Un giorno di intimità per Israele | Kolòt-Voci

Un giorno di intimità per Israele

L’ultima festività del calendario ebraico secondo la Torà

Scialom Bahbout

La festa di Sheminì ‘atzèret–Simchàt Torà che segue la festa di Sukkoth, nonostante sia considerata una festa a parte (reghèl bifnè ‘atzmò) non gode di una sua identità specifica e, da quasi tutti, viene assimilata a Sukkòt. Così facendo, si perdono i significati che, secondo i Maestri, ha questa festa che chiude le feste dell’anno ebraico, secondo la Torà. Vediamo di individuare alcuni di questi aspetti partendo proprio dal nome della festa – sheminì “ottavo”, in rapporto ai sette giorni della festa precedente; hag, in rapporto anche con le altre feste e altre occasioni festose;’atzèret, in rapporto ai diversi significati della parola – e fondando la nostra analisi su alcuni midrashìm riportati nella Pesiktà.

Soffermiamoci su ‘atzèeret, la parola più ambigua e problematica:

L’ottavo giorno sarà per voi ‘atzèret. Rabbì Judàn a nome di rabbì Itzhàk: per tutto il tempo che Israel si trattiene (me’atzerìn) nelle sinagoghe e nelle case di studio, il Santo, benedetto Egli sia, trattiene la sua presenza tra loro. E qual è il motivo? “Permettici di trattenerti (a casa nostra) e ti prepareremo un capretto” (Giudici 13, 15), rabbì Chagài a nome di rabbì Itzhàk: per tutto il tempo che Israel si riunisce (mikavvìm) nelle sinagoghe e nelle case di studio il Santo, benedetto Egli sia, unisce (mikavvè) la sua presenza alla loro. Per qual motivo? “Ho posto la mia speranza (kavvò kivviti) nel Signore ed Egli si è chinato verso di me con grazia” (Salmi, 40).

Per rabbì Itzchak la parola ‘atzèret ha due possibili significati tramandati dai suoi due allievi rabbì Judàn e rabbì Chagai: l’atto di trattenere oppure quello di riunire (anche oggi ‘atzarà significa “riunione”). Nel primo caso l’accento è posto sul singolo, in quanto basta che una sola persona si trattenga nella casa di studio perché la shechinà (immanenza divina) continui a essere presente; nel secondo, l’accento è posto sulla collettività e sulla sua forza. L’immagine usata è quella del mikvè (invaso purificatore di acque): infatti, mentre una singola goccia non rende puri, l’insieme delle acque del mikvè purifica.

Un altro midrash si sofferma sul rapporto tra i sette giorni di sukkòt e l’ottavo giorno.

L’ottavo giorno sarà per voi ‘atzèret. Un re fece una festa e per tutti i sette giorni del banchetto una matrona faceva cenni agli abitanti del palazzo dicendo: “Fin tanto che il re si occupa di cose piacevoli, chiedete ciò di cui avete bisogno”. Dato che non avevano capito, la matrona li trattenne per un altro giorno. Allo stesso modo, per tutti i sette giorni della festa di Sukkot, la Torà manda cenni a Israele dicendogli: “Chiedete al Signore la pioggia”. Sappi che è proprio così: la Torà accenna al nissùch hamàim (versamento o libagione dell’acqua) che veniva fatto nella festa di Sukkoth e, dato che loro non l’avevano capito, li trattenne per un altro giorno. Perciò è stato necessario che il testo dicesse: “E l’ottavo giorno sarà ‘atzèret per voi”. (Nei sei giorni precedenti il testo della Torà recita: E il secondo giorno… E il settimo giorno… etc., mentre nell’ottavo giorno manca la congiunzione E, come a significare che si tratta di una nuova festa diversa dalla precedente)

