Il progetto Masada tra (auto)celebrazione e rinnovamento – John Zorn | Kolòt-Voci

Il progetto Masada tra (auto)celebrazione e rinnovamento – John Zorn

Jazz ebraico contemporaneo

Emiliano Neri

Arriva un momento nella carriera di un musicista in cui occorre guardarsi indietro e attorno, fare i conti con quanto si è prodotto negli anni, con il proprio pubblico e il proprio successo, con la propria vena creativa.

O quanto meno questo momento dovrebbe arrivare… Per gente come Anthony Braxton, ad esempio, il problema nemmeno si pone tanto incontenibile è il suo genio e tanto frenetico è il susseguirsi delle stagioni creative. Altri invece – pensiamo magari a Keith Jarrett – oppongono ad esso un ostinato rifiuto, costringendo(si) ad una triste spirale involutiva.

E poi c’è chi, come John Zorn, non aspetta che questo momento arrivi, ma si confronta con tali questioni dall’inizio, da subito, da sempre in una riflessione che è un tutt’uno con la propria prassi musicale. Emblematico esempio di contemporaneo artista-imprenditore, Zorn ha da sempre saputo condurre la propria produzione musicale su quella lama sottile che divide essere e apparire o anche essere e dover-essere, musica-in-sé e musica-per-sé, insomma esigenza creativa e gusto diffuso. Motivo forse di biasimo per un arido calcolatore? Anzi! Motivo di merito in più per chi ha saputo forgiare una figura che nell’ambito della musica sperimentale mancava, e che ha saputo diffonderne i principi oltre la ristretta cerchia degli amatori.

Il percorso creativo di Zorn si è svolto non solo seguendo il proprio estro e le contingenze storiche, ma anche sulla base di un’accorta analisi di come questi due fattori potessero combinarsi per dar vita a opere che sapessero trovare la giusta collocazione e il giusto pubblico. Nell’alternarsi dei suoi innumerevoli progetti, il compositore americano ha saputo costruirsi, conservarsi e ampliare un proprio seguito vasto ed eterogeneo, istruendolo, blandendolo, conducendolo all’esigenza e alla competenza che oggi dimostra.

Non stupisce quindi che un progetto come Masada, nel quale Zorn ha investito non solo risorse intellettive ma anche e soprattutto emotive, abbia ormai inaugurato il suo secondo decennio di vita senza mostrare troppi segni di opacità. Il motivo di un simile continuativo successo? La strenua fedeltà all’ideale semplice delle origini, declinato secondo un rinnovamento continuo delle forme espressive. Varietà nella continuità. Oltre al fatto di poter contare su indubbie doti di imbonitore.

L’undicesimo volume delle registrazioni che intendono celebrare il cinquantesimo compleanno di Zorn rappresenta qui il copione più risaputo della fenomenologia di Masada. Questo triplo cd racchiude tre dei quattro set che videro il Bar Kokhba Sextet – sopraffina formazione cameristica originariamente allestita per l’album Zevulun del 1998 – occupare il palco del Tonic a New York nel settembre del 2003.

È un disco in cui trovano conferma tutti i pregi di questo ampio e articolato progetto. L’idea alla base è, si è detto, la medesima e continua a dimostrarsi vincente: comporre un gran numero di brevi e agili temi caratterizzati da un’immediata riconoscibilità stilistica che possano fungere da canovaccio – alquanto strutturato a dire il vero – per l’improvvisazione. Un’idea tutt’altro che originale, certo, che deve la propria fortuna alla connotazione culturale che permea questi brani. Se Masada non fosse nato – nei primi anni ’90 a New York e in quell’ambiente musicale – con l’intenzione di proporre “nuova musica ebraica per gli ebrei di oggi”, forse non sarebbe sopravvissuta così a lungo.

