Che bambine piene di segreti | Kolòt-Voci

Che bambine piene di segreti

Torino tra alakhà e aggadà – Commissione elettorale

Anna Segre

– Che seccatura! Eccoci qui a cercare candidati per le elezioni in Comunità. Uffa, che fatica. Avete qualche idea?

– È difficile, ma qualche nome l’avrei pensato.

– Sentiamo

– Ci sarebbe Abramo, il figlio di Terach

– Non saprei, ho qualche perplessità: prima di tutto, l’ambiente in cui è cresciuto, completamente non ebraico.

– D’accordo, ma infatti ha tagliato i ponti con la famiglia…

– Eh, no, mica completamente: ha fatto sposare il figlio con la nipote di suo fratello!

– Sì, ma dicono che sia una ragazza molto studiosa di Torà

– Per quanto ne so è stata solo capace di alimentare litigi tra i suoi figli per l’eredità… una storia squallidissima

– Comunque, tornando ad Abramo…

– Non mangia kasher

– Scusa, e tu che ne sai?

– Lo sanno tutti! Sono andati tre visitatori a trovarlo e lui cosa ha offerto? Vitello e latte!

– Sarà stato latte di mandorle

– Latte di mandorle, di cocco, quel che ti pare. Ma che immagine trasmette della nostra comunità a uno che non lo sa?

– Sì, ma, scusa, queste sono cose private; come consigliere lo vedrei benissimo, soprattutto nei rapporti con l’esterno. È molto abile nel dialogo…

– Anche troppo. È di quelli che sentono il bisogno di fare esternazioni ad ogni pie’ sospinto. Dimmi tu che bisogno c’era di prendere posizione in favore degli abitanti di Sodoma, che sono notoriamente gentaglia. Una città da condannare senza se e senza ma. Invece lui lì a fare distinguo: se ci fossero cinquanta giusti, quaranta, trenta, venti, dieci…

– Per non parlare di quella scappatella con la colf egiziana…

– Basta pettegolezzi. Sentite, intanto scriviamolo e poi vediamo se ci viene in mente di meglio.

– D’accordo, ma così eliminiamo la possibilità di candidare altri della sua famiglia, che so, il figlio…

– Meglio: è un tipo assolutamente incolore. Chi lo voterebbe?

– Oppure il nipote, che vedrei benissimo come assessore al bilancio. È un imprenditore di successo…

– Sì, va be’, ma nell’azienda dello zio…. sempre una cosetta in famiglia. Invece, sapete chi è uno che saprebbe far quadrare i conti? Iosef

– Ma chi? Quell’insopportabile presuntuoso? Non lo reggono neppure i suoi fratelli!

– Senza contare che è di quelli che hanno il pallino della mistica…. Già me lo vedo che pretende di interpretare i sogni di tutto il Consiglio della Comunità.

– Sentite, in fondo stiamo parlando dell’assessore al bilancio; per me può anche andare, purché si occupi solo di bilancio e non pretenda di dettar legge su tutto il resto

– Allora, possiamo passare a un altro nome? Sentite, dovremo faticare un po’ per convincerlo perché è molto restio, ma forse c’è la possibilità che riusciamo a mettere in lista Moshè Levi.

– Rieccoci. Un altro cresciuto in un ambiente non ebraico.

– Stavolta ti sbagli: è stato tirato su dalla balia, che poi è anche la sua madre naturale. Senza contare che anche la madre adottiva si è convertita.

– Cosa? A me non risulta.

– Come, non ti risulta? È risaputo che ha fatto il bagno.

– E comunque è irrilevante. È una donna straordinaria. Raccogliere un bambino così, e allevarlo come suo, sapendo benissimo che era ebreo. Un bel coraggio!

– Sì, ma torniamo a Moshè. Siete proprio convinti che abbia una cultura ebraica adeguata? Ho sentito dire che una volta è andato a sentire una lezione di Rabbì Akivà e non ci ha capito niente.

– Perché? Tu l’avresti capita?

– Che c’entra? Non stiamo parlando di me. E poi c’è un’altra cosa: voi lo sapete che è dovuto scappare all’estero per anni per sfuggire a una condanna per omicidio?

– Eh, no. Non ne posso più di questo revisionismo storico. Da quando in qua mi tocca di sentir definire omicidio un atto di resistenza?

– Il problema più grave è che ha fatto matrimonio misto. Non solo: i figli non sono ebrei.

– Ma che dici?.

– Eppure vi assicuro che nell’elenco i loro nomi non risultano…

– Non so, ci sarà qualche errore nell’elenco. Io so per certo che è stata proprio la moglie a darsi da fare per la milà del figlio.

– Infatti, a me risulta che abbia fatto ghiur

– Guardate che non lo dico solo io che lui ha fatto matrimonio misto… Lo dicono i suoi stessi fratelli!

– Lasciamo perdere quei due pettegoli, che farebbero meglio a starsene zitti.

– Eppure Miriam è una donna straordinaria. Sapessi le cose che ha fatto quando era ancora una ragazzina…

– Sì, ma il passato non ci interessa. In consiglio ci vedo molto meglio suo fratello. Lei potrebbe benissimo occuparsi dell’ADEI o del centro sociale.