Ha detto rabbì Alexàndri: un re fece una festa; per tutti i sette giorni del banchetto, il figlio del re si affaticò occupandosi degli ospiti e, appena finirono i sette giorni del banchetto, il re disse a suo figlio: “Ora tu e io faremo festa per un giorno e non ti costringerò ad affaticarti molto Prendi un gallo e una porzione (litra) di carne. Allo stesso modo, Israele, nei sette giorni del banchetto, è impegnato a presentare i sacrifici per le settanta nazioni del mondo, affinché possano stare in pace; ma, appena finiti i sette giorni di festa, il Santo – benedetto Egli sia – disse a Israel: “Io so che per tutti i sette giorni della festa eravate occupati nel presentare i sacrifici per le nazioni del mondo, ma ora voi e io faremo festa insieme e non vi farò affaticare molto, perché (dovrete presentare) un solo toro e un solo montone. Quando Israele ascoltò queste parole, cominciò a lodare il Santo, benedetto Egli sia, dicendo: “Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso” (Salmi, 118:24)

Secondo rabbì Alexandri, Dio può essere servito, seppure in modo diverso, sia dal singolo che dalla collettività, ma ci sono altri aspetti legati al luogo e alla situazione. Durante Sukkòt, l’ebreo abbandona la sua casa per entrare in una casa precaria, una capanna, e questo per indicare che, nel mettersi sotto la diretta protezione divina, abbandona le proprie occupazioni mondane e si concentra sul mondo spirituale. Questa decisione è possibile solo in quanto Sukkòt segue il periodo della teshuvà che culmina con Kippùr: raggiunto quel livello di spiritualità, sembra non ci sia quasi spazio per occuparsi delle cose di questo mondo e quindi per chiedere anche la pioggia, che serve a sostenere il mondo. Ma appena finita la festa delle Capanne, l’uomo deve tornare a risiedere nella casa che è la sua residenza naturale. Nei giorni di Sukkòt, la presentazione dei settanta tori al Tempio serve per chiedere la pace e il benessere delle “settanta nazioni” del mondo: Israele si preoccupa del benessere del mondo intero, ma subito dopo deve tornare a concentrarsi su se stesso. Anche qui è presente la dialettica tra singolo e collettività, riferiti però all’insieme di tutti i popoli della Terra e al popolo d’Israele.

Durante Sheminì ‘atzèret si inizia a riparlare della pioggia, una cosa che riguarda innanzitutto le singole collettività, e si passa così da una visione spirituale a una più materiale. A Israele viene concessa la simchàt Torà, la possibilità di gioire con la conclusione della lettura della Torà. Il senso di questa gioia sta nel fatto che, dopo esserci occupati della pace e del bene degli altri popoli, dobbiamo tornare a occuparci della Torà, perché “Israele, la Torà e il Santo, benedetto sia, sono un tutt’uno”. La dialettica tipica del pensiero ebraico, in equilibrio tra nazionalismo e universalismo, senza tentazioni di proselitismo coatto, ci impone di tornare a noi stessi e di cercare di rientrare in un rapporto intimo con il Signore e la Torà. E’ attraverso questo rapporto speciale che Israele deve cercare di portare la kedushà (santità) nel mondo. Cerchiamo di capire cosa ci dice in proposito un altro midrash:

L’ottavo giorno sarà per voi ‘atzèret. E’ quanto dice il verso (Ecclesiaste 11: 2) “dai una parte (dei tuoi beni) a sette e anche a otto (secondo Ecclesiaste, è bene dare una parte dei propri averi a più persone, perché un giorno l’aiuto prestato potrebbe essere restituito)”. Rabbì Elièzer e rabbì Jehoshùa (interpretano invece così). Rabbì Elièzer dice: dai una parte a sette – questi sono i sette giorni dello shabbàth – e anche a otto – questi sono i giorni della milà. Rabbì Jehoshùa dice invece: “Dài una parte a sette – questi sono i giorni di Pesach – e anche a otto – questi sono i giorni del Chag (un termine complessivo che comprende Sukkoth e Sheminì ‘atzèret).

