Se Israele non c’è più | Kolòt-Voci

Se Israele non c’è più

Esce il libro di Alessandro Schwed, futuribile (ma mica poi tanto) romanzo sulla fine dello Stato ebraico. Il primo capitolo di “La scomparsa di Israele” in libreria per Mondadori a partire dal 7 ottobre.

Alessandro Schwed

Caro babbo, come stai? È sera, siedo a un tavolino pieghevole, in una piccola tenda delle Nazioni Unite. Ti scrivo da Israele vuota. Non sono qui per i giornali, sai, ho smesso. Sono qui per conto mio. Mi hanno dato un passaggio gli amici della base Onu di Cipro.

Sto dando un’ultima occhiata, ieri Gerusalemme, adesso Haifa. La realtà è un’incrostazione illeggibile. Trentasette anni dopo la Decisione, c’è più esistenza sotto una tenda provvisoria, e nella mia borsa appoggiata sulla branda, con scritto nome, cognome e via Giotto. Adesso mi trovo sotto al Carmelo, a trenta metri dal mare. La scorta ha deciso di attendarsi qui perché le spiagge sono gli unici posti indenni dal degrado che si avvia a diventare una mutazione. Lo so che non è possibile spedire questa lettera perché tu non ci sei più, ma che vuoi dire, anche Israele non c’è più, eppure sono in Israele. E così, ho pensato che se ti avessi mandato una lettera, ti sarebbe arrivata. Io ormai ho ottantasei anni, ed è l’ultima volta che vengo qui. Troppa avventura, e i ricordi mi stancano. E ne ho di ricordi. Sono un giornalista che ha passato quasi un terzo della vita a scrivere reportage da un mondo senza persone. Vedi, devi sapere che quando sei morto pensavo molto a questo fatto assurdo: che la natura ti avrebbe divorato. Ma non avrei mai pensato che la natura si sarebbe divorata Israele. Invece sta divorando tutto, a parte la sabbia che è già polverizzata.

Caro babbo, scusa se ti disturbo, sottraendoti alle correnti di antimateria dalle cui onde alzi una mano e poi l’altra, e stringi le braccia al petto cilestrino e fai segno di abbracciarmi, ma ho bisogno di una mano: ti scrivo dall’antimateria del mio sconforto. Quello che provo da due giorni a girare perle città vuote, l’ho provato durante tutti i miei reportage, ma allora ero giovane, e per quanto mi rendessi conto, non mi rendevo conto. E nessuno si rendeva conto. Ho passato la vita successiva a provare a capire perché questa gente se ne sia andata, e ancora non ci sono riuscito. Né mi riesce capire come mai la scomparsa d’Israele sia stata archiviata con la stessa facilità di un necrologio che informa del decesso di un altro sconosciuto. In seguito, man mano che passava il tempo, ho visto il male in modo distinto; ho individuato così bene il suo volto, che ho cominciato ad avere paura del prossimo. E da un certo numero d’anni capisco così bene che il male è in chiunque sia un altro, che ho timore anche di me, e sto in guardia. Io, non sono che uno degli altri. Ieri mattina, quando sono arrivato a Gerusalemme con l’elicottero, ho provato il solito sbalordimento. E oggi, mentre camminavo nella boscaglia di rovi di Haifa, spiato dalle orbite vuote delle finestre, non ero certo di essere vivo.

