Torino: non ne possiamo più | Kolòt-Voci

Torino: non ne possiamo più

Monta a Torino la protesta contro ComunitAttiva, la lista presentatasi alle elezioni del 2007 con l’obiettivo di far dimettere Rav Somekh. Non ne possiamo più! è la newsletter diffusa qualche giorno fa. Eccone alcuni testi salienti e un intervento di Giulio Tedeschi.

Il Consiglio della Comunità Ebraica di Torino, con il voto favorevole del Presidente e dei Consiglieri di ComunitàttivA e con il voto contrario di tutti gli altri, ha deliberato il 25 marzo l’avvio della procedura di revoca del Rabbino Capo.

Forse dovremmo essere grati al nostro Presidente ed alla sua vittoriosa Maggioranza.

Il mondo non va per nulla bene. L’antisemitismo prospera allegramente. Su Israele continuiamo a cumulare patemi. L’economia va di guano. Il Vaticano ci ama sempre meno. Le elezioni (quelle del 13 aprile) sono un problema mica male.

La Comunità non sembra stare poi meglio di come stava prima della Nuova Era promessa da ComunitàttivA.

Ma il nostro Presidente e la sua vittoriosa Maggioranza, che sono buoni, cercano di farci dimenticare tutti i mali, inaugurando la seconda stagione della “Caccia al Rabbino”.

La cosa, di per sé, potrebbe anche essere interessante: c’è sempre un ooh! di ammirazione quando si vede qualcuno impegnato in un esercizio di alto valore agonistico, quasi una sfida all’impossibile e per di più senza paracadute, per essersi bruciata la via del ritorno.

Noi però non siamo grati, forse perchè siamo cattivi (se cattivi son quelli che non credono che il Rabbino sia la causa di tutti i mali della Comunità e che, sopratutto, non apprezzano le logiche di quella non irrilevante parte di suoi detrattori che in realtà vogliono colpire lui per educarne cento, ovvero per avere una Comunità basata su contenuti alternativi), ma certamente perchè siamo stufi marci.

Di questa storia infinita non se ne può proprio più.

Capiamo bene che, vinte le elezioni comunitarie all’urlo di “fuori Somekh”, il Presidente e la sua Maggioranza avessero qualche difficoltà a non fare una battaglia all’ultimo sangue contro il Rabbino Capo, invece di occupare il loro tempo a fare le altre buone e necessarie cose che pure saprebbero fare se non fossero travolti dalla ossessiva monomania antiSomekh che turba ogni loro pensiero. Ma pensavamo che la falsa partenza del mese di giugno dell’anno scorso, finita nella craniata presa dal Presidente e dalla sua Maggioranza per il chiaro invito della Consulta Rabbinica a pensare ad altro, sarebbe stata sufficiente per calmare i loro bollenti spiriti, tanto più che per un po’ anch’essi avevano poi parlato di necessità di ripresa del dialogo. E invece, ecco che ci risiamo.

Ecco che il Presidente e la sua Maggioranza – dopo aver continuato a fare di tutto e di più per mettere in condizione il Rabbino Capo di doversene andare e dopo aver inventato per lui, se proprio non voleva andarsene, le più diverse e fantasiose collocazioni nell’organico del personale comunitario – si sono di nuovo avviati, visto l’ovvio insuccesso delle loro precedenti manovre, su un percorso che ha in sé un sicuro esito negativo qualsiasi cosa poi succeda: se perderanno dovranno andare a casa e si offenderanno pure, se vinceranno avranno fatto un deserto e non sarà facile farlo credere un Eden ritrovato.

Ecco che la Comunità è ancora più dilaniata di quanto – troppo – già non fosse. Allora, forse più che annoiati, siamo seccati. O anzi, a pensarci bene, siamo proprio arrabbiati, ma mica poco.

Se molti si arrabbiassero come e insieme a noi sarebbe meglio per la Comunità.

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Perché votiamo no

La dichiarazione di voto dei consiglieri presenti alla seduta rappresentanti delle due liste di minoranza.

Avendo da tempo espresso opinione apertamente contraria alla revoca del Rabbino Capo e ritenendo che il mancato accordo su recenti proposte sia sostanzialmente dovuto all’implicito allontanamento di fatto dalla cattedra rabbinica in esse ipotizzato e a inaccettabili limitazioni delle relative funzioni, confermiamo la nostra ferma opposizione ad ogni delibera mirata all’avvio della procedura di revoca, rilevando che – senza peraltro risolvere alcun problema – ciò non farebbe altro che peggiorare l’attuale stato di crisi nella Comunità, approfondendo ulteriormente le già accese contrapposizioni. Inoltre, non essendo stata inviata preventivamente la bozza della delibera che il Consiglio si appresta a votare, riteniamo che non sia possibile per i Consiglieri esercitare in piena consapevolezza il proprio diritto di voto.

