Torino come metafora | Kolòt-Voci

Torino come metafora

Dietro al piccolo episodio

David Sorani

Si potrebbe anche sostenere che tutta la questione sollevata intorno alla riunione organizzativa convocata dal Consiglio della Comunità di Torino un venerdì pomeriggio alle 17,30 (questione diffusa e dibattuta in questi giorni su “Kolot”) sia in fondo cosa di poco conto, alla quale si è dato fin troppo peso: che importanza può avere e quali tracce può lasciare un incontro di lavoro tra pochi volontari in vista della prossima giornata europea della cultura ebraica? E invece no, invece è chiaro a tutti che la data e l’ora stabilite, e le priorità seguite per fissarle assumono una valenza emblematica della mentalità, del modo di porsi e di gestire le situazioni di interesse comune propri dell’attuale maggioranza consiliare.

Un atteggiamento in cui si fondono una personale lontananza dall’ebraismo in quanto realtà vissuta e un globale disprezzo delle esigenze ebraiche degli iscritti, che paradossalmente sono state trascurate per dedicarsi all’organizzazione dell’immagine ebraica verso l’esterno. Siamo cioè arrivati al punto in cui la visibilità del mondo ebraico nella società circostante, chiamata in causa in un’occasione indubbiamente significativa e utile come la giornata europea della cultura ebraica, diviene più importante – sino a metterla in discussione – della concreta pratica delle mitzwot da parte degli ebrei in carne ed ossa. Sarà forse solo una sfumatura a margine di una scelta poco opportuna; a me pare un punto di non ritorno rivelatore di tendenze inquietanti.

Ma non voglio soffermarmi ancora su una vicenda che ritengo già chiara a chiunque, dopo l’articolo di Giulio Tedeschi e l’ulteriore intervento di Ariel Finzi in risposta alla dotta falsa risposta dei Consiglieri Kaminski e Montagnana, i quali si limitano a fare sfoggio di raffinate interpretazioni circa l’orario di inizio del sabato sfuggendo al vero tema in discussione: il tempo necessario per prepararsi al sabato, ovvero la garanzia per tutti – senza perdere il diritto a partecipare ad iniziative comunitarie – della possibilità di rispettare le mitzwot.

Mi sembra importante piuttosto riprendere e sostenere la più generale invocazione di aiuto che Giulio Tedeschi lanciava nel suo intervento. L’episodio in questione è testimonianza esemplare dell’attuale situazione della Comunità di Torino. Facciamo una piccola analisi. L’agguerrita lista denominata “Comunitattiva” ha conquistato la maggioranza con le elezioni del 6 maggio 2007, subentrando nella conduzione della Comunità al Gruppo di Studi Ebraici. Molti nuovi volti si sono visti quel giorno in Piazzetta Primo Levi. Si poteva allora prevedere che i numerosi supporter di questo schieramento avrebbero costituito la nuova base della vita comunitaria, che avrebbero partecipato vivacemente e in gran numero alle iniziative del nuovo gruppo dirigente. Niente. Il blocco compatto che ha dato il successo ai nuovi leaders si è sciolto come neve al sole e il potenziale, auspicabile ampliamento delle presenze attive nella vita ebraica torinese si è rivelato un bluff, mentre a “costituire” di fatto la comunità cosciente e operativa è rimasto lo stesso zoccolo duro di cento-duecento persone che la anima da anni. Nel contempo però, sotto la guida “illuminata” della nuova maggioranza, le iniziative della Comunità hanno decisamente cambiato volto. La loro quantità e la loro intensità sono diminuite in modo consistente.

Soprattutto è venuto progressivamente meno il carattere ebraico delle manifestazioni comunitarie. Se ebraismo deve essere sinonimo di cultura viva e partecipata, allora purtroppo da un anno a questa parte sempre meno si fa ebraismo e sempre meno si fa cultura in Comunità, mentre Torino da più di venti anni brillava nell’ambito dell’ebraismo italiano per la sua vivacità intellettuale. Comunitattiva punta soprattutto sui grandi “eventi” cittadini, intorno a temi certo anche importanti, ma non specificamente ebraici. Ricordiamo per tutti il convegno “Incontri-Confronti” di quest’anno, sui problemi dell’immigrazione e dell’integrazione: un’occasione indubbia per riflettere, non calata però nella definizione di un punto di vista autenticamente ebraico e spesa invece alla ricerca del prestigio accanto ai più importanti enti regionali. I nostri attuali dirigenti mirano insomma alla visibilità, alle occasioni di spicco e ai vantaggi di immagine che possono derivarne. Aspetti certo da non sottovalutare, ma senz’altro meno rilevanti rispetto alla sostanza ebraica dei temi e dei protagonisti effettivi, cioè gli ebrei di Torino, la loro cultura, la loro vita ebraica.

E nonostante la mancanza di seguito determinata dalla totale assenza della gran parte dei suoi elettori, la maggioranza continua imperterrita nella realizzazione della sua miope linea programmatica, che si può riassumere in due direzioni di fondo: dare il benservito a Rav Somekh (l’obiettivo primario e unificante dello schieramento) e dare lustro effimero nel mondo esterno all’istituzione comunitaria, cioè a se stessa. Con buona pace dell’ebraismo e degli ebrei torinesi, che sempre più sono prigionieri di una situazione statica, passiva, asfittica.

