Giornata della cultura ebraica per chi? | Kolòt-Voci

Giornata della cultura ebraica per chi?

Riccardo Di Segni

Ieri c’è stata la Giornata della Cultura ebraica, un successo come sempre, secondo le prime valutazioni. “Capofila” insieme a Milano era Mantova, dove ero presente al mattino e ho visto la partecipazione non solo formale ma anche condivisa e spesso commossa di autorità e pubblico.

A Mantova per l’occasione si presentava un volume molto pregevole sui cimiteri ebraici del mantovano, un’opera di notevole importanza storica. Ma proprio questa circostanza deve far riflettere.

Mantova ebraica purtroppo oggi è, con i circa suoi 60 iscritti e un passato glorioso, con le Sinagoghe autodemolite, l’emigrazione, la shoà e tutto il resto, e malgrado gli sforzi dei suoi dirigenti, una comunità al limite dell’estinzione, dove il prodotto culturale rilevante è un volume sui cimiteri. Bisogna comprendere il senso allarmante di questo dato. La Giornata della Cultura rischia di diventare un’elegante passerella su un passato glorioso. Le priorità dell’ebraismo italiano che malgrado tutto è vitale sono altre.


Alberto Somekh

“Porrai dei giudici e dei funzionari in tutte le tue città, che il S. D. tuo ti concede, per ogni tua tribù, e giudicheranno il popolo con vera giustizia. Non torcere il diritto, non avere riguardi di sorta e non farti corrompere, perché il prezzo della corruzione acceca gli occhi dei saggi e rende tortuose le parole dei giusti. La giustizia, la vera giustizia seguirai affinché tu viva ed erediti la terra che il S. tuo D. sta per darti” (Deut. 16, 18-20). Un così forte afflato etico, un richiamo tanto perentorio ai doveri della morale e della giustizia, si interrompe bruscamente, all’inizio della Parashah di Shofetim, con un duplice comandamento di cui è difficile evidenziare il nesso: “Non pianterai per te asheròt o qualsiasi albero presso l’altare del S. tuo D. che tu ti costruirai e non ti erigerai alcuna di quelle stele (matzevòt) che il S. D. tuo detesta” (v. 21-22). Che cosa c’entra un argomento con l’altro? Perché parlare delle asheròt, gli alberi sacri alla tradizione politeista cananea, e delle matzevòt, le pietre altrettanto sacre che i primitivi abitanti di Eretz Israel anteriori all’arrivo degli Ebrei adoravano, in un contesto dedicato al tema dei tribunali e delle istituzioni incaricate dell’amministrazione della giustizia?

E’ risaputo che a Yerushalaim il Sanhedrin Ghedolah aveva sede nella Lishkat ha-Gazìt, un’aula attigua al Tempio. Ciò vuole riaffermare il valore Divino della giustizia terrena. Ma intende anche ribadire quanto il legame fra etica e religione sia, nell’ottica ebraica, indissolubile, per cui il Tribunale doveva essere inestricabilmente collegato, anche nella sua collocazione fisica, all’Altare. Ecco perché di Tribunale e di Altare la Torah parla in versi attigui. Era già successo all’inizio della Parashah di Mishpatim. Anche lì tutta una serie di norme concernenti principalmente la giustizia fanno seguito alle prescrizioni sulle modalità di costruzione dell’Altare. Ma ciò non risponde ancora in modo esauriente al nostro interrogativo. Perché far seguire alle indicazioni sui tribunali quelle relative al tabù dell’idolatria?

Un commento midrashico (Tzeenah u-R’enah ad loc.) fornisce una risposta affascinante. Così come la asherah (da una radice che denota il benessere materiale) è un albero adorato essenzialmente per la sua bellezza e non per i frutti, la Torah ci vuole mettere in guardia contro la nomina di giudici che servano soltanto alla “bella figura” ma siano di fatto privi di competenza giuridica e di integrità morale. Persone che aspirano alla carica per il prestigio che comporta, che magari fanno fare “bella figura” anche ai loro committenti e sostenitori, offrendo loro servigi e assoluzioni sul piatto d’argento. La giustizia, ammonisce la Torah, è un’altra cosa. Non può essere ridotta a show. La giustizia è questione di essere, non di apparire; essa esige interiorità, non esteriorità!

Alla vigilia della Giornata Europea della Cultura Ebraica, che stando alle statistiche richiama in Italia quasi più numeri di tutto il resto d’Europa messo assieme, si rinnova come ogni anno l’interrogativo: è giusto mettere avanti tanti sforzi in un’operazione che riscuote sì grande successo nel mondo esterno, ma ha ricadute dal significato del tutto discutibile sulla vita interna delle nostre Comunità? Non sarebbe più utile investire in seri programmi di istruzione, per ebrei giovani e meno giovani, onde cercare di contrastare un’assimilazione galoppante, che rischia di ridurre le comunità ad ulteriori musei di se stesse? Perché ricercare il compiacimento altrui compiacendoci a nostra volta davanti agli altri di tutto ciò?

I commentatori si soffermano sulla differenza fra la matzevah, che la Torah proibisce, e il Bet ha-Miqdash. Mentre il Tempio racchiude i partecipanti alla vita religiosa al suo interno, facendone un elemento integrante della propria costituzione, la matzevah costituisce oggetto di culto per coloro che la circondano dall’esterno. E’ di nuovo differenza fra ciò di cui si fruisce vivendolo dall’interno e ciò che ci si limita ad ammirare standone al di fuori. L’Ebraismo italiano è chiamato in questi termini a scegliere il proprio futuro. Non dimentichiamo però che la parola matzevah ha nel frattempo assunto, nell’uso ebraico, una connotazione diversa: essa indica la lapide tombale al cimitero. “Ho posto dinanzi a te la vita e la morte… sceglierai la vita affinché viva tu e la tua progenie!”