Supereroi nella tradizione ebraica | Kolòt-Voci

Supereroi nella tradizione ebraica

Stan Lee, papà dei fumetti Marvel «Senza loro sarei invecchiato in ufficio»

«I miei supereroi imperfetti sono una duplice metafora. Per raccontare le debolezze degli esseri umani e quelle dell’America ». Parla Stan Lee (Stanley Martin Lieber all’anagrafe), il geniale creatore del Marvel Universe, che verso la fine degli anni ’50 si giocò la carriera, rischiando il licenziamento, quando decise di rivoluzionare la storia del fumetto introducendo per la prima volta supereroi complessi.

«La mia intenzione era che fossero lo specchio della gente: imperfetti e pieni di debolezze — racconta Lee, 86 anni compiuti lo scorso dicembre — . Ma poiché i Paesi sono come le persone, cioè mai perfetti al cento per cento, la mia metafora vale per l’America che dietro l’armatura di superpotenza nasconde debolezze e magagne».

Era consapevole di lanciare un’idea rivoluzionaria?

«Non avrei mai immaginato che un giorno m’avrebbero intervistato su questo tema. A quei tempi il lavoro mi annoiava al punto che stavo per licenziarmi. Fu mia moglie a suggerirmi di scrivere il tipo di storia che amavo. “Non hai nulla da perdere”, mi disse. Il merito è suo».

Sono i difetti dei suoi eroi la chiave del loro successo?

«Certo, perché i lettori possono credere in personaggi che assomigliano al loro amico o vicino di casa. Confesso di essermi divertito di più a lavorare sulle lacune psicologiche che non fisiche. Ero più interessato a ciò che i miei eroi sentivano, a come avrebbero risposto alle crisi».

Ha dovuto calarsi nei panni di Sigmund Freud?

«Certo e credo che l’infanzia molto povera in una famiglia di ebrei romeni trapiantati a New York mi abbia aiutato ad immedesimarmi nei travagli dei miei personaggi».

La cultura ebraica ha influenzato i suoi supereroi?

«Posseggono ottimismo e desiderio di riscatto: due caratteristiche della tradizione ebraica. Adoro le storie con un lieto fine e mi piace costruire personaggi in pericolo capaci, alla fine, di affrancarsi».

L’antenato del Uomo Ragno è Achille?

«Tutto ciò che scriviamo viene da lontano. Anche se quando inventai quei personaggi non avevo in mente la mitologia greca, dal mio inconscio sono certamente emerse tematiche sperimentate in passato».

L’eticità è un must?

«È essenziale perché voglio ammirare e tifare per il mio protagonista, spingendo il lettore a fare lo stesso».

Cosa si nasconde dietro il bisogno di supereroi?

«Da piccoli tutti amiamo leggere favole di giganti e maghi.

Crescendo ti stanno strette, eppure continui ad amare ciò che ti fa sognare. Ed ecco allora i supereroi: favole per adulti che ti permettono di rivivere la stessa eccitazione e stupore che provavi da ragazzo».

Per gli storici del fumetto, lei e Jack Kirby sieti i fratelli Grimm del XX secolo.

«Sono lusingato dal paragone, come lo sarei se equiparassero i miei supereroi alle favole di Esopo, di Anderson o al mito di Ulisse».

E’ lei l’anti Disney?

«Macché. Sono un grandissimo fan di Walt Disney e sarei onoratissimo di essere paragonato a lui. Pinocchio, Biancaneve e Bambi sono storie eterne».

E perché i bambini di oggi preferiscono i supereroi?

«I gusti cambiano ma ciò non diminuisce la grandezza di Disney. I suoi film non sono datati e oggi guardo Pinocchio con la gioia di un bambino. Sono orgoglioso della mia nuova collaborazione con la Disney».

Di che si tratta?

«I progetti sono tre: Nick Ratchet, Tigress e Blaze. Sto lavorando al copione e spero che i film arrivino presto nelle sale».

Qual è il suo personaggio preferito?

«Li amo tutti allo stesso modo, come un padre».

Ci si diverte ancora nella Hollywood di oggi?

«Di più. I miracoli della tecnica digitale ci consentono di tradurre la nostra visione artistica in maniera molto più fedele e realista rispetto al passato. Vent’anni fa non sarebbe stato possibile mostrare Spiderman penzolare dalla sua ragnatela».

Alessandra Farkas

Corriere della Sera – 23 marzo 2009