Vivere e non sopravvivere | Kolòt-Voci

Vivere e non sopravvivere

Il discorso d’insediamento del nuovo Rabbino capo di Modena seguito da una breve nota di quello di Roma. Forse le “piccole comunità” sono solo quelle morenti che continuano a investire solo in musei e cimiteri?

Rav Beniamino Goldstein

Il mondo ebraico in Europa, prima dell’immane catastrofe che lo sommerse, non era costituito solamente dai grandi centri ebraici siti nelle principali città, ma da una miriade, una galassia di piccoli centri sparsi in immenso territorio nei quali esisteva un ebraismo vivo e pulsante.

Questo fatto accomunava tutti i principali paesi europei, e tra essi anche l’Italia, nella quale possiamo trovare tracce di una presenza ebraica nei più piccoli centri nei quali gli ebrei si radunavano attorno allo loro scola o al loro oratorio, luogo nel quale studiano, pregavano e gioivano o tentavano di sopravvivere, secondo le fortune o le sfortune dell’epoca.

In presenza di un simile fenomeno ci si può domandare quale fosse la formula attraverso la quale per tanto tempo questi centri ebraici non solo sopravissero ma addirittura fiorirono e seppero creare un simile mondo ebraico?

Un ulteriore domanda che ci possiamo porre è se questo modello fosse destinato irrevocabilmente al declino e alla scomparsa, anche senza l’azione nefasta di distruzione totale e capillare messa in opera da un regime ed un ideologia di pazzi?

Questa domanda non è soltanto una domanda storica ed accademica, ma ci può far riflettere anche sulla situazione odierna: un simile schema di comunità è attualmente proponibile o è soltanto, nei posti nei quali esiste, una testimonianza di un passato sì glorioso, ma inevitabilmente destinato alla scomparsa a favore di grandi centri ebraici nei quali è più facile incontrarsi, organizzare attività di studio, di culto, di riunione?

Quale contributo possono darsi reciprocamente i grandi centri ebraici e i piccoli, ultimi rifugi di testimonianze ebraiche radicati nel territorio?

Questa domanda me la pongo non soltanto come rabbino di una Comunità con un glorioso passato, Comunità che attraverso i suoi grandi Maestri seppe illuminare non soltanto l’ebraismo italiano, ma seppe anche varcare i confini di questo mondo con personaggi della grandezza di Rabbi Ishmael haCohen autore del famoso Responsa Zera Emet. Infatti parlando della oratorio di rito tedesco di questa Comunità, così esso viene descritto ” Questa scuola non è altro che la celeberrima nostra Yeshivà (accademia) del tedesco, la quale per più di tre secoli, fu riguardata dal giudaismo mondiale, come autorevolissima Accademia, ai cui responsi illuminati riccorevasi persino da Gerusalemme “.

Me la pongo anche come ebreo proveniente da una comunità, definata media, ma numericamente anch’essa piccola se confrontata con altre realtà ebraiche maggiori in Italia ed in Europa.

Il Talmud riporta un’interessante discussione tra due grandi Saggi d’Israele, Rabbi Akiva e Rabbi Tarfon; la domanda riguardava l’ordine d’importanza nell’ebraismo del talmud e del maasè. Il talmud è lo studio, mentre il maasè è l’azione. Quale dei due elementi è il più importante? Rabbi Tarfon sosteneva che le azioni, i comportamenti dell’uomo sono prevalenti in confronto allo studio, mentre l’opinione di Rabbi Akiva era che lo studio, la conoscenza prevale sull’azione.

Dopo d’aver portato le due opinioni, il Talmud ci presenta l’opinione della maggioranza dei Maestri su questa dotta discussione, il vox populi dell’accademia sull’argomento: i saggi appoggiarono l’opinione di Rabbi Akiva. Qual’era la loro motivazione? Atalmud gadol shemevi lide maasè, lo studio è considerato tra i due l’elemento prevalente, poiché quest’ultimo è considerato la premessa indispensabile per poter avere coscienza e responsabilità sulle proprie azioni.

Per meglio comprendere e percepire l’importanza di questo confronto, dobbiamo illustrare lo sfondo storico dell’epoca nel quale avviene.

Un dato apparentemente marginale, ma sostanzialmente rivelatore dell’atmosfera storica nella quale avviene questo confronto può aiutarci in questa ricerca: il talmud rivela che la discussione avvenne in una soffitta (alià) nella città di Lod in Israele.
Di solito il testo talmudico è restio nel rivelarci questo tipo di particolari insignificanti, quindi perché in questo caso si spinge a rivelarci questo ?

L’epoca in cui questo avviene è l’epoca della rivolta ebraica di Bar Cochvà, dal 132 al 135 dell’era volgare, contro il potere romano che allora dominava in terra d’Israele .

