I due ebraismi | Kolòt-Voci

I due ebraismi

Gli europei non nascondono la desolazione. I cugini americani? Vitalisti e dinamici.

Alessandro Piperno

Ma non siete stanchi di parlarvi addosso? Per quanto tempo ancora ci ferirete i timpani con il vostro esibizionismo ebraico? Per voi non esiste argomento più interessante? Ecco il genere di domande che ogni scrittore ebreo prima o poi si sentirà rivolgere. Tanto che i più solerti tra noi, giocando d’ anticipo, se le auto-infliggono. E tra questi certo anche Howard Jacobson, a giudicare dal suo Kalooki nights (Cargo, pagine 568, 20, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra), romanzo che s’ iscrive in quel genere ipercollaudato che va sotto il nome di «romanzo ebraico».

Da quando il compianto William Styron scrisse che L’ uomo in bilico di Saul Bellow segnava una svolta nelle lettere americane, il «romanzo ebraico» ne ha fatta di strada. Traversando un’ energica giovinezza, una spettacolare maturità, per intraprendere, in fine, il declino. E mi chiedo se tale tramonto in atto basti a spiegare l’ attuale proliferazione di romanzieri ebrei che, nella migliore delle ipotesi, denunciano, rispetto ai predecessori, una perdita di energia. Certo è che le ultime prove di eccellenti scrittori quali Gary Shteyngart o Michel Chabon non sono affatto confortanti. Visto che quell’ uso sapiente degli stereotipi rende i loro romanzi così intollerabilmente fichetti. E Jacobson? Con i suoi sessantacinque anni suonati, la sua origine britannica, il suo librone pieno di sferragliante giudaismo, che spazio trova in questa famiglia? Qualcosa mi dice che il suo talento si situi una spanna al di sotto rispetto ai maestri della letteratura ebraica (un po’ come accadeva al Barney di Richler, a un passo dai campioni). Ma, allo stesso tempo, il suo libro sprigiona una forza vitale che lo sottrae alla schiera di epigoni di talento, e lo rende originale in un modo a dir poco struggente.

A questo punto temo di dover confessare l’ origine personale del mio morboso interesse per Jacobson: non lo conoscevo ancora quando un critico americano, nello stroncare il mio romanzo, scrisse qualcosa tipo «Dopo Jacobson, eccone un altro che si guarda il suo peloso ombelico ebraico!». Una frase profetica visto l’ ombelicale sintonia che ho avvertito leggendo Kalooki nights, che rischia di offuscare il mio senso critico (e di questo vi chiedo scusa). Il Narratore di Kalooki nights si chiama Max, è un vignettista di Manchester, pieno di conti in sospeso: con l’ esistenza, la famiglia, un amico talmente preso dall’ Olocausto da aver gassato i genitori, una guarnigione di mogli, e soprattutto una vita che sarebbe potuta andare meglio ma che è andata così. Insomma un gran libro con tutti i difetti-non-difetti dei grandi libri: per esempio la discontinuità che alterna pagine memorabili ad altre assai meno illuminate. Non ha un plot (proprio come la vita!) ma i dialoghi, Dio, i dialoghi… Jacobson è un dialoghista di genio. Tra Neal Simon e Tennessee Williams. Ecco, pur avendo svolto il mio compitino, farcendo il racconto della trama con qualche commento ammirato, resta il fatto che trovo Kalooki nights un libro da me ingiudicabile: per eccesso di familiarità.