– È vero. E potrebbe anche tenere un corso di canti e balli…

– Sì, ma quale fratello? Non sarebbe meglio Aron?

– Perché?

– Prima di tutto parla bene. Pensate Moshé che balbetta davanti alle autorità, o magari in un’intervista al TG regionale. Che figura ci farebbe fare?

– Vi ricordo che abbiamo già trovato l’addetto alle relazioni esterne.

– Ma lui, nella tua ipotesi, sarebbe il candidato presidente,vero?

– Be’, se accettasse sarebbe fantastico. Sarebbe il miglior candidato possibile. Non ci sarà mai uno come lui.

– Ecco, vedi, come fa la Comunità con un presidente che balbetta?

– Si potrebbe nominare un portavoce, come fanno a Milano e Roma.

– Sì, ma ci sono anche le relazioni con gli iscritti che sono importanti. Moshé è così impulsivo, collerico… Non vorrei che un giorno gli venissero i cinque minuti e si mettesse a spaccare tutto… Quando c’è di mezzo lui gli iscritti finiscono sempre per lamentarsi.

– Si lamentano, ma vedrete che alla fine lo seguono.

– Insisto: perché non Aron? Quello sì che è uno che saprebbe mettere pace in Comunità.

– Fin troppo, direi. Non vorrei che, per far piacere a qualche iscritto, ci trovassimo un vitello d’oro nel bet ha-keneset…

– Sentite, ho un’idea: Moshé in lista e Aron a capo della commissione culto. È un ruolo perfetto per lui.

– Su questo non c’è dubbio; e gli affidiamo i rapporti con l’Ufficio Rabbinico.

– Possiamo finalmente passare a qualche altro nome?

– Senz’altro. Ci sarebbe David…

– Chi, il direttore di Ha Keillah?

– No, non quel David. Anche questo scrive, ma a volte è più sintetico. Prendete il salmo 117: due soli versi!

– Fantastico, allora direi che potrebbe occuparsi del sito e del notiziario.

– E su di lui non avete niente da ridire?

– Oh, sì, ci sarebbe moltissimo da ridire, ma se non possiamo fare pettegolezzi…

– E dai, qualche piccolo pettegolezzo…. per rilassarci un po’… raccontatemi qual è stata la sua ultima conquista, vi prego!

– Basta, siamo seri: a chi affidiamo la gestione dei cimiteri?

– Direi a Ezechiele: mi hanno raccontato che una volta si è occupato di un’intera valle piena di ossa

– Uno che ha le visioni: fa il paio con quell’altro che interpreta i sogni. Ma che razza di consiglio viene fuori?

– Continui a criticare tutti i candidati, ma intanto non sai tirar fuori di meglio.

– Scusate, e le quote rosa? Vi rendete conto che non avete ancora proposto nessuna donna?

– Io avevo tentato di dirvi Miriam, ma voi me l’avete cassata.

– Basta rimuginare, tiriamo fuori qualche nome femminile.

– Avrei una persona che sarebbe adattissima alla casa di riposo. Se ne intende di anziani, perché si è occupata a lungo della suocera…

– Non mi starai mica parlando di Ruth?

– Sì, proprio di lei. Cos’ha che non va? E non mi tirar fuori che ha fatto ghiur, perché non c’è proprio niente di male.

– Bisogna vedere perché l’ha fatto. Sapete la storia, no?

– Finalmente un po’ di sano pettegolezzo!

– Aveva sposato un certo Machlon, che però è morto. Se la passava malissimo, ma poi ha scoperto che i parenti del defunto erano piuttosto ricchi; allora si è appiccicata alla suocera e l’ha seguita fino a Betlehem. Lì ha adocchiato il più benestante di tutti i parenti e gli si è messa alle calcagna. Figuratevi che ho sentito dire che è andata pure da lui di notte nel campo… Insomma, alla fine è riuscita a farsi sposare.

– Bene, adesso fa la moglie a tempo pieno e non ha bisogno di lavorare. È perfetta per fare la consigliera.

– E c’è un’altra che vedrei benissimo: Ester..

– Ma una donna un po’ per bene non la troviamo?

– Perché? Che ha Ester che non va?

– Già una che non si fa chiamare con il suo nome ebraico ma con quello di una divinità babilonese la dice tutta.

– Dai, non si chiama davvero Ester? Ma se si firma sempre così!

– Appunto, in realtà si chiama Hadassà.

– Sì, comunque non è quello il punto. Non mi pare una donna seria. C’è chi dice che era sposata col cugino, poi è andata con il re.

– Ma no, è stata presa con la forza.

– Già, e tenuta per un anno nell’harem. E volete dire che in un anno non avrebbe trovato la possibilità di scappare, se davvero l’avesse voluto? Tenete presente che si era persino fatta amica il capo degli eunuchi.

– Comunque è veramente una donna di carattere. Una così in consiglio serve.

– Fin troppo di carattere. È una di quelli che vogliono far tutto a modo loro. Persino dettare regole agli iscritti su quali feste devono osservare.

