Torino: La cecità della maggioranza | Kolòt-Voci

Torino: La cecità della maggioranza

Emanuel Segre Amar

Rispondo alla newsletter di Morasha che riprendeva la lettera messa in rete da Comunitattiva sul suo sito, e desidero innanzitutto ricordare che già in lontani tempi la Comunità di Torino è passata alla storia per la sua cecità politica. Sembra che ancora una volta oggi, mentre si avvicinano periodi che appaiono essere sempre più bui per Israele, per l’Italia e per l’Europa tutta, noi ebrei italiani ci comportiamo come molti fecero già nel 1934, accecati dal desiderio di comportarsi in un modo politicamente corretto.

Le conseguenze di quell’atteggiamento dovrebbero pur insegnare qualche cosa a chi oggi regge le sorti delle istituzioni ebraiche!

E intanto alcuni interessi, purtroppo talvolta anche personali, sembra che vengano nascosti ai più, attirando invece l’attenzione di tutti su di un argomento certo molto sentito a Torino, ma a mio parere non degno di imboccare la strada che ha imboccato.

E’ una storia vecchia quella che vuole che, “in politica”, si parli di un problema per nasconderne altri ben più seri; il presidente Tullio Levi li conosce benissimo, ma preferisce tenerli nascosti, forse per egoistici interessi politici. Ed intanto la Comunità è oggi sempre più spaccata in due come era già accaduto nel 1934, o come è accaduto in tempi successivi allorquando il contrasto tra l’allora Rabbino Capo ed il Consiglio in carica era stato gestito dalla maggioranza consiliare con metodi certamente più democratici di quelli attuati dall’attuale Maggioranza consiliare.

A questo punto è comunque necessaria anche una analisi del documento di Comunitattiva pubblicato da Morasha. Ed allora faccio osservare quanto segue:

“Il risultato delle ultime elezioni è inequivocabile”, si legge, ma non si riportano le analisi matematiche fatte da Raffaello Levi che mostrano invece una Comunità spezzata assolutamente in due parti quasi di pari peso, come numero di voti espressi, al di là del numero di consiglieri eletti da due delle quattro liste; quanto Comunitattiva sostiene falsifica una realtà ben più articolata.

Ecco che allora una prima osservazione merita di essere portata all’attenzione del lettore.

Comunitattiva, non va dimenticato, si è costituita ed aggregata anni addietro con il proposito dichiarato di cacciare Rav Somekh da Torino, proposito tuttora perseguito; ma tenta maldestramente di far ricorso a improponibili ed illegittime soluzioni, come la revoca di Somekh dalle sue funzioni di Rabbino Capo, pur mantenendolo nel suo posto di lavoro; ed i suoi nove Consiglieri (non va infatti dimenticato che Tullio Levi è stato indicato come Presidente dai Consiglieri eletti nella lista di Comunitattiva) hanno avviato la procedura di revoca di Rav Somekh basandosi su insussistenti motivi e con procedure a dir poco discutibili, senza preoccuparsi di tenere conto della contraria posizione assunta dalla metà degli iscritti di Torino, e senza motivare loro le ragioni della revoca stessa.

“Il Consiglio manifesta la piena disponibilità a favorire il passaggio di Rav Somekh a Milano”; nessuna parola viene spesa per spiegare quelle che furono le ragioni del Rabbino che lo obbligarono a rinunciare a un incarico che si era lui stesso cercato proprio per evitare un’insanabile ed irreversibile spaccatura della Comunità. Tra l’altro Comunitattiva non spiega le ragioni per le quali il presidente Tullio Levi, senza essere autorizzato dal Consiglio, e senza il consenso di rav Somekh, aveva deciso di inserirsi nelle trattative tra rav Somekh e la Comunità di Milano. Non è forse logico che, in tale situazione, chi deve decidere del futuro proprio e della propria famiglia senta puzza di bruciato, specie quando le sue scelte erano di fatto condizionate da inaccettabili condizioni del tipo “se non a Milano, la revochiamo”?

