Molti giornali ebraici, un bene o un male? | Kolòt-Voci

Molti giornali ebraici, un bene o un male?

Giacomo Kahn – Direttore del mensile Shalom

In occasione del 20° anniversario di ‘Firenze Ebraica’ una tavola rotonda sulle prospettive di collaborazione tra le diverse testate

In occasione del ventennale della nascita di ‘Firenze Ebraica’ – periodico pubblicato dalla comunità ebraica toscana – si è svolto lo scorso 11 novembre a Firenze una tavola rotonda – coordinata dal giornalista dell’Espresso Wlodek Goldkorn – che ha avuto per tema l’analisi e le prospettive dell’editoria ebraica in Italia.

Alla tavola rotonda – aperta con i saluti del presidente dell’Ucei Renzo Gattegna, del Consigliere dell’Ambasciata di Israele Rami Hatan e di Paola Jarach Bedarida della Comunità ebraica di Livorno – hanno partecipato i responsabili dei principali mezzi di comunicazione ebraici: Emanuele Ascarelli di ‘Sorgente di Vita’, Hulda Brawer Liberanone direttore di ‘Firenze Ebraica, Giacomo Kahn direttore di ‘Shalom’, Annie Sacerdoti direttore de ‘Il Bollettino’ di Milano e David Sorani direttore del mensile torinese ‘HaKeillà’.

L’incontro è stata l’occasione non solo per confrontarsi sulle metodologie adottate da ciascun giornale, ma anche per delineare una possibile linea di comunicazione e la ricerca di tematiche comuni.

Esistono oggi in Italia molti periodici ebraici, profondamente diversi per contenuti e per finalità: alcuni come ‘HaKeillà’ nati come rappresentazione di un gruppo e di una parte comunitaria, altri che si basano su una spiccata tendenza al volontariato come ‘Il Bollettino’, altri ancora che rappresentano movimenti ed organizzazioni religiose o sioniste, altri che hanno una valenza prettamente locale.

Una varietà ed una policromia di posizioni che è sempre stata una specifica caratteristica dell’ebraismo italiano, così come dimostrato dalle ricerche dello storico Attilio Milano: nel 1861 i 39.200 ebrei italiani avevano fondato 2 giornali; già nel 1911 i 46.800 ebrei avevano 5 giornali; alla vigilia delle persecuzioni nel 1937 i 55.600 ebrei italiani avevano a disposizione 7 giornali.

Attualmente i circa 30.000 ebrei di questo Paese possono scegliere di leggere (e il calcolo è probabilmente per difetto) 14 diverse testate, tra giornali cartacei e telematici: da quelli a carattere prevalentemente religioso, a quelli informativi, a quelli di sola cronaca comunitaria, a quelli che si richiamano a valori e ideali di grandi organizzazioni ebraiche internazionali.

Questa varietà aveva spinto – come raccontato dalla prof.ssa Elena Mazzini dell’Università di Pisa – personalità come Dante Lattes ad auspicare una maggiore omogeneità e la riunificazione di varie testate in un grande giornale nazionale.

Un progetto che è stato riproposto dal presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna che nel ‘giornale unico’ vede un potente mezzo di comunicazione, in grado di raccogliere e rappresentare tutte le diverse e frammentate esigenze locali, in grado di raccogliere maggiore pubblicità e soprattutto di razionalizzare gli investimenti che oggi ciascuna comunità si accolla.

Ma non tutti sono d’accordo sul modo in cui realizzare il ‘giornale unico’, che dovrebbe nascere sulle ceneri di alcuni di quelli oggi esistenti. Un giornale che nascesse facendo artificialmente morire quelli esistenti sarebbe un progetto dal breve respiro e dal corto passo, per una serie di ragioni.

Primo. E’ storicamente avvenuto sempre il contrario: dalle costole di un giornale nascono altri giornali, e le fusioni per incorporazione sono rarissime (tipo Resto del Carlino).

Secondo. Più giornali ci sono più c’è dibattito, c’è più democrazia, c’è spazio per opinioni discordi e persino eterodosse. Vedo culturalmente con sospetto una operazione fatta a tavolino, di morte e di rinascita, a vantaggio di un giornale unico che faticherebbe a rappresentare le differenze oggi esistenti all’interno dell’ebraismo italiano e all’interno della stessa Unione delle Comunità.

Terzo. Nel momento in cui si fa morire artificialmente un giornale, immediatamente dopo altri occuperanno quegli spazi lasciati vuoti, con risorse proprie o con finanziatori. Questo perché un giornale unico – per quanto ben strutturato – non riuscirà mai a soddisfatte tutte le esigenze, soprattutto locali, di una comunicazione diretta, rapida, e soprattutto non istituzionale.

Quarto. Senza entrare nella complessità organizzativa che un giornale unico richiede (dando soluzione a problemi di distribuzione, di redazione e di budget), non è dimostrato che un mensile sia in grado di attrarre i grandi investitori pubblicitari.

Per l’insieme di queste ragioni lancio una proposta che meriterà approfondimenti e valutazioni. Se si vuole creare un prodotto editoriale veramente nuovo e originale, non pensiamo ad mensile ma ad un settimanale, del quale oggi l’offerta editoriale ebraica ne è sostanzialmente priva. Solo un settimanale sarebbe in grado di rappresentare con immediatezza e temporaneità il giudizio dell’opinione pubblica ebraica e sarebbe un valido strumento di diffusione pubblicitaria.

D’altra parte se osserviamo il panorama dell’editoria ebraica mondiale i grandi giornali sono appunto dei settimanali, come ad esempio: ‘Jerusalem Report’, ‘Jewish Chronicle’, ‘New York Jewish Week’, ‘Jewis Press Magazine’, ‘Jewish Telegraph’, ‘Washington Jewish Week’. Credo che solo a queste condizioni un giornale unico potrebbe nascere, ma soprattutto ed è la cosa più difficile – potrebbe sopravvivere.