La base della fede risiede nell’uscita dall’Egitto | Kolòt-Voci

La base della fede risiede nell’uscita dall’Egitto

Commento alla Parashat Bo – In onore del Bar Mitzva di Tommy ben Shoshana ve-Moni Matalon

“E vi oltrepassai” (“u-pasachti ‘aleikhem”) (Shemot 12, 13)

Cosa vuol dire “u-pasachti”? La traduzione letterale del verbo sarebbe: passare oltre, saltare. Come puo’ essere? Eppure D-o e’ Onnipresente, quindi come fa a saltare se si trova dappertutto? In effetti il risultato di “u-pasachti” e’ che solamente i primogeniti degli egiziani vennero colpiti dalla decima piaga, mentre gli ebrei ne rimasero incolumi. Rashi suggerisce “ve-chamalti”, “ed ebbi misericordia” e la traduzione in aramaico di Onkelos e’ d’accordo. Quindi, evidentemente, il “salto” non e’ da intendersi solo in senso materiale ma anche in senso spirituale.

In Shir HaShirim Rabba’ (5, 2) leggiamo: “D-o disse a Israele: figli miei, apritemi uno spiraglio di “teshuva’” piccolo quanto la cruna di un’ago ed io vi spalanchero’ dei varchi dove potranno passare carrozze e vagoni”! Il significato e’ che, per meritarsi la salvezza individuale o collettiva, bisogna fare almeno un piccolo sforzo. Ebbene, in Egitto gli ebrei non fecero nemmeno il minimo sforzo per essere salvati. Cio’ nonostante, D-o li libero’. In altre parole, D-o “passo’ oltre” ignorando il comportamento degli ebrei in Egitto.

I Chassidim interpretano il versetto “e D-o passo’ per colpire l’Egitto … e passo’ oltre [“pasach”] l’apertura e non permise allo sterminatore di arrivare a colpire le loro case” (Shemot 12, 13) osservando che D-o, ignorando il fatto che gli ebrei non aprirono neanche uno spiraglio per ottenere la salvezza, fece un’eccezione.

La redenzione dall’Egitto – “goy mi-kerev goy” (un goy accanto al goy) (Devarim 4, 34)

Cosa vuol dire “goy mi-kerev goy”? Gli ebrei erano talmente assimilati che — tranne alcune eccezioni, come Aronne ed i Levi’im — non vi era modo di riconoscerli in mezzo agli egiziani! Erano caduti talmente in basso spiritualmente, fino al quarantanovesimo livello di impurita’, che solo D-o poteva tirarli fuori, mentre un angelo non sarebbe riuscito a distinguerli.

Nell’hagada’ di Pesach leggiamo che la matza’ ci ricorda che l’impasto dei nostri padri [“batzekam shel avoteinu”] non fece in tempo a fermentare. “L’impasto dei nostri padri” non va inteso solo in senso materiale ma anche in senso spirituale: mancava poco e l’anima di Israele sarebbe fermentata, alterandosi irrimediabilmente. Il popolo ebraico fu salvato al novantesimo minuto!

L’uscita dall’Egitto – liberta’ universale

Ad ‘arvit leggiamo “Ha-Make be-‘evrato kol bekhorei Mitzraim, va-yotzi et ‘amo Israel mi-tokham le-cherut ‘olam” e cioe’ “[Colui Che] passando colpisce tutti i primogeniti d’Egitto e fa uscire il Suo popolo d’Israele dal loro interno verso la liberta’ universale”. Cosa vuol dire “cherut ‘olam”? Possiamo davvero parlare di liberta’ universale per il popolo ebraico? Gli elleni, i romani, i crociati, l’Inquisizione, i nazisti, fino ai giorni nostri non mancano certo i “simpatizzanti” che vogliono ancora la nostra distruzione! Cherut ‘olam non va intesa dunque in senso materiale, ma si riferisce alla liberta’ spirituale. La schiavitu’ d’Egitto era anche spirituale, molto prossima al punto di non ritorno. E ad un livello spirituale cosi’ basso non siamo mai piu’ caduti. Anche se c’e’ assimilazione, molti ebrei ci tengono alla Tora’ e all’osservanza delle mitzvot. In fondo siamo qui a festeggiare un bar mitzva, B”H!

I tefillin – due segni dell’uscita dall’Egitto

Nella parasha’ leggiamo “ve-haya’ lekha’ le-ot ‘al yadekha u-l-zikaron bein ‘einekha … ki be-yad chazaka’ hotzyiakha’ HaShem mi-Mitzraim” (“e l’avrai come segno sul braccio e come ricordo tra i tuoi occhi … poiche’ con man forte Idd-o ti fece uscire dall’Egitto “) (Shemot 13, 9). Dunque i tefillin della testa e del braccio rappresentano il segno ed il ricordo dell’uscita dall’Egitto. Ma perche’ abbiamo bisogno di due segni? Alcuni spiegano che ci servono per sottomettere al servizio divino sia il cervello che il cuore. Forse possiamo aggiungere che l’uscita dall’Egitto rappresenta la base della fede in D-o sia intellettualmente che emotivamente.

