Ecco perché è realistico parlare della superiorità del genio ebraico | Kolòt-Voci

Ecco perché è realistico parlare della superiorità del genio ebraico

Daniela Coli

Il dibattito in corso negli ultimi anni negli Stati Uniti sulla superiorità dell’intelligenza ebraica e le recenti posizioni di alcuni genetisti e scienziati sociali analizzate con cura da Alia K. Nardini non sono stravaganze di un gruppo di accademici esaltati. Charles Murray non è considerato un ciarlatano negli Stati Uniti, ma un prestigioso scienziato sociale.

Al lettore italiano il dibattito sul Jewish Genius può apparire antisemita, vagamente nazista, ma non agli americani, i quali credono nelle differenze genetiche, come nel caso dell’omosessualità, e hanno una profonda ammirazione per gli ebrei. Da noi, quando si è scoperto che molti teorici neocon di Bush, a cominciare dal più importante, Irving Kristol, erano ebrei si è subito iniziato a parlare di complotto ebraico. In realtà, i più autorevoli cervelli neocon sono ebrei per la semplice ragione per la quale sono ebrei anche i più importanti pensatori democratici. Questo perché sono ebrei la grande maggioranza degli intellettuali, degli accademici delle università più prestigiose, degli scienziati che vincono i Nobel, degli editorialisti più famosi, dei giornalisti più noti, senza contare i migliori registi e attori di Hollywood.

I Kristol, informa il Times, sono una famiglia potentissima: Irving Kristol, nato nel 1920, consigliere di Bush, è il padrino dei neocon e la moglie, Gertrude Himmelfarb, nata nel 1922, teorica del ritorno ai valori vittoriani, è attualmente la guru di Gordon Brown, oltre a essere la regina dei neocon di Bush. Il figlio William è soprannominato “il cervello di Dan Quayle”, perché era capo dello staff dello scialbo vicepresidente di Bush senior. Il “cervello di Dan Quayle” è ora il direttore del Weekly Standard e il presidente del più importante think tank neocon. Lo stesso vale per i democratici, i cui migliori cervelli sono ebrei.

Con una tale supremazia è abbastanza comprensibile che uno scienziato sociale ebreo americano parli di genio ebraico. Non è neppure anomalo che Charles Murray parli degli ebrei come di una razza geneticamente superiore, perché il paradigma della superiorità intellettuale ebraica è già stato formulato in due importanti libri usciti nel 2004 da Princeton University Press. Sono due libri famosissimi e stimatissimi come “Jews and the American Soul” e “The Jewish Century” di due storici come Andrew R. Heinze e Yuri Slezkine. Jews and the American Soul demolisce il mito delle origini protestanti – presbiteriane e puritane – dell’America e sottolinea come già nella dichiarazione d’indipendenza di Thomas Jefferson fosse presente l’ideale del perseguimento della felicità, che anticipava la passione nazionale americana per la pace interiore, definita da Heinze un carattere psicologico tipicamente ebraico. Gli ebrei, presenti dalla fondazione degli Stati Uniti, erano studiosi della natura umana e su questo piano sfidarono i protestanti. Gli ebrei usavano molti termini ed espressioni entrate ora nel linguaggio comune degli americani per descrivere il perseguimento della felicità: espressioni come ricerca dell’identità, desiderio di realizzazione, volontà di superare il complesso di inferiorità, il bisogno di compensazione e di razionalizzare impulsi potenti e proiettarli sugli altri per avere con essi un’autentica relazione. Queste espressioni americane, entrate anche nel nostro linguaggio quotidiano, sono espressioni ebraiche. Per questo, per Heinze gli ebrei hanno plasmato l’anima americana.