Ti scrivo, mentre precipito ancora una volta nelle tubazioni del cuore, dentro a una visione mistica alla rovescia che nega l’esistenza della speranza. Babbo, babbino, mi hai fatto nascere in un’epoca messianica al contrario. Sono in Israele vuota e vedo realizzata la fine eterna di un inizio luminoso. E’ andato tutto al contrario. E tutto quello che sognava la tua generazione dopo la guerra, anche le vostre meritate realizzazioni, le normali certezze, è stato tutto, scusami babbo, ridicolizzato. Non tanto, sai, le vostre idee, le aspirazioni, quanto la vostra ingenua pretesa che la fine del nazismo sarebbe stata la fine del male. C’erano tutti quei ‘Mai più’. Che l’inferno non sarebbe mai più apparso, che mai più il mondo avrebbe governato con indifferenza. Le nazioni si sarebbero sedute a uno stesso tavolo e avrebbero parlato tutti i giorni. Adesso, mi mancano tutte le certezze e la mia voce mi annoia. All’improvviso, mi manchi tu e vorrei sentire la tua di voce. E questa è la mia vecchiaia. Volere il padre nell’età in cui sono nonno. Stasera l’elicottero delle Nazioni Unite mi porta a Tel Aviv, e sarà come stamattina a Haifa e ieri sera a Gerusalemme dove l’unica cosa che sta in piedi, è il Muro del Pianto. Regge come se niente fosse. Lo vedi e pensi che allora è in corso una questione tra Dio e il mondo. La vita è passata in un lampo e mi ritrovo in questa continua sensazione che il tempo non esiste, ma solo, solo, una corta fragilità. Qui all’ateneo di Haifa, l’edera mastica l’aula magna dopo averle dato un morso dal pavimento al soffitto; la gradinata, i banchi marciti, tutto è stato disarcionato e so!levato in modo perenne, e appare nella foggia di un’onda immane che non si decide a ricadere. La scritta sulla lunga lavagna sulla parete di fondo è ancora comprensibile. Si tratta della frase con cui inizia il De Bello Gallico, ma non è finita: “Gallia est omnis…”. Manca il resto. E’ come se tutti fossero spariti all’improvviso. La scritta è coperta da una pioggia di piccolissimi escrementi bianchi. Una notte, i pipistrelli, che stanno a decine avvitati al soffitto, se ne andranno, e rimarrà il verde che copre l’ateneo come un cappotto malato. E poi ieri, a Gerusalemme. Nel pomeriggio ero al piccolo tempio ashkenazita tra la fine di King Gorge st. e una via di cui non ricordo il nome. C’era la jungla. Ho fatto fermare la jeep e sono sceso a guardare. Nella parte posteriore del tempio, una piovra di innumerevoli arbusti ha sventrato il giardino. Ha divelto e rovesciato la vasca dei pesci, ha innalzato a quindici metri lo scivolo rosso dei bambini in Israele la plastica ha dimostrato di essere immortale ha infranto la finestra vicino alla porta del custode, ed è entrata in sinagoga. Quando sono passato dalla porta scardinata sul davanti, ho visto una potenza selvaggia e indifferente.

Gli arbusti avevano diviso in due parti astruse l’armadio vuoto dei Rotoli portati via nel giorno dell’addio ed erano saliti per le scale come se avessero proprio pensato di salire, ed erano penetrati fin su al matroneo come per la volontà oscena di violare ancora qualcosa. Ieri, la loro marcia si era fermata davanti alla grata attraverso cui le donne, non viste, guardavano dabbasso ma si capisce bene che adesso la marcia degli arbusti punti alla piccola cupola, tanto per stritolarla. Tra i posti delle donne, sopra un sedile, c’era un libro di preghiere aperto. Sulla seconda pagina c’era scritto a penna Ester Goldmayer. La carta delle pagine era così dura e affilata che mi sono tagliato. Il libro, l’ho lasciato lì. Qualcosa deve restare a stemperare la pazzia. Ti posso dire che da nessuna parte ho visto gli scarafaggi. Forse li mangiano i serpenti, che a mucchi attorcigliati fanno la tana dietro le porte a vetri delle cabine telefoniche, come in inverosimili rettilari verticali. Alla masticazione di Gerusalemme, concorrono i tarli. Il loro più cospicuo lavoro è il monumentale schianto del palco dell’Auditorium, dove Horowitz suonava le polacche e le polacche smisero di essere di Chopin. E c’è la polvere sempre in volo. Arriva dal deserto di Giuda. A proposito, ho fatto la strada che lasciava Gerusalemme. Ci sono degli spacchi, ma è rimasta uguale. Continua a lasciare Gerusalemme, a scendere nella depressione del mondo. Arriva tra i sassi e trova il Mar Morto. Massada è intatta. Alla base della rocca, le striature profonde degli accampamenti romani solcano per sempre la terra.