Come evitare di sciogliermi in un moto di empatia leggendo: «Gelosia e invidia sono due sentimenti così intrinseci alla natura umana che potremmo tranquillamente includerli in ogni valutazione del nostro comportamento nei confronti degli altri – e di quello degli altri verso di noi – senza bisogno di tirarle in causa ogni volta»? O come rimanere indifferente quando Max afferma che lui vede «la storia dell’ umanità nei termini di una battaglia tra gli ebrei e tutti gli altri!»? Una frase che avrebbe potuto dire mio fratello e che forse qualche volta ha detto? Eppure il vicolo cieco in cui mi sono ficcato mi offre l’ opportunità per una riflessione generale che parte da Kalooki nights e approda chissà dove. Perché c’ è qualcosa che distingue questo romanzo dai suoi tanti cugini americani. E, cioè, che si tratta di un libro che non si vergogna della propria tristezza, che la esibisce impudicamente. Il mondo di Jacobson – comicità a parte – è immerso in una angusta desolazione. Che lui non ha interesse a dissimulare. Rifuggendo trionfalismi. Rinunciando a qualsiasi ammiccamento seduttivo. La mancanza di charme. Ecco il punto cruciale. È così che Jacobson marca la differenza tra l’ ebreo americano e l’ ebreo europeo (chiedo scusa anche per questa generalizzazione). Il primo, gonfio della propria potenza, il secondo, ricurvo su se stesso. Il primo che avverte un legame vivo con un continente così generoso, il secondo pieno di diffidenza nei confronti del proprio. L’ effetto che tutto questo produce sull’ ispirazione letteraria è allo stesso tempo imprevedibile ed emblematico. Le opere di grandi scrittori europei di origine ebraica come Koestler, Schwartz-Bart, Cohen emanano un alone di ineluttabile disfatta. Sono angosciate e angoscianti. Al contrario non c’ è avversità che i protagonisti ebrei dei grandi romanzi americani non affrontino con piglio risoluto, dinamico, vitalista.

Pensateci: il Moses Herzog di Bellow, il Mickey Sabbath di Roth, l’ Alvy Singer di Woody Allen irradiano lo stesso fascino sprigionato dai loro fascinosi autori. I quali poi magari per snobismo rivendicano la propria affiliazione a Kafka, a Schulz, a Levi e così via… ma che noi avvertiamo assai più vicini a Melville o a Sherwood Anderson. Un altro miracolo americano: aver trasformato gli ebrei in persone sicure di sé. Così perfino lo squallore dei sobborghi chicaghesi nelle mani di Bellow diviene epico; laddove quello esibito dalla Manchester di Jacobson è solo squallido. Insomma ecco a voi l’ ebreo europeo, nella sua peggior forma, che sacrifica l’ epica sull’ altare della tragedia che lo pervade. Come dimostra anche il trattamento da lui riservato alla Shoah. «Sì, va bene, ma quale ebreo non è ossessionato dallo sterminio nazista?» vi chiederete con stizza. E sia. Ma un conto è essere ossessionati dal pensiero di quel che ti sarebbe potuto capitare se fossi vissuto in un certo momento storico in quel determinato posto, un altro è essere ossessionati da qualcosa che ti riguarda personalmente.

I campi di sterminio sono lì. Per raggiungerli, non devi prendere l’ aereo, basta un vagone piombato e una buona organizzazione. Tale geografica incombenza rende quotidianamente opprimente il rapporto dell’ ebreo europeo con il nazismo e con la Storia. Non stupisce allora che l’ americano Littell, per scrivere il suo terrificante capolavoro, sia ricorso alla lingua francese che sentiva forse più adatta alla circostanza, più tragica e meno epica. Evidentemente non voleva derubare gli europei del loro maledetto massacro. Perché erano europei i massacratori ed europei i massacrati. Questo mi spinge a un’ ultima avvertenza: chi leggerà il romanzo di Jacobson (spero lo facciano in molti) sarà irritato dalla fissazione del protagonista per tutto ciò che è tedesco. Troverà forse tale insistenza pleonastica e di cattivo gusto. Mi permetto di invitarlo all’ indulgenza: è così che l’ ebreo europeo vive la sua condizione di sopravvissuto. Siamo pochi, incazzati, anacronistici, nichilisti e, sebbene moriremmo dalla voglia di farlo, non riusciamo a dimenticare. E allora finisce che ti addormenti ogni sera con il terrore che qualcuno, nel pieno della notte, ti venga a prendere per condurti in quel posto di cui tutti ti parlano da quando hai messo piede sulla Terra. E che ti svegli al mattino nella luce incerta del pericolo scampato. Un giorno in più strappato al destino.

