Viaggio ad Auschwitz andata e ritorno | Kolòt-Voci

Viaggio ad Auschwitz andata e ritorno

Di ritorno a Milano da un viaggio magistralmente organizzato da Anat Levy e Zhala Cohen Pour a Cracovia – Birkenau-Auschwitz, con il preziosissimo aiuto di Marcello Pezzetti e Rav Simmantov mi preme scrivere ora a caldo alcune mie impressioni su un viaggio molto interessante ed emozionante.

Samy Blanga

Durante la visita al “quartiere ebraico ” di Cracovia e successivamente al “ghetto” , dalle parole di Marcello Pezzetti ho avuto un assaggio della vita degli ebrei durante la guerra e a tratti come era stata vissuta . Tali nozioni erano facilitate dal fatto che le case erano rimaste intatte ad oggi come erano allora. Addirittura alcune case fatiscenti dentro il ghetto sono rimaste esattamente le stesse e sono ora addirittura abitate da cittadini polacchi nelle medesime condizioni, medesimo colore, medesime finestre etc,,, Era una situazione irreale, guardare queste stesse abitazioni , immaginare la vita degli ebrei dentro durante la guerra e nel medesimo istante vedere sbucare dalla veranda o dalla finestra un giovane polacco del 2008 in maniche di camicia con la sigaretta in mano a guardarci divertito.

La piazza con le sedie grandi e piccole in mostra ci mandava immediatamente indietro nel tempo a ” vedere ” i ragazzi e bambini attraversare il ponte di ferro sulla Vistola con le sedie delle loro classi tra le braccia. E’ una immagine crudele ma che purtroppo rappresentava solo l’inizio del supplizio . Ai margini del ghetto vi era una grande scuola dove venivano lasciati i bambini degli uomini che andavano a lavorare fuori dal ghetto durante il giorno , e che poi venivano ritirati al loro rientro. Suggestiva era la posizione della scuola che aveva di fronte una parete rocciosa di immensa dimensioni impossibile da valicare e una collina a strapiombo come confine . Struggente era la ricostruzione di Pezzetti della deportazione di questi bambini e le reazioni dei genitori che al loro rientro non trovavano più nessuno ad aspettarli.

La mattina seguente era una bella giornata di sole, e prima di salire a bordo del pullman che doveva portarci a Birkenau ho confidato a Marcello le mie paure e i miei timori. Nel mio immaginario ho sempre visto i campi coperti di neve, gli ebrei infreddoliti senza scarpe nel fango gelido , il cielo cupo e grigio , gli alberi secchi senza foglie etcc,, Ora che c’è il sole e tanto verde, il contesto era cambiato e avevo paura di “non sentire” la sofferenza patita , di non ” provare” l’emozione di orrore che ho sempre custodito dentro di me e quindi di non capire la giusta dimensione di quanto fosse accaduto. Insomma sono venuto qui non solo per capire ma per “provare ” . non chiedetemi cosa, non lo so neanche io,,,

Una volta alla Judenrampe con il vagone fermo davanti a noi, Marcello ci ha scaraventati improvvisamente dentro il contesto della storia iniziando subito con la fatidica ” selezione” e continuando con l’ingresso del campo fino alle camere a gas , spiegando poi tutto l’iter del processo di morte nei dettagli.

Il mio timore si era in effetti avverato. Non riuscivo a ” sentire” la morte, e le domande di tanti di noi erano tutte di carattere “procedurali”. Volevamo capire come facevano a gestire il flusso degli arrivi, i numeri, la loro provenienza, come regolavano il traffico di questo andare e venire delle persone in tutte queste vie del campo , chi vedeva e chi no , il criterio di selezione ogni volta , il numero di morti per volta etc,,,, Nemmeno con il kaddish fatto davanti alle lapidi delle fosse comuni riuscivo a liberare il mio sentimento di orrore. Ecco, mi sono detto, è accaduto esattamente quello che temevo. Riuscire a commuoversi davanti ad una scena di un film ambientato dentro il campo, con dei volti a cui ci siamo abituati da qualche minuto dal suo inizio e magari con una musica da sottofondo appropriata al caso, era immensamente più facile che ” provare” il disdegno di fronte ad una fossa comune senza volti e senza musica… E’ orribile quello che dico e quello che provo, mi vergogno per questo, ma è la mia realtà in questo preciso momento.