Epoca molto oscura, nella quale per poter finalmente domare un popolo che non era disposto a rinunciare alla propria identità e peculiarità religiosa e culturale, vennero proibite tutte le manifestazioni di appartenenza a questa fede.

Quindi anche una simile discussione dei saggi d’Israele, doveva essere presa in un luogo nascosto, lontano dagli occhi di un potere ostile.

I Saggi di questo periodi si trovarono di fronte ad una grave decisione: lo studio, la conoscenza della legge ebraica ha una basilare e fondamentale importanze nella formazione dell’ebreo, però una sua manifestazione pubblica o anche privata poteva portare ad uno scontro con il potere, mettendo forse a repentaglio la vita di coloro che studiavano e probabilmente di anche tutti coloro che in modo o nell’altro li fiancheggiavano, fornendo loro riparo ed assistenza: quindi in questo caso forse si sarebbe dovuto rinunciare a riunirsi o in generale a studiare per non mettere in pericolo delle vite umane.

Quindi forse era il caso di interrompere temporaneamente questa tradizione, questa innata vocazione del popolo ebraico per poter sopravvivere fino a poter arrivare a dei tempi migliori, perché in fondo non si trattava compiere delle azioni di trasgressione alla legge, ma soltanto di non approfondire le proprie conoscenze in materia. Opinione direi ragionevole e assolutamente condivisibile, e questa probabilmente era l’opinione del saggio da noi citato prima, Rabbi Tarfon.

Ma Rabbi Akiva, ed a maggioranza così decisero anche i Saggi d’Israele, ritenne che lo studio e la conoscenza della legge per gli ebrei non erano un precetto come tutti gli altri, essi sono il pilastri e l’architrave sul quale tutto l’edificio si regge, perché questi regolano le azioni, e togliendo questi sarebbe crollato tutto l’edificio del ebraismo.

Pur valutando le gravi conseguenze che potevano scaturire da questa decisione, la decisione di continuare a studiare ed a approfondire le proprie conoscenze della legge ebraica, non ci si poteva esimere dal prenderla, ed a continuare la catena di approfondimento e di conoscenza della legge mosaica.

Lo studio porta alla conoscenza, questa porta alla coscienza di quello che si è e si dovrebbe essere e questo a sua porta alla volontà di proseguire e far vivere una tradizione millenaria.

Non è forse un caso che la yeshivà del tedesco, questa accademia che abbiamo citato nel discorso del rabbino Mantovani riportato sopra, alla quale arrivavano domande persino da Gerusalemme, si trovasse proprio a Modena.

Se noi andiamo a vedere l’ubicazione delle grandi yeshivot o accademie talmudiche nei luoghi che furono il centro culturale dell’ebraismo in Europa prima della guerra, possiamo notare che esse non si trovavano nei grandi centri metropolitani, Varsavia Vienna o Budapest, bensì in città di dimensioni più contenute, e proprio in questi posti in cui esisteva una tranquillità o un saper vivere, città a misura d’uomo, come lo potremmo chiamarle oggi, si svilupparono le condizioni ideali per poter costruire questi posti che furono dei fari per il mondo ebraico.

Anche oggi in Israele, negli Stati Uniti e in Europa, dei centri di studio e di vita ebraica portano i nomi di queste città.

Fin dai miei primi approcci con i rappresentanti di questa comunità, mi è stato chiaro che esisteva una volontà di far vivere questa keilà, questa congregazione e non soltanto di sopravvivere, dimostrando che l’antica e gloriosa tradizione di questa comunità esisteva ancora.

Ringrazio tutte gli ospiti, i miei colleghi Rabbini, le autorità civili presenti, e infine il consiglio e i membri di questa comunità per avermi dato la loro fiducia e l’opportunità di diventare il loro Rabbino.

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Massa critica

Riccardo Di Segni – Rabbino capo di Roma

Quando fu studiata la reazione che avrebbe portato da una parte alla bomba atomica e dall’altra all’impiego pacifico dell’energia nucleare fu chiaro che senza una “massa critica”, cioè una minima quantità sufficiente di combustibile nucleare, non sarebbe stato possibile innescare la reazione a catena. Il concetto di massa critica è stato trasportato allo studio di fenomeni sociali, fino a quelli religiosi. Secondo l’opinione prevalente sembra che senza una quantità sufficiente di ebrei in un determinato luogo non sia possibile garantire la sopravvivenza della comunità. Sembra. Ma è vero?

Ieri a Modena è stato insediato il nuovo rabbino capo, rav Beniamino Goldstein. Gli ebrei iscritti a Modena sono ottanta. Una cifra che in altri luoghi sarebbe considerata trascurabile o perlomeno destinata inevitabilmente all’estinzione. Eppure gli 80 ebrei modenesi hanno un regolare minian ogni shabbat. E ora anche un rabbino capo stabile. E non si piangono addosso. Quale è la massa critica della sopravvivenza ebraica?

Nota tratta da L’Unione Informa