La capacità di Masada di ‘fare comunità’ e la capacità di Zorn di favorire l’espansione di tale comunità oltre i confini dell’epos verso quelli ben più ampi del logos fanno sì che questa musica continui a catturare consensi, nonostante l’apparente stagnazione in cui versa da subito, essendo il primo volume di Masada comprensivo di centinaia di brani tratti dalla medesima ispirazione.

Ma ecco che Zorn e il suo progetto possono contare su un altro fondamentale elemento di sopravvivenza: l’apporto di una cerchia di musicisti che il compositore ha contribuito a plasmare (anche) a beneficio della propria musica. Sebbene il repertorio del Bar Kokhba Sextet sia rimasto sostanzialmente invariato negli anni; sebbene tra tutti gli organici che hanno eseguito Masada il Bar Kokhba Sextet sia quello che ha un approccio più canonico, regolare al limite del prevedibile, l’inesauribile vena espressiva e la somma versatilità dei musicisti coinvolti rinnovano ogni volta il piacere dell’ascolto di questa musica.

Se anche la conduzione di Zorn – esagitata, imperiosa e imprevedibile in Electric Masada – qui si eclissa quasi in rare indicazioni di tempo e variazioni espressive, l’organico è talmente rodato e coeso da risultare immancabilmente brillante.

Ore e ore di orditi ritmici raffinati e coinvolgenti, che strappano dall’immobilità. Una continua festa di interventi solistici memorabili, rinnovati di brano in brano, inverosimilmente originali per un repertorio in fin dei conti tanto limitato. Improvvisi guizzi impetuosi che scarnificano ogni timore per aggredire l’ascoltatore blandendone irresistibilmente i nervi. E poi, signori, Marc Ribot, Marc Ribot, Marc Ribot! Di questo suo surfeggiare sulla chitarra non se ne ha mai abbastanza.

E allora, fortuna che Marc Ribot sia uno tra gli special guest più infaticabili, la cui prolifica collaborazione a progetti altrui e inversamente proporzionale all’esiguità degli album a proprio nome! E figurarsi se poteva mancare nell’incarnazione Rock di Masada!

La serie di registrazioni che celebrano il decennale di Masada (troppa autocelebrazione forse? Forse. Ma Zorn può permetterselo, è questo il punto!) rappresenta un’altra ottima ricetta di longevità zorniana: rivitalizzare un’idea già di per sé vincente innestandola su variazioni minimali, di genere, di formazione, di stile. In questo quinto volume Masada goes rock grazie alla giovane band Rashanim, che spingendo sul groove e amplificando le spigolosità o distendendo mollemente con semplici escamotage una manciata di brani ignoti del repertorio di Masada declina in un programma assai vario e spensierato la propria idea di Rock.

Tra immancabili divagazioni surf e derive flamenco, acidità heavy e placidi sbeffeggiamenti smooth gli arrangiamenti di Jon Madof conducono brillantemente lungo questa nuova incarnazione di Masada: un rock assai più canonico, posato e agile rispetto alle furiose sature cavalcate cui ci ha abituato Electric Masada, ma non per questo meno convincente. Dalla propria, il gruppo ha l’accortezza di mantenere costantemente su piani differenti – sfasati benché funzionalmente compenetrati – le linee dei tre musicisti, facendo sì che rispetto al classico trio la dinamica dei brani risulti più elastica, meno vincolata a schemi rigidi e reiterati; coinvolgente ed elaborata, una musica per tutti i gusti.

V’è da riconoscere che – percezione assolutamente personale – il gruppo pecca un poco di un eccessivo formalismo: sembra a tratti che la cura dei dettagli nell’arrangiare i brani abbia avuto la meglio sulla spontaneità dell’esecuzione col risultato di spegnere un poco l’entusiasmo anche là dove la musica lo vorrebbe rockeggiare. Energia indubbia ma al servizio del ‘bel suono’, insomma.

