Maharal, il Faust ebraico | Kolòt-Voci

Maharal, il Faust ebraico

In uno studio classico André Neher ricostruisce la figura del celebre rabbino praghese del ‘500 Yehudah Loew

Giulio Busi

Sarà il mito che avvolge la Praga barocca, con l’imperatore Rodolfo II, e la sua corte di alchimisti e filosofi in odore di eresia. Saranno le vecchie lapidi del cimitero ebraico, assiepate come alberi pietrificati. La figura di Yehudah Loew, meglio noto come Maharal, il più celebre rabbino di Praga, sembra predestinata alla leggenda.

Il suo personaggio letterario scivola, con la naturalezza di un’ombra, tra i vicoli della città: viene ritratto come vecchissimo e sapiente, capace di evocare un automa dalle fattezze umane, per difendere il ghetto dall’ennesimo attacco antiebraico. Oppure intento a dar consigli di qabbalah al sovrano, o ancora chino su indecifrabili volumi per estrarne un misterioso succo di verità.

Longevo, il Maharal, lo fu davvero, con i suoi ottantaquattro anni, che attraversano il Cinquecento e sconfinano nel XVII secolo, Anche la fama di esperto cabbalista corrisponde al vero, almeno a giudicare dagli accenni sparsi nelle sue opere, giacché insegnò la qabbalah oralmente ma non ne scrisse mai in maniera organica. E pure certo che ebbe un caratteraccio, orgoglioso e inflessibile, tanto che la sua carriera pubblica fu costellata di contrasti con i colleghi e le comunità.

Fu però il romanticismo a farne una specie di Faust ebraico. Dalle novelle della prima metà dell’Ottocento, sino al racconto fantastico di Meyring e al grande film espressionista di Boese e Wegeoer sulla figura del golem, il doppio fantastico di rabbi Loew abita l’immaginario europeo.

L’uomo in carne e ossa fu parecchio di meno, ma anche qualcosa di più, di quello inventato. Nel suo libro forse più famoso, il filosofo francese André Neher, ha cercato di districare la realtà dalla finzione e di restituire al Maharal tutta la sua dignità di pensatore scomodo. Il pozzo dell’esilio, apparso in francese nel 1966 e riproposto da Marietti, può essere visto come un romanzo filosofico, il cui eroe si spoglia a poco a poco delle vesti ingannevoli del pittoresco per indossare quelle più austere del maestro di contraddizioni.

A rileggerlo oggi, a quarant’anni dalla pubblicazione, il libro conserva il fascino di una scoperta. Il Maharal è tratteggiato nella sua duplice natura di guardiano della tradizione e di anticipatore della modernità, Dai commenti all’aggadah e dalle prediche sinagogali, Neher estrae un succo rinascimentale, e fa di rabbi Loew l’inventore di un metodo dialettico che media tra l’abisso verticale, scavato tra uomo e Dio, e la tensione antagonistica delle relazioni umane. Ne risulta un Maharal en existentialiste, desideroso di circoscrivere «l’assoluto e il relativo, come due mondi intrecciati l’uno nell’altro, con tutta la forza simultanea e rigida delle loro irriducibili contrarietà».

Talvolta il gioco della trasposizione della prosa cinquecentesca nel linguaggio ermeneutico del XX secolo riesce in maniera impeccabile, talaltra si avverte lo sforzo di una rilettura che smussa i contrasti storici. Del testo, Il pozzo dell’esilio è un libro troppo poetico ed entusiasta per essere una semplice riscoperta della verità storica. Il Maharal di Neher è semmai un’altra faccia dell’eterno mito praghese, questa volta non faustiano ma utopicamente novecentesco

André Neher,

«Il pozzo dell’esilio»,

Marietti, Genova-Milano,

pagg. 172, ?16,00.

Il Foglio