“Rav Margalit consegna la lettera di dimissioni” come conseguenza del fatto che “per il momento non c’è soluzione al problema”: noti a tutti erano i rapporti tesi fra Rabbino e Vice Rabbino, ma non a tutti sono note le cause, e anche certi atteggiamenti di rav Margalit, davvero poco consoni con la sua carica. E Comunitattiva, nel riportare lo stralcio della lettera di rav Margalit, si è forse preoccupata di chiedere il suo consenso? Si è resa conto che, così facendo, ha violato le più elementari regole della privacy? E si lascia intendere che la causa di tutti i mali della Comunità è da imputare a rav Somekh, senza curarsi di riportare anche le sue ragioni. Non si pensi che il mondo sia diviso in buoni tutti da una parte ed in cattivi tutti dall’altra, come questa lettera vuol far credere.

Il parere della Consulta viene citato solo in parte, e così non appaiono affatto le conclusioni che la Consulta aveva ritenuto di trarre, e che non erano davvero piaciute al presidente Tullio Levi e alla sua maggioranza, al punto di restare per alcuni giorni ignote ai consiglieri della minoranza.

La proposta di un “anno sabbatico” fatta a Rav Somekh non poteva certo essere un’imposizione, come invece fu; anche per questa ragione, posso immaginare, non poteva venire accolta, in una situazione di guerra aperta fra le parti.

“Dialogo con Rav Somekh per arrivare ad un accordo”: ma si dimentica che la contesa era fra il Rav e la maggioranza consiliare, mentre i consiglieri Raffaello Levi, Maurizio Piperno Beer, Bianca Bassi Disegni e Silvia Sacerdote Di Chio non furono mai favorevoli alle imposizioni volute della maggioranza, motivando il loro dissenso e specificando in più occasioni che non sussistevano i gravi motivi di revoca: il nascondersi dietro a questi fallimenti della delegazione, composta da Tullio Levi, Edoardo Segre, Raffaello Levi e Maurizio Piperno Beer, tende con falsità ad associare altri in comportamenti scorretti che furono propri della attuale maggioranza del consiglio.

Chi prende certe iniziative abbia almeno il coraggio di non coinvolgere gli altri, da sempre contrari alle scelte decise dalla maggioranza consiliare. E questo tentativo di coinvolgimento fu, sempre, molto pesante, e non certo per ragioni democratiche, come forse si cerca di far credere.

“Candidato alla carica di vice rabbino”: in quale altra comunità un consiglio potrebbe pensare di fare questa scelta senza coinvolgere il rabbino capo dal primo minuto e senza essere stato a tal fine autorizzato dallo stesso Consiglio?

Debbo temere che, al punto dove sono arrivate le cose, la lotta all’interno della Comunità di Torino si sia avviata su una china estremamente pericolosa.

Se ne è avuta una anteprima al kiddush dello shabbat che seguì l’incursione nella yeshiva di Gerusalemme. Gli animi si scaldarono quando il presidente Tullio Levi, parlando come presidente di tutta la Comunità, e non certo a titolo personale, ritenne di dover ricordare, proprio in quel momento, anche Goldstein, che pure è considerato un criminale dallo stato di Israele. E quell’improvvida dichiarazione suscitò discussioni sfociate in spaccature interpersonali molto gravi, e del tutto dannose in un periodo storico come quello attuale.

Ma anche le severe e ben riflettute parole pronunciate dall’Ambasciatore di Israele quando è venuto a Torino in febbraio dovrebbero risuonare di severo monito per coloro che sono “amici di Israele” a modo loro, da sempre. Anche questo argomento, di grandissima importanza, sta lacerando la Comunità di Torino in modo gravissimo, ma la maggioranza consiliare non sembra curarsene.

Emanuel Segre Amar