A proposito di laicità | Kolòt-Voci

A proposito di laicità

Una risposta a un articolo del Bollettino della Comunità ebraica di Milano risolleva una vecchia questione: “ebreo laico” è un ossimoro?

Donato Grosser – New York

Desidero fare qualche commento all’articolo “Così laico, così ebreo” (Bollettino febbraio 2009). Ci sono delle citazioni quali “la laicità non contraddice la religione” e “Il laico possiede alcune componenti che secondo me si ritrovano molto chiaramente nella tradizione ebraica” che possono lasciare perplesso il lettore. La parola laicità viene usata con almeno tre significati diversi: laico significa non ecclesiastico. In questo caso un prete cattolico è un ecclesiatico, mentre chi non ha preso i voti è un laico, anche se pratica la sua religione. Apparentemente questo è l’unico significato ben definito della parola “laico”.

Gli altri significati sono convenzionali. Il termine “laico” (secular in inglese) è usato di frequente nella stampa ebraica in contrapposizione a “osservante delle mizvot”. Quando si parla di Stato “laico”, se per esempio si intende parlare dello Stato che ebbe inizio con la costituzione americana, questo Stato non fu creato come Stato contrario alla religione, bensì come Stato che vuole essere neutrale e tollerante nei confronti delle varie credenze dei cittadini. Negli Stati Uniti questo principio è enunciato chiaramente nella Costituzione dove è scritto: “Il Congresso non farà alcuna legge riguardo a stabilire una religione, o proibendone il libero esercizio”. La maggior parte dei cittadini statunitensi pratica una religione.

Lo Stato è “laico”, ossia neutrale, in quanto non deve occuparsi di questioni religiose. Se per l’autore dell’articolo laicità e illuminismo sono termini equivalenti, non è impreciso quando scrive di “Laicità … come continua ricerca della verità con gli strumenti della ragione e del confronto”; è difficile però capire come possa citare la frase “… la laicità non contraddice la religione perché laddove la religione trae i suoi principi… dal dibattito… v’è laicità”. Con questa affermazione sia l’autore del libro sia quello dell’articolo confondono apparentemente la sostanza con il metodo.

Tutta la nostra Torà orale, da Mosè ai nostri giorni, è una dimostrazione dell’uso della ragione da parte dei nostri Maestri. Con tutto ciò è chiaramente improprio chiamare, per esempio, Maimonide laico perché usava la ragione. È importante notare che proprio Maimonide sottolinea in più di uno scritto i limiti della ragione. Come scrisse il filosofo ebreo americano Marvin Fox, Maimonide nel rifiutare l’esistenza di una legge naturale, spiega che la ragione può definire quello che è vero e quello che è falso; non è però in grado di definire ciò che è morale e ciò che non lo è (“No one could ever come, by way of rational reflection alone, to the conclusion that there is some particular set of moral rules that is correct and binding” – Interpreting Maimonides, p. 142). Quello che la ragione non è in grado di fare ci viene fornito dalla Torà e dai profeti.

Quello che separa l’Illuminismo dal mondo ebraico è la Torà. Per gli illuministi e, secondo l’autore, per coloro che oggi si definiscono laici, il solo strumento per la ricerca della verità è la ragione; per l’ebreo, la ragione accompagna l’esperienza dell’intervento divino nell’uscita dall’Egitto, la rivelazione sinaitica e l’accettazione delle mizvot. Un ebreo che per la ricerca della verità usa solo la ragione e non la Torà è “Così laico” e non “Così ebreo”.