Le dieci domande e la risposta di Roth | Kolòt-Voci

Le dieci domande e la risposta di Roth

Quando la grande letteratura anticipa l’attualità

di Sergio Luzzatto

La casa editrice Einaudi ha ripubblicato da poco, nella collana dei tascabili, Lo scrittore fantasma di Philip Roth (1979): il primo romanzo dello scrittore americano dove campeggi la figura di Nathan Zuckerman, l’alter ego del romanziere stesso, lo spendido e infame suo doppio. È una lettura (o rilettura) consigliata per tutti gli appassionati di Roth, ma anche – più sorprendentemente – per chiunque si sia appassionato altormentone delle dieci domande che “Repubblica” aveva fatto da tempo a Silvio Berluseoni, e alle quali quest’ultimo sostiene di avere risposto nel recentissimo libro di Bruno Vespa, Donne di cuori.

Nel romanzo di Roth il giovane Zuckerman, colpevole di avere dato, nel suo racconto d’esordio, una rappresentazione poco edificante della società ebraica di Newark, si vede sottoporre dal sussiegoso giudice Leopold Wapter («l’ebreo forse più ammirato della città dopo il sindaco Meyer Ellenstein e il rabbino Joachim Prinz») una lista di dieci domande. Domande insieme allusive e inquisitive, che tendono a determinare, in sostanza, il grado di ortodossia dell’ebraismo di Zuckerman. E che, nella loro trasparente capziosità, contengono giù la risposta: Nathan Zuckerman non è un buon ebreo.

Con infinito scandalo del suo ambiente d’origine, il giovane Zuckerman si ostina a non rispondere alle dieci domande del giudice Wapster. Rifiuta di essere trattato come un antisemita per il solo fatto dir appreseritare in modo severo gli ebrei di Newark. Soprattutto, rifiuta la forma retorica di quelle domande: rigetta l’idea che possa essere libero un botta e risposta in cui, attraverso il modo stesso di formulare il questionario, l’interrogante costringe l’interrogato ad ammettere ipso facto la propria colpevolezza.

Fatte salve tutte le differenze (enormi, ovviamente) fra la condizione del personaggio fittizio Nathan Zuckerman e quella del nostro vero presidente del Consiglio; fatta salva tutta la distanza (siderale, evidentemente) fra le responsabilità di uno scrittore verso i suoi lettori e quelle di un premier verso i suoi concittadini, c’è comunque da chiedersi quanto vi fosse, nelle famose dieci domande di Repubblica, dello stile inquisitorio del giudice di Roth, che conosce le risposte prima ancora di averle ricevute.

Con una campagna di stampa indubbiamente efficace, Repubblica è riuscita a trasformare in un caso internazionale il rifiuto di Berlusconi di rispondere a domande indubbiamente capziose. «Non trova grave che lei abbia ricompensato con candidature e promesse di responsabilità le ragazze che la chiamano “papi”?». «Lei ritiene di potersi ancora candidare alla presidenza della Repubblica? E, se lo esclude, ritiene di poter adempiere alla funzione di presidente del Consiglio?». Domande come queste non sono il trionfo di un giornalismo rimasto libero sotto la cappa di piombo del regime herlusconiano: sono domande truccate, che non meritavano altro – forse – che le risposte truccate fornite ora da Berlusconi a Bruno Vespa.

Nello Scrittore fantasma di Roth, la grandezza di Zuckerman consiste proprio nell’ostinazione con cui il giovane letterato rifiuta di rispondere alle domande del giudice: per una questione di principio, per disconoscere la legittimità del metodo inquisitorio. Fino a qualche giorno fa, un avvocato del diavolo avrebbe potuto sostenere che anche la grandezza di Berlusconi consisteva nell’ostinazione con cui il vecchio politico rifiutava di rispondere alle domande di un giornale: per affermare quella stessa questione di principio.

Ma adesso che Berlusconi (con la benevola complicità del solito Vespa) ha fatto finta di rispondere, cosa ci resta? La vittoria di Repubblica ricorda la classica vittoria di Pirro: il quotidiano ha ottenuto dieci risposte altrettanto fumose di quanto erano tendenziose le dieci domande. Non per questo Berlusconi ha ragione di andar fiero. Troppe cose, nello stile della sua vita pubblica e privata, lo fanno simile allo Zuckerman peggiore: quello che Philip Roth ha lasciato invecchiare tanto male, fra deliri d’onnipotenza e fantasmi d’impotenza.

Il Sole 24 Ore – 8/11/2009