Dopo una lunga marcia della “grande via” che tagliava il campo, siamo giunti alle latrine e alla baracca dei bambini. Al racconto del ragazzo di nome Sergio De Simone impiccato in modo atroce con un gancio da macello assieme ad altri 18 o 20 ragazzi sono crollato psicologicamente . Mi si sono chiusi gli occhi e ho visto mio malgrado la scena di fronte , e nello stesso momento chiudevo ferocemente gli occhi cercando di scacciare tali immagini. Erano fortissime. Questo era il mio primo choc del viaggio.

Come un automa sono salito poi nel pullman dove abbiamo proseguito per il campo di Aushwitz il quale a confronto di Birkenau sembrava niente di meno che un campo di prigionia normale ( che D-o mi perdoni per queste parole che non vogliono essere offensive verso le migliaia di persone morte e trucidate lì ). Di nuovo mi prende la sensazione strana che mi spinge ad approfondire l’aspetto burocratico del campo e considerare da un punto di vista estraneo le atrocità fatte.

Ma qualcosa comincia a cambiare quando ci addentriamo nel padiglione degli “oggetti” degli internati . Capelli, occhiali, valigie con scritte dei nomi ebraici , scarpe, protesi, mi riportano alla giusta realtà. Ecco finalmente qualcosa che appartiene agli ebrei morti e che si trova di fronte ai miei occhi. Come se avessi bisogno di prove visibili di oggetti , cose tangibili che posso immaginare addosso ai milioni di ebrei trucidati , per iniziare a scendere negli inferi di questo inferno e realizzarne l’immensità.

Visitando il padiglione di Israele, entro da una porta sbagliata da solo e inizio per caso il giro all’incontrario. L’atmosfera qui cambia del tutto, tutti i muri sono dipinti di nero, e comincio a sentirmi più cupo e angosciato. Come se fossi spinto da qualcuno, comincio a salire all’indietro le scale giungendo dentro una grande sala con delle foto di atrocità immani di uomini, donne e bambini mandati alla morte appese sui muri. Ecco di nuovo il grande choc. Questa volta barcollo, mi siedo su una panca in mezzo alla sala e stremato mentalmente mi chiedo nuovamente come sia potuto accadere . In quel preciso momento mia madre giunge alla stessa panca provenendo dal percorso originario e pure lei scioccata comincia a scusarsi e giustificarsi dicendo ” Noi non sapevamo niente, in Libano la vera guerra non è arrivata e nessun rumore di queste atrocità era pervenuta , io avevo 8 anni e nessuno mi aveva detto o saputo niente di tutto questo ,,” . Crollo psicologico di famiglia.

L’indomani mattina andando a visitare la sinagoga di Cracovia, il mio amico Alberto Eman mi chiede : ” Ora che hai visto tutto questo , cosa ne deduci ? cosa ti porti con te ? cosa cambierà nella tua vita ? e che cosa vorresti fare di questa esperienza ? ” . Ho semplicemente risposto che non mi reputo un illuso , che le cose viste possono ripetersi assolutamente perché l’essere umano è capace di tutto, anche di ripetere gli errori e orrori del passato , ma che la risposta a tutte le sue domande è una sola, Israele.

L’ebreo dovunque viva, non sarà mai amato, ma solo tollerato fintanto che le cose non cambiano in peggio purtroppo. Ma con Israele, la prospettiva cambia di 360°. Abbiamo uno Stato dove possiamo andare in ogni momento, uno Stato che protegge gli ebrei in pericolo ovunque nel mondo, uno Stato che deve essere sempre forte e che deve essere sostenuto da tutti gli ebrei del mondo . Quindi mi porto dentro una esperienza terribile, che mi spingerà ad appoggiare lo Stato d’Israele ,a combattere per la sua sopravvivenza , a lavorare per garantire il suo futuro ed il futuro degli ebrei nel mondo intero. Fintanto Israele è forte e viva, mai nessuna tragedia simile potrà avvenire. Possa D-o ascoltare queste parole.

Samy Blanga