– Sapete cos’è che mi dà fastidio di lei? Il fatto che, quando è venuto fuori l’editto se n’è completamente fregata. Poi, di colpo, ha deciso che il ruolo di salvatrice del popolo le piaceva ed è passata da un estremo all’altro. Si è messa a digiunare, e ha preteso che tutti lo facessero.

– Cosa c’è di male a digiunare?

– C’è di male che era la prima sera di Pesach. Praticamente ha deciso che quell’anno gli ebrei dovevano lasciar perdere il seder… vi rendete conto? Ovviamente mangiare matzà e maror è una mitzvà, ma lei niente: ha detto che era una situazione di gravità straordinaria.

– E non lo era?

– Più o meno. Mancavano ancora undici mesi alla scadenza dell’editto

– Sentite, basta. Ester non sarà perfetta, sarà pure un po’ assimilata, ma potrebbe andare bene per avvicinare gli ebrei lontani.

– A questo punto ci manca qualcuno addetto ai giovani, alla scuola…

– Uno che è molto bravo con i bambini è Elia

– Ma è un tipo affidabile? Ogni anno lo invito al mio seder, apparecchiamo un posto per lui e non si fa vedere

– Anzi, arriva solo al quarto bicchiere, così tocca interrompere il seder per andare ad aprirgli la porta

– Mamma mia, che lista: uno che da piccolo fabbricava idoli, due cresciuti alla corte del faraone, uno che viveva in mezzo ai filistei, una moabita, una che faceva la regina di Persia… Poi non vi lamentate per quel che dicono di noi nelle altre Comunità!

– Sentite, se vi vengono in mente altri nomi…

– No, no, questi vanno bene, ma che fatica!

– A volte mi domando se non siamo un po’ troppo esigenti… che ne pensate?

Anna Segre

http://www.hakeillah.com/3_07_15.htm

Nei racconti di Lara Vapnyar, che ricordano il minimalismo di Carver, l’identità ebraica è una cosa sempre un poco misteriosa, che affascina e inquieta

ELENA LOEWENTHAL

Come a trattenere il filo di un discorso, a non lasciare cadere nel vano parole sparse intorno a libri letti, esce proprio in questi giorni una raccolta di racconti che segna un’altra interessante esperienza di scrittura ebraica al femminile. Qualcosa si muove, smentisce un’assenza secolare, appena interrotta da qualche sparuta voce. Dunque, oggigiorno le donne narrano, eccome.

Lara Vapnyar è vissuta in Russia fino al 1994, quando è emigrata negli Stati Uniti. Ora vive a Staten Island con marito e due figli. E scrive: sembrerà tautologico ma, a fronte di tanti scrittori che nella vita fanno questo, altro e pure qualche libro, Lara Vapnyar scrive. In sostanza, un profilo divenuto piuttosto interessante. In italiano è già stato pubblicato il suo Memorie di una musa e ora, sempre per le edizioni Neri Pozza, esce una raccolta di racconti intitolata Ci sono ebrei nella mia casa (traduzione di Serena Prina, pp. 160, e 14,50).

Sono storie soprattutto di donne, anzi di bambine. Ma non soltanto. L’amante, ad esempio: comincia con la tragica ammissione che «il dermatologo aveva un’amante». Misha è un bambino, e di queste cose teoricamente non dovrebbe interessarsi. Però gli tocca a intervalli regolari portare la nonna dal fedifrago. E attraverso quel mirabile filtro per vedere la realtà che sono gli occhi del bambino, il lettore finisce per scoprire qualcosa di interessante sull’amore. Non del dermatologo, beninteso. Complici una giornata di pioggia e qualche tazza di tè.

Questa ed altre sono storie sommesse, molto si svolge o si sussurra fra le mura di casa. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, tutto comincia da come i commensali mangiano ciascuno la propria patata. Sono due donne e due bambine unite dalla guerra e separate da alcuni segreti. Di segreti è colmo anche il manuale per l’educazione sessuale a scuola che la povera e ignara Marija dovrebbe impartire alle sue allieve ma non sa proprio da che parte cominciare.

Lara Vapnyar cesella i suoi racconti, senza però renderli mai stucchevoli. Scrive con estro, senza improvvisare, senza pretendere di sconvolgere il suo lettore: ma lo tocca eccome. Sono sempre storie convincenti, in equilibrio fra partecipazione emotiva e un filo di salutare ironia. In questo ricorda persino il maestro del minimalismo americano, il grande Raymond Carver.

Ma certo c’è una misura «etnica» che unisce queste storie, dalle campagne russe a Brooklyn. Quella della Diaspora seguita al crollo dell’impero sovietico: quando sono in America, questi personaggi hanno un po’ tutti lo spaesamento dell’esule. Cui s’aggiunge una dose omeopatica di identità ebraica, una specie di marranesimo involontario che trascina con sé strane idee, memorie sparute. L’essere ebrei è una cosa sempre un poco misteriosa, che affascina e inquieta.

Titolo: Ci sono degli ebrei nella mia casa

Autore: Ferrari Sara; Segre Cesare

Edizioni: Neri Pozza

Pagine: 160

Prezzo: euro 14,50

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 30 giugno)