Essere (di nuovo) ebrei a Beirut | Kolòt-Voci

Essere (di nuovo) ebrei a Beirut

Dopo trent’anni di abbandono, al via i lavori di restauro della più importante sinagoga del Libano

Il tempio della comunità della città era uno dei più belli e importanti del Medioriente: lì, nel 1948, si ritrovarono tutti gli esuli dai paesi arabi. Ma poi gli Hezbollah lanciarono l’accusa di «collaborazionismo con lsraele». E ora rinascerà.

Rossella Fabiani

La stella di Davide di quella che era la più grande sinagoga di Beirut è riemersa dal restauro che è stato finalmente avviato dopo trent’anni di abbandono. Il tempio Maghen Abraham, costruito nel 1925, con le sue pareti turchesi e gli stucchi color crema, il tetto di legno e le tre navate, era ormai ridotto a un rudere invaso dalle erbacce e dai rifiuti, trasformato in rifugio dalle varie milizie che si sono affrontate nella guerra civile, saccheggiato e sfregiato con graffiti blasfemi. Adesso sta riprendendo il suo aspetto originale nel cuore di quello che era il quartiere ebraico della capitale libanese, Wadi Abu Jamil, fatto di case basse inizio secolo, ora trasformato in una delle tante nuove zone residenziali della città realizzate dai signori del cemento, i palazzinari del Golfo che si sono assicurati il business della ricostruzione della città. In un Paese dove gli ebrei erano più di ventimila e adesso sono appena duecento, Costretti a vivere quasi in clandestinità, è una specie di miracolo. E, forse, è anche il segnale di un nuovo atteggiamento da parte del governo di cui fa parte anche Hezbollah che, almeno formalmente, non si è opposto alla rinascita della sinagoga.

Maghen Abraham era la più importante di tutte le sedici sinagoghe che esistevano in Libano quando le comunità religiose del Paese dei Cedri diciotto quelle riconosciute dallo Stato convivevano pacificamente. Anzi, a Beirut c’era anche il collegio dell’Alleanza israelita universale, dove insegnavano professori musulmani e cristiani accanto a quelli ebrei, cerano nove scuole e due banche la Safra e la Zilkha di proprietà di ebrei oltre a decine di negozi di alimentari kosher tra Wadi Abu Jamil e Bar Beirut, l’altro quartiere ebraico della città. Il Libano, addirittura, fu l’unico Paese arabo in cui la popolazione ebraica aumentò anche dopo la nascita di Israele e la prima guerra arabo israeliana del 1948, perché vi trovarono rifugio migliaia di ebrei in fuga dalle rappresaglie antisioniste di Aleppo, Damasco, Mossul e Baghdad che si unirono a una comunità antichissima, di origini bibliche nel Sud dell’attuale Libano viveva una delle dodici tribù del regno d’Israele e che fu via via ingrossata da centinaia di famiglie di ebrei cacciate dalla Spagna nel 1492 e, più tardi, da quelle provenienti dall’impero ottomano in disfacimento.

Attorno alla sinagoga oggi c’è il trambusto di un enorme cantiere. Sono al lavoro ben otto gru intente a costruire il «Wadi Residence», un complesso edilizio di lusso per turisti del Golfo, proprio dove per secoli, e fino ai primi Anni ’80, c’erano i palazzi popolari e al tempo stesso eleganti di Wadi Abu Jamil. L’abbattimento, a metà marzo dell’anno scorso, degli ultimi edifici antichi attorno alla sinagoga sopravvissuti alla guerra aveva fatto temere che anche il tempio Maghen Abraham sarebbe stato distrutto anziché restaurato, come ha sempre chiesto Isaac Arazi, l’attuale presidente della piccolissima comunità ebraica sono appena 60 persone registrate che vive a Beirut. Ma la sua battaglia ha avuto successo. Anche grazie all’aiuto materiale di ebrei italiani e svizzeri che hanno raccolto i primi 15Omila dollari per un progetto che, complessivamente, costerà un milione e 200mila dollari. Isaac Arazi, che ha 66 anni, spera anche che il restauro della sinagoga possa segnare una svolta positiva per il futuro degli ebrei libanesi. Racconta che la convivenza con i musulmani, dal periodo d’oro degli Anni ’50 e’60, si era fatta sempre più difficile «anche se non ci siamo mai sentiti veramente minacciati fino al 1982, quando scattò l’invasione israeliana del Libano». Da allora, soprattutto tra i fondamentalisti di Hezbollah, l’equazione “ebreo collaborazionista” ha scatenato un’ondata di violenze, di rapimenti e di assassinii con la conseguente fuga all’estero di gran parte degli ebrei libanesi. Molti sono scappati anche in Italia, in particolare a Milano. E sono stati proprio loro ad aiutare materialmente la rinascita della sinagoga.

Basterà il restauro del tempio Maghen Abraham per spingere qualcuno a rientrare a Beirut? «Speriamo, ma prima bisogna fare la pace», dice Arazi. Anche da Israele è arrivata una reazione ufficiale a questa vicenda. «E una bella cosa che abbiano deciso di restaurare la sinagoga, ma sarebbe stato ancora maglio se avessero creato un clima tale da permettere agli ebrei di restare in Libano e di poter pregare», ha detto Yigal Palmor, portavoce del ministero degli Esteri. Ad augurarsi che il carattere aperto e composito di Beirut non sia del tutto perduto non sono soltanto gli ebrei. Samir Frangie, uno dei più noti intellettuali libanesi di confessione cristiana maronita, sostiene che Beirut, dove ancora oggi «ognuno vede l’altro», rappresenta «una sfida ai regimi totalitari arabi». E Micheal Baydun, musulmano di origini libanesi di Detroit e responsabile del sito “The Jews of Lebanon” è convinto che «bisogna preservare il mosaico libanese perché può essere un modello da opporre a tutte le pulizie etniche, in Medio Oriente come altrove».

Liberal – 29 agosto 2009