Caso Toaff, critica sul metodo e non censura | Kolòt-Voci

Caso Toaff, critica sul metodo e non censura

Il rabbino capo di Roma spiega la reazione degli esponenti religiosi ebrei

Riccardo Di Segni

Il suo libro non rispetta i criteri di una ricerca storica seria

Non si placano ancora le polemiche sul libro di Ariel Toaff, dove è stato affermato che gruppi di fondamentalisti ebrei ashkenaziti avrebbero praticato infanticidi rituali. Dopo la prima ondata di critiche, è ora la volta di appelli e proteste in difesa di Toaff e del suo diritto alla ricerca e alla libera espressione. Sotto accusa c’è anche la dichiarazione subito sottoscritta dai rabbini italiani. Si è parlato di cieco fondamentalismo, scomunica (che neppure i vescovi italiani oserebbero fare), rogo, messa al bando, censura, linciaggio morale, fatwa, addirittura di crocifissione. Tra gli altri Carlo Ginzburg, riferendosi a chi ha criticato prima di leggere e forse intendeva anche i rabbini, ha parlato di «un gesto stupidamente intollerante».

A questo punto si impongono una spiegazione e un commento. Chi invoca a difesa di Toaff il tema della libertà di ricerca cade in un grosso equivoco. Perché la discussione non è sulla libertà di ricerca, quanto sul metodo. La ricerca scientifica ha le sue regole rigorose da rispettare nella raccolta dei dati, nell’analisi e nell’esposizione. Si può essere convinti che un determinato farmaco sia efficace, ma prima di metterlo in commercio bisogna superare una quantità infinita di prove. Un prodotto storico, che talvolta non può essere meno pericoloso di un farmaco, non si sottrae a queste regole. Vi sono sedi opportune, come le riviste scientifiche, dove i dati vanno presentati e ogni rivista prima di pubblicare un articolo lo fa esaminare a rigorosi revisori; dopo la pubblicazione, il dibattito si riapre con le stesse limitazioni.

I rabbini italiani non sono storici di professione, ma non sono neppure degli sprovveduti; conoscono la materia e sono aggiornati sia dal punto di vista rituale che storico. A loro è apparso subito ben evidente, come è stato evidente a qualsiasi studioso di buon senso, che in tutta questa vicenda la normale prassi di comunicazione e verifica scientifica non sono state seguite. La casa editrice ha preso per buone le tesi dell’autore, fidandosi probabilmente del suo prestigio. Lasciando da parte i formali ringraziamenti ad alcuni lettori prima della pubblicazione del libro, non si può evitare di considerare la quasi totalità di voci critiche che si sono levate nel mondo degli storici professionisti; alcune di queste pubblicate anche sul Corriere della Sera ed espresse con toni più severi di quelli usati nella dichiarazione dei rabbini. È imbarazzante che la casa editrice, per difendersi da un errore di valutazione e di metodo, si richiami ora alla libertà di ricerca.

Presentare un prodotto al grande pubblico con un battage pubblicitario non è un modo per fare ricerca. Quando si passa al piano della grande comunicazione, la libertà scientifica non c’entra più. Entrano i campo altri fattori e interessi, non ultimo quello — puramente legittimo — di tipo commerciale di un’impresa che investe in un prodotto da vendere. Con tutto il rispetto per le qualità editoriali del Mulino, si lasci a qualcun altro che non sia del proprio gruppo la difesa delle scelte editoriali in nome della libertà

Il libro del professor Toaff non è solo un saggio storico. Il tono e lo stile sono sistematicamente e pesantemente coloriti, alla ricerca dell’effetto drammatico che molte volte tende a ridicolizzare i piccoli personaggi coinvolti nelle vicende. Il vocabolario usato è molto spesso poco scientifico, a cominciare dalla qualifica di «fondamentalisti» assolutamente anacronistica, che l’autore ha applicato ai presunti responsabili dei delitti e che è stata sbandierata dal primo momento. In questi termini il limite di sobrietà che ogni prodotto scientifico dovrebbe imporsi è assolutamente superato e si entra nel campo della letteratura. Nessuna obiezione a questa scelta stilistica, ma non si invochi la libertà scientifica per queste modalità di espressione.

Il problema diventa quello più generico della libertà di espressione, che va certo garantita, a meno che non violi altri diritti, come il rispetto della dignità altrui.

I critici hanno fatto il loro mestiere e il loro dovere, molto spesso con grandissima pena personale (trattandosi anche di un amico, di un collega e di un maestro). Un dovere che nasce dal diritto di controbattere civilmente a opinioni che non si condividono. Siamo al paradosso: se si criticano delle tesi considerate aberranti, in un dibattito civile, si rischia di essere considerati… nemici della libertà di espressione.

Evocando lo spettro dell’intolleranza religiosa e del pensiero unico, qualcuno cerca di negare il diritto di parola a chi non appartiene alla schiera degli storici di professione, facendo finta che il problema sia puramente accademico. Non è così.

La protesta rabbinica è stata immediata, davanti allo sgomento e l’indignazione per l’enormità delle tesi, la cui fragilità documentaria e metodologica è emersa dal primo momento; per lo stile caricaturale della presentazione, senza alcun rispetto per le migliaia di vittime e per il coraggio dei pochi che le hanno difese; per la comunicazione di questa tesi al largo pubblico in un modo che ha sottovalutato le rischiose conseguenze nella attualità politica (come ammesso successivamente anche dall’autore). Ma soprattutto perché, magari inconsapevolmente, è stata riproposta un’angosciante deformazione dell’immagine religiosa dell’ebraismo su una questione che è sempre stata un nervo scoperto e sensibilissimo. Perché nessuno può negare che tra gli ebrei, come tra tutti gli altri, ci possano essere comportamenti scorretti, ma da qui ad affermare che su questi ci sia stata la copertura e la benedizione della religione c’è una bella differenza, e negandola si conferma uno dei teoremi più mostruosi dell’immaginario antisemita. Rimanere in silenzio, senza ribadire principi essenziali, non era possibile.

Tra i principi essenziali dell’ebraismo c’è anche quello per cui non c’è attività che possa sfuggire al controllo etico, almeno quando si passa dalla pura speculazione teorica all’applicazione sociale; questo vale per tutti, anche per gli storici: e quanto più vasta è la diffusione delle loro idee, tanto maggiore la loro responsabilità.

CORRIERE della SERA 11/03/2007