Il rabbino: “Islamici, fate come noi” | Kolòt-Voci

Il rabbino: “Islamici, fate come noi”

Intervista. La via di Di Segni all’integrazione in Italia

Arrigo Levi – La Stampa

La convivenza fra gli immigrati islamici in Italia e in Europa (18 milioni nell’Unione Europea) e le nazioni ospitanti, è tutt’altro che facile. C’è chi teme che l’Europa sia già «Eurabia», chi vede nelle moschee, che aumentano sempre di numero, solo dei focolai di terrorismo, chi giudica impossibile l’integrazione degli islamici nelle nostre società cristiane e laiche. Non tutti condividono questi timori. Un’inchiesta della Brookings, una serie di articoli del Financial Times, ridimensionano drasticamente il problema, ricordando che un secolo fa l’immigrazione di italiani, o di ebrei russi, in America o in Francia, aveva suscitato eguali timori. Oggi il Presidente francese si chiama Sarkozy e la Presidente della Camera dei Rappresentanti americani si chiama Pelosi.

E tuttavia, complice Al Qaeda, le paure rimangono. Noi ebrei, con la nostra esperienza di diaspora, possiamo dare forse qualche utile consiglio ai nuovi immigrati, e ai loro ospiti? L’ho chiesto al Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni. Questo problema lo impegna molto. Non a caso ha guidato un gruppo di ebrei romani alla grande moschea di Roma, in un gesto di amicizia che, peraltro, non ha avuto finora risposta: gli islamici temono che una loro visita alla sinagoga significhi riconoscere Israele. Se lo facessero, si sentono in pericolo.

Rav Di Segni (di professione medico, ha raccolto con molta misura e prestigio la grande eredità di Elio Toaff), mi offre una risposta meditata.

«Il fatto è che abbiamo avuto un’immigrazione impressionante per numeri, nel giro di una sola generazione. Si pone il problema di come porsi nei confronti di una società di altra religione e cultura. Noi ebrei questo problema l’abbiamo affrontato nel corso di duemila anni, e l’abbiamo risolto, bene o male. La nostra esperienza può essere utile. Molti problemi che loro si pongono sono simili ai nostri. Per esempio, ci si chiede come preparare degli imam che parlino l’italiano. È un problema che si pose l’impero austro-ungarico a fine Settecento, agli albori dell’illuminismo. Si volle che nel curriculum formativo dei rabbini ci fossero anche studi di lingua e di educazione civile. Nacque così, nel 1829, l’istituto rabbinico di Padova: il nostro collegio rabbinico ne è l’erede ininterrotto. Ma da secoli i rabbini italiani non avevano nessuna remora a studiare il latino, e predicavano in giudeo-italiano. Il problema noi lo abbiamo risolto da molto. Dico, a tutti, che ci vuole tempo. Quando i figli di immigranti islamici parleranno italiano e non arabo, chiederanno anche in moschea predicatori che parlino italiano».

Ma si può conciliare l’identità italiana con l’identità religiosa, ebraica o islamica?

«Come rabbino – mi dice – non sono d’accordo con chi vuole perdere completamente la propria identità d’origine. Posso suggerire un modello: mantenere la propria identità, pur essendo immersi completamente nella società circostante. So che questo è possibile, anche se a prezzo di sacrifici da ambo le parti, e di una giusta comprensione».

Lo Stato come deve comportarsi?

«E’ giusto che ci siano delle tutele giuridiche per le minoranze religiose da parte dello Stato. Per esempio, è fondamentale, per noi, poter rispettare il sabato; con l’intesa tra lo Stato e l’Unione delle Comunità dell’88 – negli anni di Craxi, dopo la revisione del Concordato – venne sancito questo diritto, per gli esami di stato, per la scuola (oggi la maturità non si fa mai di sabato), come per i dipendenti pubblici. Credo che con i musulmani non si riesca a fare un’intesa analoga soprattutto perché non c’è una rappresentanza unitaria islamica».

Ma non c’è una diversità profonda nella religiosità islamica, una intransigenza verso gli altri che anche il mondo cristiano ha abbandonato da diverse generazioni?

«Il fatto è che noi ebrei abbiamo sempre vissuto come minoranza più o meno accettata in un mondo cristiano, o islamico. Questa esperienza l’Islam non l’ha mai avuta. Le società islamiche hanno subito invece la colonizzazione da parte di potenze non islamiche, e questa è un’eredità che ha effetti opposti. Ripeto: per maturare una cultura di come si sta in una società estranea come minoranza ci vuole tempo. Noi ebrei abbiamo accettato questa condizione, ma con una lunga riflessione, che è costata sangue. Eviterei di dire: voi dovete imparare a stare in Italia. Dico solo: può essere utile studiare un modello esistente, come il nostro. Il problema dell’autonomia della legge religiosa non è uno scherzo. Pensi che a Trieste, con l’Austria, le sentenze dei tribunali rabbinici su matrimoni o separazioni erano valide; lo erano anche nello Stato della Chiesa. Non sono più valide in Italia».

Osservo che c’è forse anche un altro problema: quello del rapporto degli immigranti islamici con i paesi d’origine, come degli ebrei della diaspora con Israele. A me è stato chiesto, a volte, che cosa farei io, che sono stato soldato d’Israele nel ’48, se scoppiasse una guerra fra Italia e Israele; rispondo che sarei la persona più adatta a far fare pace, e ricordo anche che gli Italiani antifascisti si augurarono, giustamente, la sconfitta e non la vittoria dell’Italia fascista e di Hitler. Ma come si risolve il problema della «doppia lealtà»

Risponde Rav Di Segni: «Il mio maestro Augusto Segre replicava a chi gli faceva una domanda simile dicendo: la risposta è facile; è come chiedere a un bambino se vuole più bene al padre o alla madre. Non c’è conflitto nel voler bene ad ambedue. Il problema della “lealtà” suggerisce alcuni paradossi. Per esempio, se ci sono degli Italiani che soffrono particolarmente per certe pulsioni leghiste contro l’unità d’Italia, questi sono gli Ebrei: il Risorgimento è stato il nostro movimento di liberazione. Ma trasformarsi da nazione – come fummo visti per secoli – in una mera religione fu un trauma».

Ultima domanda: non le sembra giusto pretendere una voce chiara da parte islamica contro il fondamentalismo islamista, contro l’estremismo terrorista?

Rav Di Segni risponde (solo ora mi accorgo di quanto puro sia il suo accento romanesco, come l’hanno solo gli ebrei di ghetto, più romani di tutti gli altri): «Se una società non tollera ma punisce i terroristi, non capisco perché, se si appartiene a una religione differente, si debba essere esentati dall’essere punibili per la questione del terrorismo. Se ci sono persone che predicano l’odio o il terrorismo non c’è nessuna ragione perché debbano essere tollerati, in nessuna chiesa, o sinagoga, o moschea».

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200709articoli/26115girata.asp