Per Heinze dal 1880 al 1920 nasce la psicologia moderna – purtroppo Heinze non distingue tra psicologia e psicoanalisi – e l’America è conquistata dalle nuove idee. Gli psicologi ebrei erano pensatori di grande valore e ci fu interazione tra valori ebraici e americani a cominciare da Benjamin Franklin. Secondo Heinze, l’attitudine intellettuale e morale degli ebrei a migliorarsi costantemente condusse alla psicoanalisi di Freud e Alfred Adler, il cui approccio alla mente è tipicamente ebraico. Insomma, per Heinze tra il 1890 e il 1940, gli psicologi ebrei modellarono la psiche americana e dopo il 1945 questo processo si accentuò. Il libro più importante uscì nel 1946, fu scritto da un rabbino americano, Joshua Loth Liebman e si intitolava “Peace of Mind”. Liebman era un rabbino e uno psicoanalista: il libro divenne un bestseller, fu preso sul serio dall’opinione pubblica. Liebman predicò dalla radio l’ebraismo come religione dell’amore, come una nuova idea della democrazia. Sul freudismo Liebman si scontrò con i due leader cattolici più carismatici, Fulton Sheen e Clare Booth Luce: quest’ultima per le sue critiche a Freud fu accusata di antisemitismo. Martin Buber, Eric Fromm, Abrahm Maslow, insieme a scrittori come Saul Bellow, Philip Roth e Allen Ginsberg plasmarono direttamente o indirettamente l’anima americana. Donne ebree come Betty Friedan, Ayn Rand, Ann Landers, Abigail Van Buren, Joyce Brother davano consigli al pubblico americano dalla radio e dalla televisione. L’Olocausto fu poi fatto conoscere agli americani attraverso testimonianze come quella di Elie Weisel, che divenne il simbolo della sofferenza ebraica. Insomma, per Heinze, se gli Stati Uniti sono la grande nazione generosa piena di amore verso tutto il mondo è per l’anima ebraica.

Se oltre al ruolo degli psicologi ebrei che per Heinze plasmarono l’anima americana, ricordiamo la miriade di intellettuali di altissimo calibro, si pensi al solo Paul Oskar Kristeller per la storia, o Ernst Cassirer per la filosofia, che emigrarono verso le università americane dopo il ’33, e cambiarono il panorama culturale americano – si pensi solo alla New School, una intera università dominata da Hannah Arendt e i suoi discepoli – possiamo comprendere la vitalità impressa alla cultura americana dall’emigrazione ebraica dall’Europa. Senza contare filosofi come Dieter Henrich, economisti liberali Ludwig von Mises e Murray Rothbard e i fisici tedeschi a cominciare da Einstein, che contribuirono alla supremazia scientifica e intellettuale americana. Non c’è dunque da stupirsi se un Charles Murray pone il problema del genio ebraico.

