alla mia terra natia.”
Rachele e Lea: “Fai ciò che Dio ti ha detto
e noi siam pronte con te a venir via.”

Mentre Labano il suo gregge era a tosare,
Rachele rubò gli idoli e Giacobbe issò
figli e mogli sui cammelli, senza avvisare,
e con tutti i beni ed il bestiame se ne andò.

Quando seppe che Giacobbe era fuggito,
Labano per sette giorni lo inseguì,
finchè sul monte Ghil’ad fu risalito
e con i suoi parenti si accampò lì.

“Ti avrei lasciato andare in allegria,
perché sei fuggito segretamente?
Di sicuro provavi nostalgia,
ma ti sei comportato stoltamente:

sarebbe in mio potere danneggiarti,
ma il Signore mi ha detto di evitare
né in bene né in male di parlarti.
Ma perché gli idoli hai voluto rubare?”

Che proprio Rachele fosse stata
Giacobbe non avea saputo mai
e gli rispose: “Verrà ammazzata
la persona da cui li troverai!”

Rachele nel cuscino del cammello
avea nascosto gli idoli rubati,
poi si era seduta sopra quello
così che Labano non li avrebbe trovati.

Del sospetto di Labano adirato,
Giacobbe: “Che crimine ho commesso?
Dei tuoi oggetti che cosa hai trovato?
Perché adirato mi sei venuto appresso?

In casa tua sono stato vent’anni:
le tue capre non hanno mai abortito,
di ogni furto subìto ti ho rifuso i danni,
l’arsura di giorno e di notte il gelo ho subito.

Per le tue figlie quattordici anni
ho lavorato e per il tuo gregge sei,
tu mi hai ricompensato con inganni
dieci volte cambiando i compensi miei.

Se da Dio non avessi avuto assistenza,
senza aver nulla da te sarei partito,
ma il Signore ha visto la mia sofferenza
e per questo ieri sera ti ha ammonito.”

Labano disse a Giacobbe in risposta:
“Alle figlie e ai figli miei non voglio affatto
proprio io far del male a bella posta,
vieni dunque e io e te stringiamo un patto.”

Giacobbe fece erigere una stele.
Labano disse: “L’Eterno vigilerà
che l’uno all’altro resterà fedele
anche quando la distanza ci separerà.

Tu le mie figlie tratterai degnamente
e questa stele non attraverseremo
per farci male vicendevolmente.
Offriamo un sacrificio, poi mangeremo.”

Labano al mattino baciò e benedì
i suoi figli e le figlie prima di partire.
Giacobbe il suo viaggio proseguì
e vide gli angeli incontro a lui venire.

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