L’imperativo della Bibbia | Kolòt-Voci

L’imperativo della Bibbia

Elena Loewenthal

La licenza di intimità – dieci ore da trascorrere anima e corpo con la moglie ancora sconosciuta biblicamente – concessa a Igal Amir, assassino di Rabin, solleva una congerie contraddittoria di sentimenti. Essa è soprattutto l’improbabile incrocio di leggi e di universi opposti fra loro. Da una parte si staglia l’imperativo biblico. Quel «prolificate, moltiplicatevi» che è una specie di ritornello nel primo capitolo della Genesi. È il dettato ripetuto ai pesci e alle bestie selvatiche, persino a «ogni sorta di esseri striscianti», prima ancora che ad Adamo ed Eva. E’ la voce di un’ecologia primigenia, dove il destino di tutte le creature s’accomuna nella fatica e nella gioia di perpetuarsi. Se nell’ebraismo non esiste peccato originale, è proprio grazie a questo comando che la gravità di quell’originaria trasgressione si offusca: ogni volta che un bambino viene al mondo, il suo vagito è come se riconciliasse Iddio con l’umanità, mitigasse la Sua collera di fronte all’antica scena del frutto incautamente assaggiato da Eva.

«Prolificate e moltiplicatevi» è il suggello di ogni matrimonio ebraico, ne è la fondamentale (pur se non l’unica) ragion dessere. Ma come si concilia questa visione della vita in quanto bene di per sé – talmente prezioso da fare passare in second’ordine (senza tuttavia perdonare) la colpa di Eva e Adamo – con il principio di concedere la vita a chi, uccidendo, ha dimostrato di sprezzarla? Quanto e se è giusto permettere ad un assassino di riprodursi, di ottemperare a quel primo comando divino?

E’ una contraddizione in termini. Una vita che si crea attraverso la morte, e non a dispetto di questa. Se mettere a disposizione una stanza «da riproduzione» per i detenuti è consuetudine nelle carceri israeliane, il caso di Amir è più problematico. E non solo per ragioni di sicurezza legate all’eventuale passaggio, fra le lenzuola del penitenziario, di insidiosi messaggi politici. È una ragione più profonda quella che turba, immaginando l’assassinio di Rabin intento a ottemperare a quell’antico comando di vita che, se visto in un’ottica non biblica ma darwinista, in fondo si chiama legge di sopravvivenza.

Primo perché egli è un assassino che in quanto tale nega la vita e tutto il valore che le assegna la Bibbia. Secondo, perché Amir non è un assassino comune bensì il simbolo di quel trauma esistenziale collettivo seguito in Israele alla morte di Rabin – e mai sopito nei pensieri più riposti dogni ebreo. Dentro e fuori da Israele. Il trauma di vedere la morte entrare per una volta non entro i propri confini geografici, dove la guerra e il terrorismo fanno parte di una sfiancante quotidianità. Una morte diversa, che arriva dall’interno, per mano di qualcuno che dice di credere nel tuo stesso Dio e di amare la tua stessa terra e di far parte della tua stessa, ancora mai spezzata ma sempre a repentaglio, catena di generazioni.

Questo ha rappresentato per il popolo ebraico l’assassinio di Rabin ad opera di quel ragazzo cui ora è concessa la facoltà di riproduzione: scoprire la morte – e non la vita – dentro di sé. Un trauma che ancora mette paura e fa guardare con inesprimibile inquietudine verso quella stanza di penitenziario dove l’imperativo biblico non potrà che sentirsi fuori luogo.

La Stampa, 25/10/06