“The Jewish Century” di Yuri Slezkine, professore di storia russa a Berkeley, tratta del ruolo fondamentale degli ebrei nella rivoluzione bolscevica. Slezkine, ebreo da parte di madre, è nato in Russia nel 1956 da una famiglia dell’intelligentsia sovietica, è volato negli Stati Uniti nel 1983, dove ha preso il Phd nel 1989. Slezkine dimostra il ruolo centrale degli ebrei nella creazione dell’Unione Sovietica, un ruolo che paragona a quello degli ebrei in America. In Russia gli ebrei avevano successo nell’educazione, nel giornalismo, nella medicina e in altre professioni fondamentali nel funzionamento dell’Urss, inclusa la scienza. Per Slezkine, gli ebrei erano più colti di ogni altro gruppo in Russia, aderirono entusiasticamente al comunismo e furono responsabili degli orrori del comunismo russo. Per Slezkine, l’Urss fu un paradiso per gli ebrei fino alla metà degli anni Trenta. Gli ebrei ebbero un ruolo determinante nella rivoluzione bolscevica e per Slezkine è impossibile comprendere il comunismo senza considerare il ruolo degli ebrei nella storia moderna. Furono dirigenti del partito bolscevico, della polizia segreta sovietica, l’élite del partito comunista russo. Tra il 1960 e il 1970 in Unione Sovietica però il numero dei laureati crebbe più del 100% tra gli Ucraini, i Bielorussi, i Moldavi, i Tartari , gli Uzbeki, etc., e solo del 23% tra gli ebrei. Poi gli ebrei cominciarono a decadere e per Slezkine dipese dal fatto che non avevano una loro repubblica, un loro territorio come gli ucraini o i moldavi. Per Slezkine fu anche la frustrazione tipica di un’élite in decadenza a indurre gli ebrei russi ad assumere atteggiamenti critici verso l’establishment sovietico, ad aderire al sionismo e a volere emigrare in Israele. Essendo un figlio dell’intelligentsia sovietica, Slezkine non capiva negli anni ’60 e ’70 perché vi fossero ebrei che andavano nei gulag, perché leggevano Solzhenitsyn. Per Slezskine il padre del socialismo russo Alexander Herzen non si ribellò allo zar perché si sentiva oppresso come i suoi servi, ma perché si sentiva uguale allo zar e per questo si sentiva trattato come un servo. Lo stesso accadde a Andrei Sahkarov, che, per Slezkine, si sentiva superiore a Mitrofan Nedel, per non dire a Leonid Brezhnev o Mikhail Gorbachev, e si sentiva trattato come un servo. Negli anni ’70 e ’80 il vecchio e arretrato stato sovietico entrò in crisi cominciò a giudicare gli ebrei nemici, ma fin già dal 1964 il Kgb considerò gli ebrei degli agitatori e dei sovversivi. Per Slezkine gli ebrei sono mercuriali, sono la modernità, e non potevano vivere in una Russia sempre più apollinea. Per Slezkine gli ebrei sono messaggeri di Dio, interpreti, mercanti, guide, persone di frontiera. I mercuriani non producono cibo, non sono agricoltori come gli apollinei, sono mobili, dinamici, sono i prìncipi della finanza e dell’economia, i maghi della globalizzazione: nel mondo moderno vincono i mercuriani per Slezkine e gli apollinei devono diventare mercuriani, se vogliono sopravvivere. Slezkine teorizza un’intelligenza superiore degli ebrei, anche se è meno autocelebrativo di Heinze. I loro libri stati recensiti dalle più serie riviste accademiche americane, dai giornali, gli autori sono stati intervistati.

Molti recensori americani hanno sottolineato che l’incipit del libro di Slezkine “la modernità è ebraica e il XX secolo in particolare è ebraico” avrebbe fatto la felicità degli antisemiti che hanno sempre considerato abnorme l’influenza sul mondo di un minoranza come gli ebrei e hanno continuamente sospettato complotti. Hanno però messo in rilievo che Slezkine non è antisemita, ma un grande storico, brillante e provocatorio, che è riuscito a spiegare l’unicità ebraica e l’importanza della sua esistenza per il bene del mondo. Il successo di questi due libri, in particolare di quello di Slezkine, dimostrano che gli americani considerano gli ebrei un popolo con qualità che altri non hanno e per questo li ammirano. Non bisogna quindi considerare stravaganti le tesi di Murray, perché la maggioranza degli americani è contenta della propria anima e sono sicuri di essere un popolo generoso, che si adopera per migliorare il mondo. Non bisogna esagerare su possibili conseguenze discriminatorie di queste teorie. E’ vero che un cognome ebreo negli Stati Uniti apre molte porte (basti pensare a una filosofa come Martha Craven Nussbaum, che ha rinunciato al suo cognome dopo il divorzio e ha mantenuto Nussbaum, il cognome dell’ex-marito ebreo), ma l’americano medio riconosce questa superiorità ed è anche convinto sia meritoria. Basta pensare a un film di straordinario successo negli States come Independance Day, del 1996. Come è noto, è un film catastrofico di fantascienza dove si mostra un attacco alieno a tutto il pianeta: un raggio mortale colpisce New York, la città esplode, cadono le torri gemelli e la statua della libertà. La stessa sorte tocca alle altre metropoli del globo. Anche la Casa Bianca è rasa al suolo e il presidente ( Bill Pullman) sale sull’Air Force One. L’America si salva e con lei tutto il mondo perché un presidente gentile, un pilota nero (Will Smith) e uno scienziato ebreo (Jeff Goldblum) riescono a lanciare un missile nucleare temporizzato all’interno dall’astronave madre aliena e a fuggire prima che esploda. Vidi la prima del film a Londra con amici inglesi e italiani. Il resto della sala era pieno di americani. E’ difficile descrivere la partecipazione emotiva degli americani al film e l’applauso tutti in piedi alla fine. Era l’anima americana.

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