(12 settembre 2008) – Corriere della Sera

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Una risposta a rav Di Segni e rav Somekh

Yoram Ortona – Consigliere Ucei delegato alla Giornata Europea della Cultura Ebraica

Giornata Europea della Cultura Ebraica per i cittadini del nostro paese, ma anche per tutti gli ebrei delle nostre Comunità che hanno il piacere e il desiderio di parteciparvi, oltre che organizzarla. Decine, se non centinaia di persone, di volontari, si prodigano per un giorno all’anno su 365 per aprire le nostre porte alla cittadinanza, facendo conoscere e scoprire la realtà ebraica, e a loro va tutta la mia riconoscenza.

Rav Riccardo Di Segni e Rav Alberto Moshe Somekh che ho sempre apprezzato e stimato per la loro cultura, e in quanto Maestri del nostro tempo,pongono dei quesiti importanti che necessitano di qualche tentativo di risposta.

Rav Di Segni ammette Lui stesso il successo riscontrato anche quest’anno, in base ai dati di partecipazione della gente a questa manifestazione ,e tra le altre cose entrambi ne sono stati attori non certo secondari, visto che hanno partecipato in prima persona alle conferenze, e agli eventi di questa Giornata , e di ciò mi congratulo.

La Giornata Europea della Cultura Ebraica , non si celebra solo in Italia ma in ben 27 paesi del vecchio continente, mettendo in mostra l’ebraismo di un passato glorioso ma anche quello del presente, attraverso la musica e i concerti,come è accaduto per questa edizione, le conferenze e le lezioni di esimi professori, intellettuali, maestri di ebraismo, rabbanim, e mostrandone i musei, le bellissime sinagoghe e perché no anche gli antichi cimiteri, esempi di cui siamo fieri e principali depositari. Tutto un intero complesso di patrimonio inestimabile che va conservato e fatto conoscere al mondo esterno, anche come antidoto al pregiudizio e all’antisemitismo.

Sono d’altra parte d’accordo e consapevole con gli stimati Rabbanim, che i problemi dell’ebraismo italiano sono anche altri, come ad esempio l’assimilazione galoppante, e una maggiore attenzione andrebbe rivolta verso i programmi per i giovani, per il rinnovamento sostanziale delle nostre Istituzioni, della comunicazione e dei servizi in generale.

Ho sempre pensato anch’io che l’ebraismo italiano rischi di divenire un ebraismo museografico, ma credere nella possibilità di una cosa non esclude l’impegno nell’altra.

Analogamente per la Giornata della Memoria che si celebra ogni 27 gennaio,secondo gli stessi principi enunciati, dovrebbe essere forse abolita perché esistono altre priorità?

Proprio quella giornata dedicata al ricordo del periodo più tragico del popolo ebraico ?

Io penso assolutamente di no e così penso anche per la Giornata Europea della Cultura Ebraica.

Una diversa cosa invece è pensare che entrambe le manifestazioni hanno forse raggiunto per certi versi un livello di assuefazione , forse più la prima che la seconda, e che sono sicuramente necessarie delle modifiche, rivedendole e attualizzandole rispetto alla domanda esterna e in rapporto anche alla domanda interna.

Ma in tutta coscienza, penso che una riflessione seria vada fatta, e sicuramente ciò avverrà nel prossimo futuro.

Continuiamo però per cortesia, finchè saremo orgogliosamente cittadini di questo nostro paese e membri attivi delle nostre keilloth e delle nostre Istituzioni a celebrare entrambe le Giornate, e nel contempo vedere di affrontare con la massima interiorità, come afferma Rav Somekh, le problematiche da lui suggerite. Quella di sicuro non ci manca.

Shalom