Io, freelance dell’ebraismo vi racconto la mia comunità | Kolòt-Voci

Io, freelance dell’ebraismo vi racconto la mia comunità

Un ebrea ortodossa di Londra si racconta come donna in un romanzo straordinario

Maria Vittoria Vittori

“Nel mio romanzo la voce di Dio non mai univoca: c’e il Dio che mi stato insegnato e con cui ho sempre avuto dei problemi, e un Dio libero, ironico, capace persino di ridere”.

In quell’afoso giorno di settembre che è l’ultimo nella vita di Rav Krushka, raffinato commentatore della Torah e carismatico rabbino della comunità ebrea ortodossa di Hendon, la figlia Ronit, brillante analista finanziaria che vive a New York, provvista di libero pensiero e linguaggio ardito, s’imbatte in un tipo con l’aria da predicatore che le piazza in mano un opuscolo annunciante un seminario speciale su Rav Krushka. Così, prima ancora della telefonata che le comunica la morte del padre – con cui non aveva rapporti da anni – Ronit capisce che di lui e di tutto ciò che rappresenta, compresa l’integralista comunità di Hendon e la sua adolescenza nel segno della ribellione, non potrà liberarsi tanto facilmente. Ronit è la protagonista del romanzo Disobbedienza, la sorprendente opera prima di Naomi Alderman, che la preziosa casa editrice Nottetempo ci ha fatto conoscere (con la traduzione di Maria Baiocchi, pp. 374, euro 18).

Sorprendente per almeno due buoni motivi: il primo è che riesce ad essere drammatica e ironica al tempo stesso, con una prospettiva religiosa decisamente eccentrica – se Nietzsche affermava di poter credere solo in un Dio che danza, dal canto suo la Alderman afferma di poter credere solo in un Dio che ride -; il secondo risiede in una scansione a più voci capace di mettere in gioco diverse interpretazioni.

Che cosa ci sia all’origine di questo romanzo, lo racconta lei stessa partendo da lontano. «Ero a New York l’11 settembre. Mentre stavo al telefono con mia madre, uno dei segretari ha fatto irruzione nel mio ufficio gridando che un aereo si era schiantato contro una delle torri. Mi sono precipitata alla finestra e ho visto il secondo aereo che si schiantava contro l’altro edificio. Quello che la gente dimentica, quando si parla dell’11 settembre, è che in quel momento non sapevamo se questo sarebbe stato l’inizio della guerra. Mi sono sentita, a lungo, una sopravvissuta e quando sei in questo stato d’animo ti chiedi cosa vuoi fare davvero della tua vita. Diventa una domanda che non si fa più mettere da parte. E così mi sono detta che non potevo più rimandare il desiderio di scrivere. Adesso quasi mi vergogno a parlarne, però è la vera risposta alla domanda su che cosa ci sia all’origine di questo libro».

Si avverte, nella narrazione, una pluralità di voci. A chi appartengono?

Quando ho iniziato la stesura parlavano dentro di me queste due voci: la voce della comunità e quella di Ronit. E poi si è aggiunta quella che chiamo la voce di Dio, ma non è univoca: c’è il Dio che mi è stato insegnato, con cui ho sempre avuto dei problemi, e un Dio libero e ironico.

Che cosa intende con quest’espressione?

Mi piace molto una scrittrice inglese, Karen Armstrong, che prima di essere scrittrice è una suora. Ho letto la sua autobiografia in cui si definisce «una monoteista freelance». Provo simpatia per questa definizione, perché penso come lei che ci siano infiniti modi per arrivare a capire la divinità, mentre con l’ortodossia che ho appreso da piccola c’era un solo modo per capire Dio e ritengo che questo possa valere per tutti i fondamentalismi religiosi. Però se si considera l’idea di un dio infinito, allora c’è spazio per i suoi infiniti aspetti: un dio severo, un dio arrabbiato, un dio compassionevole, un dio che ride. Per me quest’idea è profondamente liberatoria, e lo è anche la facoltà di scegliere il tipo di relazione che vuoi avere con lui. Il Dio con cui voglio parlare è il Dio ironico, capace di ridere.

«Non posso essere un’ebrea ortodossa – dice Ronit -, però non posso nemmeno non esserlo». Che cosa significa quest’affermazione e che cosa significa, con la sua nuova consapevolezza, essere ebrea?

Non c’è una sola risposta. Quando ero piccola credevo che avere un’identità volesse dire rispondere perfettamente a quelle che erano le regole della comunità. Ora ritengo che l’identità sia qualcosa che si trasforma continuamente. Si potrebbe pensare perfino che sia inutile fare un discorso di identità perché è solo un modo di dividere le persone. Eppure, tutti noi non possiamo fare a meno di cercare di capire da dove veniamo: l’identità corrisponde a questo desiderio e dunque vi trova la sua legittimità. Direi che ognuno di noi deve trovare il modo di vivere relazionandosi con il proprio passato senza però farsene consumare. Ed è proprio per questo che il mio itinerario assomiglia a quello di Ronit: nel momento in cui raggiungi la libertà di poter scegliere puoi recuperare alcune tradizioni dell’ortodossia.

Ma per arrivare al recupero di alcune componenti della tradizione c’è stato bisogno di sfidarla. In che rapporto sono disobbedienza e parola?

Questo romanzo, che è stato il primo pubblicato in Inghilterra da un’ebrea ortodossa, è stato interpretato come un tradimento nei confronti della mia comunità. Non lo è, o almeno non è solo questo perché è anche un gesto d’amore. Però è stato interpretato come tale. Soprattutto, io penso, per il fatto di aver usato la parola come una sfida individuale. Non si può essere un buon ebreo in solitudine, è necessario mantenere legami forti con la comunità. Ma in qualche modo, scrivendo e pubblicando il mio libro, mi sono messa fuori dalla comunità in cui sono nata. Ispirandomi a Karen Armstrong, potrei definirmi una freelance dell’ebraismo.

C’è un ulteriore elemento di sfida nella parola di donna?

Sono cresciuta in una comunità in cui il rabbino ripeteva che la cosa migliore che le donne potessero fare è quella distare in silenzio. Sicuramente il romanzo è l’espressione della mia profonda rabbia per questo sistema di cose. E se poi a New York ho potuto seguire un corso di Talmud per donne, quando sono tornata a Londra non ho trovato niente di simile. Il Talmud, come viene specificato perfino sugli opuscoli e sulle brochure, è solo per gli uomini.

Chi è Naomi Alderman

Nata nel 1974 a Londra, nella comunità ebraica ortodossa di Hendon, si è laureata in filosofia all’università di East Anglia e ha lavorato per diversi anni a New York, prima in una casa editrice, poi in uno studio legale internazionale. Da alcuni anni è tornata a Londra.

“Disobbedienza”, che ha conquistato il prestigioso Orange Prize for New Writers, è la sua opera prima. Sta lavorando a un nuovo romanzo (che verrà pubblicato da Nottetempo il prossimo anno) ambientato ad Oxford e imperniato sul legame tra amore e sacrificio.

Liberazione – 23 dicembre 2007