Un precedente illustre all’episodio torinese | Kolòt-Voci

Un precedente illustre all’episodio torinese

Ariel Finzi

Riassumiamo la discussione a cui abbiamo assistito: Il consiglio della Comunità di Torino, mediante due suoi rappresentanti (Kaminski e Montagnana), ha organizzato una riunione alle ore 17:30 di un venerdì pomeriggio.

Il prof. Giulio Tedeschi si è lamentato del fatto che ciò va in contrasto con la preparazione dello Shabbat e che questo discrimina coloro che lo osservano. I due rappresentanti del consiglio rispondono con una lettera che ho letto e riletto ma che proprio non sono riuscito a capire. La lettera comincia con una disquisizione sui tempi dell’entrata dello Shabbat. Viene citato Rav Eliezer Melamed ed un principio alachico “Sfekà deoràita lechumrà”.

Ringrazio il consiglio che, mediante due suoi rappresentanti, c’insegna il tempo d’entrata dello Shabbat, ma faccio presente che esiste un lunario, sempre pubblicato dalla Comunità, che contiene i tempi esatti, e che ovviamente include tutte le considerazioni che ci insegnano i signori Kaminski e Montagnana.

Senza interpretare il pensiero di nessuno, ipotizzo che i signori Kaminski e Montagnana abbiano preferito questa lunga disquisizione alla semplice citazione dell’orario riportato sul lunario, per farci capire quanto loro siano dotti conoscitori della Torà, dell’Alachà, del Talmud e di tutte le piccole sfaccettature e cavilli che i Chachamim trattano nei testi sacri.

In realtà, però, mi sembra che i concetti spiegati non siano poi così complessi e che non era necessario scomodare Rav Eliezer Melamed, per dirci che la durata di un giorno di festa nella nostra religione, è maggiore di 24 ore. Perché più di questo i signori Kaminski e Montagnana proprio non ci hanno detto.

Non è questa la sede per entrare in una discussione di Alachà su quali siano le attività permesse di venerdì pomeriggio e su come ci si debba comportare, quando l’unico Tempio della città comincia alle 19:30 e “fa entrare” lo Shabbat a quell’ora.

Mi limito consigliare ai signori Kaminski e Montagnana un po’ più di modestia e li invito a consultare il Kitzur Shulchan Aruch (paragrafo 9 capitolo 71 Edizione Mosè Levi, pag. 408), prima di emettere Decreti Alachici un po’ avventati. Ma non è questo il punto.

Il vero problema è che chi, quel giorno, voleva andare al Tempio, era discriminato ed escluso dal partecipare alla riunione.

Non credo proprio che il nostro Rav Eliezer Melamed avrebbe approvato la convocazione di una riunione in queste circostanze. Proprio non si capisce perché. la “dotta” (o non dotta) disquisizione sul metodo di calcolo dell’inizio dello Shabbat costituisca una risposta a quanto sollevato dal Prof. Tedeschi.

Nella seconda parte della lettera i signori Kaminski e Montagnana si danno una serie di medaglie per tutto il lavoro che hanno fatto da quando sono stati eletti. Anche questo non ha nulla a che fare con la mancanza di rispetto verso chi osserva lo Shabbat.

Concludendo, quello che ci si aspettava dai signori Kaminski e Montagnana era ben altro: ci devono una risposta sul problema della grave mancanza di rispetto e discriminazione verso chi, come il Prof. Tedeschi, osserva lo Shabbat.

Credo però che, a questo punto, la risposta debba essere data dal consiglio, visto che i signori Kaminski e Montagnana agivano in nome e per conto di quest’ultimo.

Tuttavia, per aiutare i signori Kaminski e Montagnana ed il consiglio della Comunità di Torino a capire la gravità di ciò che è stato fatto, vorrei raccontare, infine, un caso probabilmente già noto a tutti.

Era il 10 dicembre del 1976; un venerdì.

Lo stato d’Israele ed il suo primo governo Rabin attraversavano un momento magico. Pochi mesi prima, e precisamente il 4 luglio dello stesso anno, era stata portata a termine una delle operazioni militari più perfette ed eroiche della storia moderna: Un commando di soldati scelti israeliani era riuscito, in un aeroporto di un paese ostile (Entebbe) ed in soli cinquantacinque minuti, a liberare novantatre ostaggi in mano di un gruppo di terroristi palestinesi ed a riportarli illesi a casa.

La popolarità di Rabin era ai massimi storici e, nell’onda di questo trionfo, erano migliorati i rapporti d’Israele con vari paesi, tra i quali anche gli Stati Uniti, che accettarono di vendere armi strategiche ad Israele.

Proprio quel venerdì alle ore 15:25, arrivarono in Israele i primi tre aerei F15 acquistati negli Stati Uniti. Gli aerei eseguirono alcune acrobazie in aria e poi atterrarono. Qualche breve parola ed il pubblico si disperse.

Troppo a ridosso dell’entrata di Shabbat che, in quella stagione, comincia verso le cinque.

Seguì un’accesa discussione alla Kenesseth che terminò con le dimissioni del Primo Ministro Rabin, la caduta del governo e le elezioni anticipate. Come noto, le elezioni successive furono vinte dal Likkud e cominciò così l’era Begin. Rabin dovette attendere ben quindici anni (fino al 1992) prima di raggiungere nuovamente le carica di Primo Ministro.

Ciò avvenne trenta anni fa in Israele, lo stato che, ancora oggi, vanta una tradizione laica e pragmatica. Tanto più, Itzchak Rabin, il capo di Stato Maggiore della guerra dei Sei Giorni, non era certo un religioso e neanche un tradizionalista. Nonostante ciò, egli si rese conto della gravità di ciò che era successo e capì di non avere altra scelta che rassegnare le dimissioni, anche sapendo che queste gli sarebbero costate molto care.

Mi domando se, dopo un caso come questo, la coscienza d’alcuni membri del consiglio non abbia cominciato a chiedere conto di dove siamo arrivati, e come possa renderli partecipi di un fatto così grave come la discriminazione di chi osserva lo Shabbat all’interno della Comunità Ebraica.

Mi domando per quanto tempo ancora il loro unico e comune obiettivo possa permettergli di chiudere gli occhi di fronte a fatti come questi e continuare a costringerli insieme nella stessa “coalizione”.