Non a caso i brani più trascinanti sono quelli in cui fa capolino la chitarra fulminante e assolutamente spontanea di Ribot, che se nel primo brano, a forza di feroci bordate, traccia il solco che avremmo voluto veder proseguire lungo tutto l’album, in Shadrakh rispolvera le amate e poco frequentate corde in nylon per morbide alchimie. Un’opera comunque d’indubbio valore, gusto e soddisfazione che nobilita senz’altro l’idea originaria cui intende rendere omaggio.

Quale modo migliore poi per ringiovanire un progetto decennale che conta un’infinità di brani, se non quello di comporne qualche altro centinaio?

E così, sul finire del 2004, Zorn ha licenziato il Masada Book Two: oltre 300 nuove composizioni che già hanno iniziato a circolare nel repertorio live del quartetto acustico e di altre formazioni ad hoc per ora apprezzabili solo dai newyorkesi, e che costituiranno il fulcro di una nuova serie di registrazioni autocelebrative (e con questa siamo a tre!), ciascuna affidata a una differente formazione. Già editi il secondo volume affidato al Masada String Trio e il terzo alla coppia Feldman-Courvoisier; mentre il quarto, di imminente uscita, sarà affidato al giovane pianista Koby Israelite alla sua prima prova nel catalogo Tzadik, e il quinto alla stellare Cracow Klezmer Band.

Per ora limitiamoci a questo primo magistrale volume, che vede il rinnovamento dello spirito di Masada incarnarsi nei raffinati arrangiamenti di Jamie Saft e nella lineare ma assolutamente esaltante perizia esecutiva di questo piano trio completato dal veterano Greg Cohen e da Ben Perowsky alla batteria.

È ancora presto per esprimersi sulla cifra del Book Two, per dire se e cosa sia mutato nella linea compositiva di Zorn in oltre dieci anni di vita del suo progetto più longevo. Difficile azzardare una riflessione su questa decina di esempi, vuoi perché converrà senz’altro aspettare l’ingente mole di registrazioni che ci sommergerà nei prossimi mesi, vuoi perché – lo si sarà capito – la cifra di Masada risiede più nella concreta esecuzione, per la quale viene predisposta un’adeguata formazione, ispirazione e resa espressiva, che non nella striminzita partitura in sé.

Facendo una media dei commenti che è possibile trovare in rete, si dovrebbe notare una maggiore pacatezza ed essenzialità nella costruzione dei brani. Ribadiamo: ipotesi altamente discutibile, da verificare, e, se proprio, applicabile alla resa esecutiva.

Lasciando per ora da parte la riflessione sul concetto, converrà allora entrare nel merito della sostanza. E ve n’è ben più di un motivo, perché il lavoro svolto da Jamie Saft e dal suo trio in questo album è in grado – se ancora se ne sentisse il bisogno – di spazzar via ogni minimo residuo di stanchezza dal progetto Masada.

Ebbene, un’impeccabile lezione di stile. Per quanti fossero alla ricerca di un ottimo esempio di come il classico piano trio sia ben lungi dal veder tramontare il proprio senso, Astaroth è una gemma che saprà senza dubbio riconciliare con la lunga gloriosa storia di una formazione cui la musica improvvisata tanto deve. La salda guida di Saft, responsabile del complesso ordito e delle potenti variazioni nel sentire dei brani; il basso di Cohen ancorato e in moto perpetuo attorno al baricentro, proprio e del gruppo; il sostegno intelligente, infinitamente screziato in una miriade di sfumature, nervosamente essenziale all’impianto generale di Perowsky. Il tutto di una rigorosa economia, di un’essenzialità disarmante: pennellate rade rare e ridenti, né più né meno di quanto basta a convincere orecchie, mente e spirito.

Capita così, ad esempio, che Astaroth, brano di magistrale semplicità strutturale, avvolga nelle proprie spire e volute ipnotiche senza via di scampo: un pedale torrido e ossessivo di Cohen, lo spiattellare leggero e instancabile di Perowsky e l’ostinazione di Saft nell’esporre l’esiguo tema facendolo seguire da una variazione a un tempo impalpabilmente più lento.

