Se l’Ebraismo diventa una patente per i letterati | Kolòt-Voci

Se l’Ebraismo diventa una patente per i letterati

Mentre in Italia piangiamo sui numeri per non parlare di contenuti, a New York essere ebrei è una “gran cosa”.

Alessandro Piperno

Anni fa, prima che la vergogna si mutasse in fierezza, essere ebrei non era una gran cosa. Dopo la guerra i miei nonni non avevano voglia di parlare di ciò che era accaduto a troppi loro correligionari. Primo Levi dovette attendere più di un decennio per vedere pubblicato da un editore serio Se questo è un uomo. La gente con i fatidici numeretti tatuati sull’ avambraccio aveva molto più ritegno a mostrarli di quanto non abbiano i personaggi di certi sentimentali filmetti che girano oggigiorno.

Elsa Morante e Alberto Moravia se ne infischiavano dei loro quarti ebraici non meno di quanto, a suo tempo, se ne fosse infischiato Italo Svevo. Erano gli anni in cui Saul Bellow si chiedeva se un ebreo avesse il diritto di scrivere un romanzo in inglese. Possibile che da allora l’ ebraismo si sia trasformato in nobile ascendenza letteraria? E che ora gli scrittori ebrei tirino tanto solo perché ebrei? Una volta m’ imbattei in un aspirante scrittore che non vedeva l’ ora di mostrarmi, non certo la sua capacità di girare le frasi con grazia, ma un pedigree nobilitato da una trisavola ebrea (e forse anche perseguitata). Jonathan Lethem non è un pivello. Ma anzi uno scrittore affermato, con alle spalle un libro davvero importante come La fortezza della solitudine. Un narratore con un mondo riconoscibile e assai ben strutturato nella sua brulicante Brooklyn (felice allitterazione).

Ma ecco che anche lui si prepara a tornare all’ovile. Pare quasi che gli scrittori ebrei della sua generazione non possano fare altrimenti: mentre i loro predecessori erano entusiasti di poter ambientare le storie in America, gli epigoni cercano ispirazione altrove. Daniel Mendelsohn è corso in Europa dell’ Est, lo stesso ha fatto Safran Foer, seguito a ruota dalla moglie Nicole Krauss. Nathan Englander ha ambientato il suo romanzo ebraico in Argentina, e Chabon è arrivato addirittura a inventarsi un’Alaska giudaica.

Evidentemente gli ebrei in America sono troppo al sicuro, troppo assimilati per sentirsi ancora interessanti. Ma mi chiedo anche se l’ansia genealogica che li affligge non vada ascritta al terrore, che di questi tempi tutti ci pervade, di perdere contatto con l’ elemento atavicamente distintivo della nostra storia. Fa un tale freddo là fuori, è così difficile per ognuno di noi essere una delle tante insensate cose che popolano questo mondo insensato, che non ti resta altro che voltarti indietro.

È così faticoso e umiliante l’anonimato che l’origine religiosa o etnica – tanto più se pittoresca e impegnativa – ti viene incontro come un salvagente in mezzo all’ Oceano. E allora ben vengano gli ebrei lontani di famiglie lontane. Ebrei che non esistono più. Che vissero da ebrei perché non potevano fare altrimenti. E che non avrebbero mai immaginato di ricoprire un giorno così tanta importanza per i loro nostalgici e depressi discendenti.

Oltre a Jonathan Lethem, nato a Brooklyn nel 1964, tra gli scrittori ebrei newyorkesi, si ricordano: Jonathan Safran Foer nato nel 1977 a Washington; Michael Chabon, nato nel 1963, che però vive tra New York e la California; Daniel Mendelsohn, nato nel 1960 a Long Island

Corriere della Sera