“Ebraicamente l’omosessualità non è una malattia” | Kolòt-Voci

“Ebraicamente l’omosessualità non è una malattia”

Un rabbino italiano ha affrontato per la prima volta in pubblico i temi dell’omosessualità maschile e femminile incontrando i giovani della Comunità Ebraica di Milano: Efes2.

“Nulla è pericoloso quanto l’essere troppo moderni. Si rischia di diventare improvvisamente fuori moda” (Oscar Wilde.)

Gay, omosessuale, lesbica. Qual è la posizione dell’ebraismo al riguardo? Un acceso e recente dibattito sull’argomento ha visto protagonisti un gruppo di 40 ragazzi di Efes2 e Rav Shalom (Mino) Bahbout, figura storica dell’ebraismo italiano, docente universitario di Fisica e Statistica. Argomento di grande attualità, specie dopo la polemica sul cosiddetto Homocaust, l’olocausto degli omosessuali nei lager nazisti.

Tutt’altro che sessuobo, l’ebraismo da sempre mette la sessualità al centro dell’unione di coppia e del concetto di famiglia, ha spiegato Bahbout. Tuttavia, nella Torah, i comportamenti omosessuali vengono fortemente stigmatizzati: secondo il Midràsh, Cam viene maledetto per aver abusato sessualmente del padre Noach ubriaco; ma ben più esplicito è l’episodio di Sodoma e Gomorra. In entrambe i casi però, non si trova una condanna diretta alla natura omosessuale, ma esclusivamente all’atto fisico in sè, che in questi due casi è meno grave rispetto ad altre mancanze (quella dell’ospitalità dei Sodomiti e quella del rispetto verso la figura paterna).

In generale possono esistere poi pulsioni sessuali così forti da non poter essere controllate e quindi l’omosessuale può essere considerato una sorta di anùs (“costretto”), reso schiavo dalla propria natura e dalla compulsività, spiega Bahbout. Ma anche così l’atto rimane proibito. Va precisato che parliamo di persone che fin dalla nascita manifestano interesse per l’altro sesso e non di coloro che possono farlo per motivi episodici (prostituzione, gusto dell’avventura, per moda…).

E che dire poi del problema della diversità fisica? Ossia quando una persona presenta attributi del sesso opposto, oppure non li ha sviluppati verso nessuno dei due sessi? Nella Mishnà si trovano riferimenti al caso dell’androghinòs (ermafrodita) e del “tumtum” (persone il cui sesso non si è ancora rivelato): su queste due figure non è stata trovata una definizione condivisa e anche nell’ebraismo vale qualcosa di simile al principio freudiano: “In ognuno di noi, attraverso tutta la vita, la libido normalmente oscilla tra l’oggetto maschile e quello femminile”.

Scendendo nella normativa halakhica, conclude Bahbout, è l’atto in sé ad essere proibito, ma non sono in genere sanzionate le tendenze ed i pensieri. Inoltre anche per un omosessuale non vengono meno i doveri religiosi (come ad esempio salire al Sefer di shabbat), anche se posizioni più estreme non condividono questa impostazione.

L’omosessualità femminile è invece meno vincolata a restrizioni: non esistono divieti espliciti nella Torà e l’obbligo della procreazione rimane di primaria responsabilità maschile. Tuttavia i Maestri proibiscono anche le pratiche lesbiche (era tra i comportamenti sessuali abominevoli praticati in Egitto ai tempi della schiavitù, Maimonide, Hilchot Isuré Bià 21,8), riconoscendone ai fini della procreazione il forte potenziale negativo, pericoloso per la trasmissione identitaria. In ogni caso, nell’ebraismo, l’omosessualità non viene certamente considerata una malattia da curare.

I ragazzi di Efes2