Questa mi pare in definitiva la più grave responsabilità di Comunitattiva, tenere in scacco un’intera Comunità Ebraica trascurando l’aspetto per essa vitale, cioè l’ebraismo stesso, mortificandone così la vitalità, spegnendola nei fatti con la sostanziale assenza di valide iniziative. In tal modo, al di là della sua fisiologica tendenza alla contrazione numerica, la Comunità si consuma nelle sue medesime ragioni d’essere, diviene mera istituzione e perde in ultima analisi di senso.

Per fortuna c’è chi non si presta a un simile gioco. A Torino un’opposizione si sta formando; un’opposizione consapevole ed ebraica alla “linea di governo”, che è invece non consapevole e non davvero ebraica. Speriamo che riesca presto ad emergere.


Sei riflessioni su Torino

Rosy Moffa Bosco

Leggo, con qualche ritardo, l’intervento di Giulio Tedeschi su Kolot e rifletto.

Due consiglieri hanno convocato una riunione alle 17.30 di venerdì 27 giugno. Shabbat iniziava alle 21.01. La tefillà al tempio era alle 19.30, con il consueto largo anticipo (come sappiamo, non è mai più tardi, a qualunque ora inizi shabbat).

1a riflessione

Giulio Tedeschi riesce sempre, per tutto l’anno, ad arrivare all’inizio di shabbat con agio e serenità? Non gli capita di essere impegnato fino all’ultimo momento? Una riunione in Università, una visita medica, un appuntamento che slitta, una conferenza a cui bisogna andare, un rientro da un impegno di lavoro … Non gli succede mai? Se è così, beato lui!

2a riflessione

Il venerdì pomeriggio era, per tacito accordo, “fuori agenda”. La Comunità è chiusa, la gente ha altro da fare, osservante e non. Ci si può trovare per organizzare ancora qualcosa dell’ultimo minuto per necessità di festa (per la sukkà, ad esempio, o per Pesah), o per controllare questioni di sicurezza, ma non si fanno riunioni o incontri d’altro tipo. Fa specie che questo tacito accordo, o tradizione, o comunque lo si voglia chiamare, non sia stato rispettato. Mette a disagio, non piace, è inopportuno.

3a riflessione

Che «nessuno ci abbia pensato», però, non è assolutamente vero. Anche se non avessi parlato personalmente con i consiglieri in questione, dall’orario stesso (proprio perché «ai limiti») avrei potuto evincere che ci avevano pensato. Forse indotti da altri, forse spontaneamente, comunque ci avevano pensato. Mi sono sentita dire, infatti, che «poteva essere scomodo, ma si era pensato che i tempi erano sufficienti, se si cominciava puntuali e non ci si disperdeva nella discussione».

D’altra parte, riesco benissimo ad immaginarmi altre persone, anche shomre’ shabbat, che possono dire: «Ragazzi (compagni, confratelli …) dobbiamo proprio fare questa cosa: non potremmo farla prima di shabbat? Non si trova un altro momento… ». Risposte possibili: sì; no; solo per la prima mezz’ora; porc… acc…; per me va bene ma il rabbino non vuole; e chi apre? ecc. ecc. Io, però, senza un particolare sforzo di fantasia, riesco ad immaginarmi che si possa proporre, soprattutto il 27 giugno.

4a riflessione

Alla riunione, comunque, io non ci sono andata. Perché, come ho detto a tutti quelli con cui ho parlato, volevo andare in montagna e se a quell’ora non ero già per strada non potevo più muovermi fino a domenica mattina. Bella scusa, vero? Però, sia io che Gilberto abbiamo mandato via mail ciò che dovevamo comunicare, e l’abbiamo fatto molto prima, senza particolare disagio, in mezzo alle mille cose che, comunque, il venerdì si devono fare.

Altri, per cui lo shabbat è parte integrante dell’esistenza, sono andati alla riunione, con qualche sforzo di organizzazione personale e qualche accidente masticato tra i denti. Hanno infranto l’halakhà? Ovviamente no.

5a riflessione

Amarezza: solo questo rimane, dopo aver riflettuto i pro e i contro. L’amarezza per l’ennesima frattura, l’ennesima incomprensione, l’ennesima presa di posizione categorica. Mancanza di sensibilità? Occhi che vedono solo il peggio? Mah …

6a, e ultima, riflessione

Perché questa vicenda è finita sulle colonne di Kolot? Se è un problema di rapporti interni alla Comunità di Torino, interessa ai lettori tutti di Kolot? È davvero una Voce degna di attenzione pubblica? Se invece è un problema più generale, ai confini della discussione halakhica, si sarebbe dovuto, secondo me, porlo in altri termini: «In una Comunità, qualcuno propone una riunione […] Si può fare? È opportuno? Secondo Rav Tizio … Invece Rav Tal dei Tali …» Ah, il buon vecchio pilpul!