Richiediamo infine che sia messa a conoscenza dei consiglieri tutta la documentazione che il Consiglio invierà alla Consulta Rabbinica anche al fine di evitare variazioni nella composizione degli allegati e aggiunte successive alle decisioni consiliari.

Bianca Bassi Disegni

Raffaello Levi

Silvia Sacerdote Di Chio

La dichiarazione di voto fatta pervenire dal consigliere Maurizio Piperno Beer, assente dalla seduta per motivi personali.

Mi sono sempre espresso contro la procedura di revoca del Rabbino Capo, sia per motivi di principio che per l’insussistenza dei presupposti, e ritengo che, nonostante le affermazioni contrarie, le proposte fatte allo stesso Rabbino Capo mirassero sostanzialmente ad allontanarlo dalla cattedra rabbinica o quanto meno a sminuirne in modo inaccettabile le funzioni. E’ quindi, a mio parere, del tutto priva di fondamento la tesi che la responsabilità della attuale incresciosa situazione sia attribuibile esclusivamente al Rabbino Capo quando è invece evidente che una parte dei consiglieri mirava, fin dall’insediamento di questo Consiglio, e per alcuni da molto prima, all’unico scopo di allontanare comunque il rabbino e, in caso di suo rifiuto, di revocarlo. Ribadisco quindi in modo inequivocabile la mia ferma opposizione all’approvazione di qualsivoglia delibera in materia che costituisca di fatto una premessa alla procedura di revoca. Inoltre, al fine di stabilire in modo chiaro le responsabilità di ciascuno, dichiaro di dissociarmi formalmente dall’approvazione di tale delibera e suggerisco che la votazione avvenga in modo palese e cioè per appello nominale.

Mi auguro infine che, come richiesto verbalmente al Presidente e come prassi ordinaria in qualsiasi organo consiliare, i consiglieri abbiano potuto disporre del tempo adeguato per esaminare accuratamente tutta la documentazione che verrà inviata alla Consulta ad evitare, come già avvenuto in passato, cambiamenti nella composizione degli allegati e aggiunte successive alle decisioni consiliari.

Maurizio Piperno Beer

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E i “gravi motivi” ? (una nota giuridica)

Ciò che può esser oggetto di revoca, secondo l’art. 30 dello Statuto dell’Ebraismo Italiano, è unicamente la funzione che il Rabbino Capo svolge nella propria comunità. Ma, sempre stando alla lettera dello Statuto, per procedere alla revoca di un Rabbino Capo, o anche solo per avviare la relativa procedura, occorre che sussistano “gravi motivi”.

Dunque, per avviare una procedura di revoca, necessitano valide e “gravi” ragioni che non permettano il proseguimento della funzione di Rabbino Capo nel soggetto che è stato a suo tempo nominato dal Consiglio della Comunità.

Ma quali sono, occorre chiedersi, i gravi motivi che, secondo lo Statuto, debbono sorreggere la procedura di revoca di un Rabbino, procedura – sia detto per inciso – mai attuata in Italia?

Poiché lo Statuto, nella sua sinteticità, nulla dice in merito a cosa debba intendersi per gravi motivi, non ci si può che riferire, secondo principi analogici previsti nell’ordinamento giuridico italiano, a violazione di legge, sia essa civile o penale, ovvero (visto che siamo in campo ebraico) a violazioni della legge ebraica e/o della halachà, ovvero ancora (visto che il Rabbino è comunque, oltre che un Maestro e un Giudice, nella quotidianità anche un lavoratore dipendente della Comunità in cui esercita il suo ruolo) a inadempimenti gravi commessi durante il rapporto di lavoro.

A giudicare da quanto si è sin qui appreso dal Consiglio della Comunità, attraverso comunicati, lettere o comunicazioni nelle Assemblee, e a giudicare dai fatti – e non dalle chiacchiere, dalle dicerie o da quello che non si dice – nessuna delle violazioni sopra indicate, costituenti i gravi motivi previsti dallo Statuto può dirsi integrata.

E allora? Dove sta andando a parare il Consiglio della Comunità di Torino, ovvero dove stanno andando quei Consiglieri che hanno votato per l’avvio della procedura di revoca la fatidica sera del 25 marzo?