Dunque, stanotte eravamo a Gerusalemme. La scorta aveva tirato su la tenda nel giardino della palazzina dove abitavano i primi ministri. Non era possibile dormire. Un vento caldo e forte entrava nelle diecimila grondaie spaccate, e zufolava con diecimila bocche. Ho messo la testa fuori dalla tenda. C’era un quarto di luna e una stella vicina, come nelle illustrazioni, solo che era lì. Fuori dalla tenda c’era la sentinella, dato che girano lupi. Sui tetti divenuti aiuole, i fiori del deserto si mostravano con una dolcezza insensata. Gerusalemme sembrava quel videogioco dove mostri alti come palazzi si contendono la città e la spaccano. Ma il videogioco era rotto e l’immagine era ferma sulla devastazione. Gli alieni non c’erano. Nell’aria si è messa a girare una parete volante della solita polvere che gira in tutte le città di Israele, in arrivo da intonaci, solai, dalle stanze di decine e decine di migliaia di abitazioni, e non c’era altro dalla terra al cielo. Ho steso la mia mano, poi l’ho guardata, ed era coperta di polvere rossa. Mattoni sgretolati, e ogni particolare è come la scena di una profezia che nasce da un’altra profezia. E ogni supermercato, casa, residuo di orologiaio, di merceria, rovina di ospedale, di scuola, di cinema, si unisce alla stratosferica Pompei di una nazione. L’eruzione di un vulcano invisibile la cui lava raggiunge tutte le terre, e le svuota mentre non ce ne accorgiamo, e abitiamo in deserti mascherati da città, e non siamo popolazioni ma orde, e non riesco a trovare una cosa di cui rallegrarmi.

Non più di una settimana fa, ero su una spiaggia del litorale toscano. Una vicina di ombrellone, una donna anziana, si è allontanata per andare al bar a prendere un gelato. Giocavo a scacchi con sua nipote, una bambina di undici anni, si chiama Lucilla. Giocavamo su una di quelle piccole scacchiere adatte alla spiaggia perché i pezzi sono calamitati e non cadono nella sabbia. C’era anche un piccolo pubblico di tre amici di Lucilla. Due maschi di nove e undici anni, e una ragazza di sedici. Erano tutti molto coinvolti nella partita perché quest’estate gli ho insegnato a giocare, e stavamo facendo un torneo. Sono già in gamba. Ora vanno negli stabilimenti vicini, sfidano gli adulti e fanno tutti quei colpi da principiante che mi hai insegnato tu, tipo lo scacco del Saraceno e il Gambetto di Budapest. Insomma, eravamo sotto il mio ombrellone, e doveva muovere lei. Invece, smette di guardare la scacchiera, e mi fa: senti scusa, ti devo dire una cosa a nome mio e di tutti noi, vero ragazzi? Sì, rispondono loro. Ecco, mi dice Lucilla, sappiamo che tra qualche giorno te ne andrai, e ci dispiace molto per tanti motivi. Tanti, mi conferma Ezio, uno dei due maschietti, quello di nove anni. Intanto, prosegue Lucilla, sei l’unico adulto decente della spiaggia. Gli altri fanno segno di sì, che è proprio vero. Grazie. E poi ci stai insegnando a giocare a scacchi, e se parti non possiamo studiare l’uso dell’arrocco e gli attacchi con le sole pedine. Sì, e anche come si usano le torri, se uno perde la regina, conclude Ezio. Ho spiegato a tutti che non si dovevano preoccupare perché sarei tornato presto dal viaggio e sarei rimasto forse anche fino a settembre. Ah, fa Lucilla, proprio un viaggio. Vai lontano? Insomma, dico. Vado in Israele. E dove sarebbe questo posto? mi fa Lucilla. Israele? ho chiesto. Ho guardato lei, poi gli altri ragazzi. Niente, nessuna reazione. Come? faccio. Non sapete cos’è Israele? Tutti zitti. Ero convinto che mi stessero facendo uno scherzo. Ma era proprio vero. Non sapevano assolutamente che cosa fosse Israele. Sono bastati trentasette anni.

ALESSANDRO SCHWED, ebreo, fiorentino d’adozione, famiglia di origini ungheresi, negli anni Settanta ha fondato radio e circoli underground. E’ stato redattore del Male e ha collaborato al Secolo XIX. Attualmente collabora con i quotidiani locali del Gruppo Espresso e con il Foglio. Ha scritto “Non mi parte il romanzo, saranno le candele” (Ponte alle Grazie 1999) “Lo zio coso” (Ponte alle Grazie, 2005).

IL FOGLIO 5 ottobre 2008

Grazie alla rassegna stampa dell’Ucei