Frutta da Israele? Sì, grazie! | Kolòt-Voci

Frutta da Israele? Sì, grazie!

Anno sabbatico e Seder di Rosh ha-Shanah

Alberto Somekh

Si avvicina Rosh ha-Shanah. In molte famiglie, soprattutto di origine sefaradita, vi è il minhag di introdurre la cena, dopo aver recitato il Qiddush, con una serie di assaggi dolci e beneauguranti. Alcuni corrispondono a frutti, come il melograno e il dattero, che non sono raccolti in Italia ma provengono da paesi caldi. Fra i produttori di questi frutti vi è Israele e per molti il cosiddetto Seder di Rosh ha-Shanah è anzi un’occasione per portare in tavola, come Siman Tov, prodotti di Eretz Israel. A tal proposito mi è stata rivolta la seguente domanda. L’anno uscente 5768 è stato un Anno Sabbatico (Shenat Shemittah) e, come è noto, ha comportato diverse restrizioni halakhiche all’agricoltura in Israele e al conseguente consumo dei relativi prodotti. Essi necessitano di un apposito marchio di kashrut che ne attesti la provenienza in conformità con la halakhah (esistono soluzioni differenti, sulle quali non mi soffermerò). Come regolarsi oggi con questi frutti in Italia?

E’ in effetti pressoché impossibile risalire alla procedure di produzione della frutta israeliana reperibile sul mercato italiano. I marchi “Jaffa” e “Carmel” che incontriamo nei nostri supermercati non si riferiscono ai produttori, ma corrispondono a uffici di rivenditori che si limitano a raccogliere frutta proveniente da fonti diverse in Israele e a esportarla. Per di più, trattandosi di prodotti destinati ad un mercato non ebraico, c’è ragione di ritenere che nessuno si sia preoccupato di verifiche e attestati halakhici di sorta. La soluzione che in genere si consiglia a fronte di questi problemi è di evitare l’acquisto e il consumo dei frutti israeliani tout court, finendo per favorire di fatto altri bacini di provenienza in cui le complesse regole dell’Anno Sabbatico non sono in vigore. E’ paradossale sentirsi rassicurare da colui che ti regala melograni: “Stai tranquillo: NON vengono da Israele!”.

Una soluzione differente mi è stata prospettata, in via confidenziale, dal Rav Ya’akov Ariel, Rabbino Capo di Ramat Gan e uno dei massimi esperti dei problemi della Shemittah legati al moderno Stato d’Israel. Il suo ragionamento è semplice. Non è vero che i frutti israeliani dell’Anno Sabbatico siano proibiti. Al contrario, è persino Mitzwah mangiarli, perché l’Anno Sabbatico conferisce ad essi una Qedushah particolare, detta appunto Qedushat Shevi’it (“Sacralità dovuta al Settimo Anno”). In cosa consiste? Nell’evitarne in ogni modo lo spreco. La Torah dice infatti: “Il Sabato della Terra sarà per voi perché ve ne cibiate!” (le-okhlah; Wayqrà 25,6) e i Chakhamim hanno interpretato: le-okhlah we-lò le-hefsèd, “perché ve ne cibiate e non perché ne buttiate via” (Mishnah Shevi’it 8,1-2) (*).

Sarà in pratica sufficiente adottare due accorgimenti per evitare lo spreco di alcuna parte del frutto, in conformità con la Torah: 1) le parti commestibili andranno mangiate completamente: si dovrà porre particolare attenzione ai bambini che tendono ad avanzarne nel piatto; 2) le parti non commestibili (torsoli, semi, bucce, noccioli, scorze, ecc.) non potranno essere gettate in pattumiera direttamente: dovranno essere avvolte in un sacchetto di plastica e poi buttate, per riguardo alla loro Qedushah. Acquistando noi Ebrei al mercato o al supermercato in Italia i frutti israeliani dotati di Qedushat Shevi’it -argomenta il Rav Ariel-, e trattandoli con il dovuto rispetto si evita che essi finiscano nelle mani di persone che non ne intendono la sacralità. Mangiandoli, noi ci ricordiamo di Eretz Israel e della sua Qedushah! Quale auspicio migliore per Rosh ha-Shanah?

Shanah Tovah u-Metuqah. Per un Anno Buono e Dolce!

Rav Alberto Moshe Somekh

Comunità Ebraica di Torino

(*) In linea di principio, i frutti dotati di Qedushat Shevi’it non possono essere portati fuori da Israele, ma una volta avvenuta l’esportazione si mangiano, mantenendo la loro Qedushah.