È un po’ questa l’idea dominante – o che ci piace vedere come dominante – in questo album: sottoporre il brano e l’ascolto a una lenta e irresistibilmente conturbante tortura, dilatando la trama, rallentando il battito, accennando appena e lasciando immaginare gloriosi sviluppi. I tre musicisti giocano con il non detto ed esprimono in maniera sublime ciò che di parco hanno da dire.

I brani scorrono senza deludere tra irrimediabilmente languide ballate che annullano la propria ‘componente ebraica’ per farsi ninnananne universali e impervie impennate di ritmo condotte su metri vari – dallo swing, a una sorta di flamenco azzoppato, alla più libera e caustica improvvisazione. E a illuminare il tutto, ovviamente, il pianismo di Saft che mostra di essere un eccellente fantasioso musicista non solo dietro agli strumenti elettrici cui forse siamo soliti associarlo, ma anche al pianoforte acustico. Una splendida scoperta.

Queste tre gocce nell’immenso mare di Masada confermano in sostanza lo stato di salute di un progetto che, astutamente, Zorn ha saputo far crescere, e non solo di volume – anzi nei volumi, a questo punto – traendo il massimo dall’essenziale. Gran bel risultato per essere un’enorme operazione di marketing.

Elenco dei brani e Musicisti

Bar Kokhba Sextet

Elenco dei brani: CD 1: 01. Intro – 0:59; 02. Lilin – 12:35; 03. Ner tamid – 4:43; 04. Karet – 3:20; 05. Yatzar – 9:59; 06. Khebar – 5:44; 07. Eitan – 2:01; 08. Kivah – 9:52; 09. Teli – 9:55.

CD 2: 01. Intro – 0:49; 02. Khebar – 5:22; 03. Lachish – 3:12; 04. Kisofim – 9:55; 05. Jachin – 11:44; 06. Kochot – 5:07; 07. Hazor – 9.04; 08. Avelut – 6:36; 09. Lilin – 12:46.

CD 3: 01. Intro – 0:53; 02. Khebar – 6:14; 03. Hadasha – 13:02; 04. Hazor – 10:12; 05. Eitan – 1:59; 06. Karet – 3:37; 07. Idalah Abal – 14:39; 08. Teli – 9:06; 09. Avelut – 7:02; 10. Bith Aneth – 10:44.

Tutte le composizioni sono di John Zorn.

Musicisti: Marc Ribot (chitarra elettrica); Mark Feldman (violino); Erik Friedlander (violoncello); Greg Cohen (contrabbasso); Joey Baron (batteria); Cyro Baptista (percussioni); John Zorn (direzione).

Masada Rock

Elenco dei brani: 01. Bahir – 4:08; 02. Makom – 5:19; 03. Zidon – 4:39; 04. Shadrakh – 4:57; 05. Chorek – 4:58; 06. Anakim – 5:16; 07. Zemanim – 3:45; 08. Ahavah – 3:24; 09.Arad – 3:01; 10. Terumah – 8:27.

Tutte le composizioni sono di John Zorn.

Musicisti: Jon Madof (chitarra elettrica); Shanir Ezra Blumenkranz (basso elettrico, oud); Mathias Künzli (batteria, percussioni); Marc Ribot (chitarra elettrica).

Astaroth

Elenco dei brani: 01. Shalmiel – 5:26; 02. Ygal – 3:09; 03. Astaroth – 6:10; 04. Ezeqeel – 4:21; 05. Ariel – 6:28; 06. Sturiel – 5:05; 07. Baal-Peor – 7:10; 08. Pursan – 2:22; 09. Lelahel – 9:02; 10. Beleth – 5:59.

Tutte le composizioni sono di John Zorn.

Musicisti: Jamie Saft (pianoforte); Greg Cohen (contrabbasso); Ben Perowsky (batteria).

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