Rabbì Elièzer e rabbì Jehoshùa affermano nella sostanza che ci sono due diversi tipi di kedushà. Secondo rabbì Elièzer, la santità appartiene al mondo della natura, rappresentato dallo shabbàth e dalla milà. La santità dello shabbàth è un fatto naturale in quanto non dipende dall’uomo, ma dall’atto divino che ha santificato questo giorno, mentre la milà, che si fa all’ottavo giorno, è un atto umano. In effetti, che lo scopo della milà sia anche quello di completare l’opera divina, secondo rabbì Akivà, è dimostrato dal fatto che, se Dio avesse voluto diversamente, avrebbe creato l’uomo già circonciso: invece, attraverso il patto della milà, l’uomo modifica la natura fisica ed eleva il mondo naturale, costringendo quasi la kedushà a scendere dall’alto.

Secondo rabbì Jehoshùa, il testo non parla della kedushà naturale, ma di quella che deriva dalla kedushà di Israele che santifica i tempi e le feste, e ha il compito di stabilire quando esse devono cadere. La kedushà che deriva da Israele si manifesta in due modi diversi: la festa di Pesach, che dura sette giorni, rappresenta i miracoli accaduti in Egitto, mentre la festa di Sukkoth–Sheminì ‘atzèret rappresenta quelli accaduti nel deserto.

In conclusione, questo percorso attraverso il midrash, ci indica che, a chiusura (‘atzèret) delle feste della Torà, l’ebreo deve trovare il tempo per soffermarsi sul senso della propria esistenza, senza perdere il senso di responsabilità che lo collega agli altri uomini e alle altre genti: la kedushà che Israele può portare nel mondo, dipende dalla sua volontà di rimanere fedele a se stesso e alla sua capacità di gioire nella Torà, ritrovando quel rapporto intimo con lo lega ad Hashem e alla Torà. L’insieme di tutto questo fa di Sheminì ‘atzèret una festa speciale, perché è la festa che Israele dedica, una volta all’anno, solo a se stesso, in quanto, solo essendo sé stessi, si può veramente contribuire allo sviluppo dell’umanità.

Scialom Bahbout

(Scritto per la festa di Sheminì ‘atzèret per gli ebrei della Comunità di Trani)

Sheminì chag ‘atzèret, ottavo (giorno di) festa che chiude le feste del calenda-lunario ebraico secondo la Torà, è règhel bifnè atzmò, cioè una festa a sé stante: infatti, pur essendo chiamato ottavo giorno dopo Sukkòth, ha un nome diverso dai giorni di festa che lo precedono.
I Maestri deducono che Sheminì ‘atzèret è una festa diversa da Sukkòt, osservando che, nella descrizione delle cose da fare nei sei giorni di festa precedenti, il testo della Torà recita (Numeri 29:17-34): E il secondo giorno presenterete… E il terzo giorno… E il settimo giorno….. , mentre nell’ottavo giorno manca la congiunzione E, come a significare che si tratta di qualcosa di nuovo e diverso dai giorni precedenti.
Questa diversità si manifesta poi in vari aspetti:
•    in tutte le preghiere e nella Birkàt hamazòn non si dice chag hasukkòth, ma sheminì chag ‘atzèret;
•    nel kiddush si aggiunge anche la benedizione di sheechejànu, come per il primo giorno di festa;
•    il salmo della festa (shir shel iom) è diverso da quello di Sukkòt;
•    In Israele non si mangia in sukkà, nella Diaspora si mangia in sukkà (senza dire la benedizione Leshèv basukkà), ma non si dorme (di simchat torà si mangia in casa);
•    nel Tempio di Gerusalemme, di Sukkòt si sacrificavano 70 tori: il primo giorno 13 e i giorni successivi il numero calava progressivamente fino ad arrivare a 7 tori il settimo giorno. L’ottavo giorno, Sheminì ‘atzèret, veniva sacrificato un solo toro e non sei come ci si sarebbe aspettato.