Agli Ebrei torinesi l’ardua sentenza, ma sia chiaro sin d’ora che chi avrà sbagliato, contribuendo a dividere sempre di più la Comunità e i suoi membri, dovrà pagarne le spese.

Giulio Disegni

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TORINO, ALTRI DUE MESI DOPO

Torino, si sa, non è più la capitale dell’automobile. Ma è sempre un luogo di efficienza, di produttività, di decisioni rapide. Ad esempio, il 27 novembre scorso, come ho già qui ricordato, il Consiglio della Comunità, accogliendo l’auspicio formulato dalla Consulta Rabbinica, decideva di riprendere il rapporto e il dialogo con il Rabbino Capo. Magari qualcuno si aspettava una cosa lunga, progressiva. Un lento partire dalle cose piccole, dai problemi più quotidiani per recuperare un linguaggio comune, una fiducia, una simpatia. Macché: inutili lungaggini! Giusto il tempo di una sciata e di una fetta di panettone ed ecco il 15 febbraio il Consiglio fa la sua proposta definitiva: devi togliere il disturbo per un anno sabbatico e firmare che anche al tuo ritorno rinuncerai alla competenza su conversioni, scuola, kasheruth. Però, dice il Consiglio, è una proposta trattabile. Della serie: ti vorrei tagliare entrambe le gambe, ma possiamo trattare; magari una sola?

Il bello è che Torino era anche la capitale della discrezione, del bon ton. Magari queste cose si fanno, ma non si dicono. Invece questi le dicono. E’ scritto nella newsletter di Comunitattiva: “un ostinato tentativo di composizione del conflitto”. Accidenti, davvero ostinato! Quasi ringhioso! E se rav Somekh risponde che vorrebbe tenere entrambe le gambe, cioè vorrebbe essere un rabbino nei fatti e non solo sulla carta intestata? Reprobo, immobilista, non collaborativo! Revoca, revoca! Si alzi il patibolo. Ecco vicino il sol dell’avvenir.

Questi acrobati del diritto sono simpatici. L’art. 30 dello Statuto regola l’assunzione, la conferma e la revoca dei rabbini capo. Se uno è stato assunto come rabbino capo e viene revocato non è più in servizio, non è più nulla. Ma questo è peshat. Il midrash di Comunitattiva, si legge sempre nella newsletter, è che il rabbino revocato resta sempre comunque in servizio, magari facendo altro: il cuoco, il preside della scuola, il guardiano notturno. Naturalmente è solo una captatio benevolentiae: non siamo crudeli, non mettiamo nessuno sul marciapiede. Ma è buffo perché crea una simmetria con la proposta presentata al rabbino: o tu firmi di rinunciare a quasi tutto il tuo lavoro e ti adatti a far altro, oppure noi ti revochiamo, cioè rinuncerai a quasi tutto il tuo lavoro e ti adatterai a fare altro. Secundum non datur. Una deliziosa interpretazione del concetto di dialogo e di trattativa.

La Consulta Rabbinica dovrà ora fornire il suo parere. Strano parere. Perché naturalmente ogni membro della Consulta si sarà fatta la sua idea anche su quale parte di responsabilità qualche comportamento di rav Somekh possa avere avuto nel creare la contrapposizione. Ma paradossalmente la Consulta non sarà chiamata a esprimersi su questo. Sarà chiamata a chiedere alla Comunità di Torino perché ha platealmente ignorato il suo precedente invito alla calma, alla pazienza, a tentare un “nuovo approccio”. Quale sostanziale disinteresse per l’unità e l’armonia nella vita comunitaria possa avere indotto il Consiglio a scavare ancora di più i solchi, i risentimenti, le amicizie rotte, il disagio che si percepisce in ogni luogo. Quale merito ebraico abbia un Consiglio che fa dell’ossessione di questa cacciata un succedaneo di un qualunque complessivo programma politico o di una qualunque visione d’insieme.

Non ci facciamo illusioni. Qualunque sarà il parere della Consulta il Consiglio andrà avanti, confermerà la revoca. Perché la revoca è tutto se stesso, non ha proposto altro, non ha chiesto il voto per altro, non ha progetti su altro. Ed è per questo che, pur nella stanchezza e nel disamore per questo anno d’odio, riesco ancora a scrivere qualche articolo un po’ spiritoso (vanità!) come questo. Il tunnel si sta facendo stretto. Forse tra poco sbatteranno sulla parete finale. Cominciamo a contare i giorni.

Giulio Tedeschi