Infatti, con l’intelletto abbiamo constatato in Egitto che D-o e’ onnipotente. Puo’ trasformare l’acqua in sangue e viceversa, la luce nel buio e il buio nella luce, e cosi’ via. Il Ramban scrive che i miracoli evidenti ci inducono a riconoscere i miracoli nascosti, che sono il fondamento della Tora’. Se l’acqua sul fuoco bolle ed in freezer congela non e’ per forza della natura ma bensi’ per volonta’ divina. Se D-o volesse accadrebbe il contrario. Il fatto che D-o faccia si’ che non ci siano “sorprese” serve a garantirci il libero arbitrio. Se chi osservasse Shabbat fosse forte, ricco e bello, e chi lo trasgredisse fosse debole, povero e brutto (per non dire di peggio, chas ve-shalom), non ci sarebbero peccatori. E non certo perche’ si vorrebbero rispettare i precetti quanto perche’ la trasgressione sarebbe considerata tossica. Quindi non avrebbe senso premiare chi si astenesse dal peccato. D-o ha fissato le leggi della natura affinche’ il meccanismo di premio e pena possa funzionare. Un altro motivo e’ che le leggi della natura servono a renderci la vita piu’ facile, senza costringerci ad indovinare se per stirare una camicia dobbiamo infilarla nel forno a microonde o usare il ferro da stiro e se per cucinare due uova al tegamino dobbiamo lanciarle fuori dalla finestra o appoggiarle in padella.

Cosi’ come i tefillin del capo sono il fondamento della nostra fede intellettuale, i tefillin del braccio sono la base della nostra fede emotiva. Poiche’ D-o ci ha liberato dalla dura schiavitu’ d’Egitto, Gliene siamo grati, e questo ci induce a comportarci secondo la Sua volonta’. Naturalmente la sensazione di gratitudine vale anche per ogni nostro respiro e per ogni sorso d’acqua ma, considerata la nostra precarieta’ in Egitto, quando mangiavamo fango e ci annegavano i nostri ragazzini, la base della nostra fede emotiva e’ rappresentata dalla liberazione da quello stato di schiavitu’.

La base intellettuale e quella emotiva coesistono ed in blocco costituiscono la nostra fede in D-o e il fondamento dell’osservanza delle mitzvot. E il nostro caro, festeggiato bar mitzva’ e’ certamente un buon esempio di intelligenza e di sensibilita’!

Gratitudine – fino a che punto?

Quanto dobbiamo essere grati a D-o? Si racconta che Rabbi Israel Salanter entro’ una volta in un bar e ordino’ una tazza di the. Gliela servirono insieme al conto: un rublo! Una cifra ragguardevole per quell’epoca. Domando’ come mai fosse cosi’ caro. In fondo l’acqua e’ gratis, qualche grammo di the costa pochissimo ed il cucchiaino di zucchero ha un costo praticamente nullo. Mi sembra che il valore di una tazza di the non debba superare i 20 copechi! Gli risposero che i suoi conti erano giusti nel caso in cui l’avesse bevuto a casa sua, ma al bar si paga anche per il servizio, il coperto, i fiori sul banco, insomma, si paga per tutto il decoro che ci sta attorno! Rabbi Israel comprese allora perche’ prima di bere il the si benedice “she-ha-kol nihyia bi-dvaro'” (“che tutto si ritrovi in questa Sua cosa”): per ringraziare non solo del the ma anche di tutto il resto che gli sta attorno: le colline, i fiumi, gli alberi, i fiori!

In fondo, anche nella birkhat ha-mazon benediciamo “ha-zan et ha-‘olam kulo’ be-tuvo’, be-chen be-chesed u-v-rachamim”. A cosa si riferisce il “chen”? Al fatto che D-o non si e’ limitato a darci gli elementi essenziali alla vita, come le vitamine A, B e C in pillole, senza odore e senza sapore, ma ci ha regalato, per esempio, della frutta che non solo fa bene alla salute ma e’ dolce, profumata e bella d’aspetto! Anche di questo Gli siamo grati!

Questo commento, a cura di Raphael Barki, e’ un libero riadattamento di una drasha’ di

Rav Avigdor Nebenzahl, Yeshivat Netiv Aryieh, Rabbino della Citta’ Vecchia di Gerusalemme.