Sindrome da preghiera compulsiva | Kolòt-Voci

Sindrome da preghiera compulsiva

Psichiatria oppio dei popoli? In un mondo che non ha più paura di niente, perché rimuovere la “paura di Dio”? DP

GERUSALEMME – C’era una volta la sindrome di Gerusalemme. Quella lieve forma di pazzia che colpiva, e ogni tanto colpisce, duecento pellegrini l’anno: europei, americani schiacciati dall’emozione di visitare la Città Santa, convinti d’essere personaggi biblici, tenuti qualche ora in osservazione in una clinica della periferia ovest e poi rimpatriati, non appena la smettono di sentirsi Sansone che abbatte le mura o la Vergine che cerca il Figlio. La letteratura medica ora s’arricchisce: all’Herzog Hospital, sempre a Gerusalemme, gli psichiatri hanno individuato e pubblicato su una rivista scientifica la loro ricerca sulla «sindrome da preghiera compulsiva». Una forma d’ossessione che prende seminaristi di collegi rabbinici, ma anche musulmani delle madrasse, troppo impegnati nella recitazione della prece quotidiana.

LA MALATTIA – Il fenomeno spunta qui, nella città che negli ultimi quindici anni ha cambiato pelle, dove gli ultraortodossi sono passati dal 5% al 35% della popolazione: gente che si fa un obbligo dell’osservanza, fin nei minimi dettagli, di pratiche e precetti. «In questo mondo – spiega la psichiatra Margarit Ben-Or –, si può creare una certa confusione tra zelo eccessivo e disturbo mentale». Ecco dunque il caso del fedele che ripete più volte la stessa preghiera, per paura di non averla recitata con la dovuta convinzione. O di chi va in bagno anche decine di volte, per lavarsi e purificarsi. O degli ebrei che passano il tempo a sistemarsi i tefillin, i lacci di cuoio nero che devono essere allacciati al braccio e alla testa. Il professor David Greenberg e il dottor Avigdor Buncik seguono al momento tre casi che definiscono «interessanti». Uno riguarda un ragazzo di 18 anni: «Questi pazienti sono ossessionati da domande che ripetono: ‘Ho avuto pensieri eretici?’, oppure ‘Dio è soddisfatto di come prego?’». L’équipe è in collegamento con un collega egiziano, il professor Ahmed Okasha, che al Cairo sta conducendo una ricerca parallela: «Ci sono musulmani – racconta Okasha – che mostrano lo stesso tipo di disturbi: rileggono più volte la stessa pagina del Corano, temono di non inginocchiarsi correttamente, spostano di continuo il tappeto per paura di non essere esattamente diretti verso la Mecca».

LA CURA – All’Herzog Hospital, i malati di preghiera vengono curati in modo “omeopatico”, ovvero con la stessa cosa che li affligge: la religione. «Organizziamo colloqui sulla fede – spiega Greenberg – e cerchiamo di cambiare la loro prospettiva, per esempio rimuovendo la paura d’una punizione divina se non s’è pregato come si deve». Il problema per i medici, però, è che serve una preparazione teologica profonda, per affrontare discussioni con studiosi dell’ebraismo. «In effetti, dobbiamo essere pronti un po’ su tutto. Quando non ci arriviamo noi, ci facciamo aiutare da alcuni rabbini». E se nemmeno questo serve? In tutti gli ospedali del mondo, se il caso si fa disperato, il rimedio è sempre lo stesso: non ci resta che pregare.

Corriere della Sera – 26 febbraio 2009