Sull’elegia dell’Ebraismo italiano | Kolòt-Voci

Sull’elegia dell’Ebraismo italiano

Riccardo Di Segni

Non riesco a resistere alla tentazione di commentare la breve e disperata nota dell’amico Guido Fubini pubblicata a pag. 2 del n.3 di Ha Keillah. Commentando l’ultimo Congresso dell’UCEI Fubini ha scritto: “A me e pochi altri il Congresso è sembrato celebrare il funerale dell’ebraismo italiano. Ma siamo caduti in errore. È stato solo il funerale di un certo ebraismo, quello dei Rosselli, dei Bauer, dei Colorni e dei Foa”. Questo glorioso ebraismo sarebbe stato sostituito da “una curiosa sintesi di Jewish Pride post-sionista e di berlusconismo, ammantandosi del richiamo alla Halakhà, ignorando democrazia e rispetto delle istituzioni e trovando riscontri nella politica del presidente Bush”.

Quella che sarebbe finita è la fase dell’impegno antifascista che “professava la giustizia e l’eguaglianza trovando la sua fonte nel messianismo d’Israele”, una fase storica per affermare il “diritto a essere se stessi”, che si era sviluppata una volta esaurita la fase risorgimentale guidata dall’aspirazione ad “essere uguali agli altri”.

Fin qui Fubini.

È vero che i tempi sono cambiati e che i grandi ideali che un tempo agitavano le coscienze oggi sono un po’ spenti e meno attraenti. Ma il tempo, come si sa, è anche “galantuomo” e contribuisce a mettere le cose nelle dimensioni più corrette. È il trascorrere del tempo e l’evoluzione della storia che mostrano quanto sia stato giusto appassionarsi a certe idee. E sarebbe grave non fermarsi ogni tanto a valutare con spirito critico i progetti e gli ideali di un tempo alla luce dei risultati successivi.

Le trasformazioni che investono l’ebraismo italiano di oggi sono in gran parte, come è sempre stato, reazioni alle mutate circostanze storiche e politiche. I grandi processi storici esterni all’ebraismo ci hanno sempre coinvolto e abbiamo portato in casa nostra gli ideali, le speranze, gli entusiasmi e anche le cocenti delusioni della vita esterna. Ma non si può negare che in questa continua dinamica di “import-export” ci sia sempre stata una sorta di controllo interno, una vigilanza e una ricerca di valori autentici, nel senso di indipendenza da quelli esterni. Nella lunga fase risorgimentale ci sono stati sempre spiriti critici che hanno denunciato la relatività e i pericoli del desiderio sfrenato di “essere uguali agli altri”. La fase antifascista è stata complessa; all’inizio condivisa da pochi, perché i molti, spesso in nome di altri presunti “autentici” principi ebraici hanno sostenuto il fascismo dall’inizio e qualcuno persino fino alla fine. Di antifascismo poi non ce n’è stato uno solo e quello dei dirigenti e militanti ebrei del PCI non era esattamente lo stesso dei dirigenti e militanti delle altre forze politiche. Nel dopoguerra quasi nessuno tra gli ebrei italiani ha dubitato dell’importanza dell’antifascismo. Il problema era semmai quello della centralità di questa idea nel processo politico di identità e di impegno ebraico.

Perché in tutto questo c’è stato e c’è ancora un equivoco di fondo da chiarire. Il presupposto del ragionamento di Fubini sembra essere quello che in quanto ebrei siamo, dobbiamo essere antifascisti. (Presupposto condivisibile, anche se non tutti gli ebrei, in quanto tali, la pensavano così prima e durante il ventennio. C’erano persino quelli che pensavano che istanze ebraiche messianiche, di giustizia e nuovo ordine sociale si realizzassero proprio con il fascismo. Oggi fanno ridere o piangere, ma un tempo c’erano, parlavano e facevano danni agli ebrei e agli altri). Ma se l’ebreo deve essere antifascista, non è detto che con l’antifascismo si realizzi la pienezza della condizione ebraica, il messianesimo e così via. Qui è l’equivoco fondamentale. In questa prospettiva pare che essere ebrei significhi essere soprattutto antifascisti, democratici, promotori di giustizia. Non è poco, sono istanze nobilissime, ma l’ebraismo non si esaurisce qui. È strano poi che di tutti i valori ebraici (non parliamo delle regole, della Halakhà, chi ne parla ci si “ammanta”soltanto) debba importare soprattutto quello più utopico e rischioso, il messianesimo. Sottolineo rischioso, perché in nome del messianesimo ebraico sono sorte religioni e movimenti (cristianesimo, marxismo ecc.) che non ci hanno fatto tanto bene, e anche nell’attualità i richiami messianici ebraici, sia religiosi che politici, hanno componenti angoscianti.

Come corollario del ragionamento, siccome i veri fascisti non ci sono quasi più, bisogna trovare i loro sostituti ad ogni costo e quindi essere ebrei significa necessariamente aderire ad un’area politica italiana specifica. Si rivendica la democrazia come valore ebraico, ma si mette in dubbio il diritto di scegliere le proprie simpatie in forze politiche dell’arco costituzionale che non siano la propria. Se è ridicolo fare passare il berlusconismo come un ideale specificamente ebraico, neppure l’antiberlusconismo lo può diventare. Contro la mitizzazione dell’antiberlusconismo (non in senso ebraico, ma generale) ha parlato recentemente proprio Vittorio Foa (Corsera 9/8/2006, pag.11).

Tornando all’equivoco di fondo, una domanda provocatoria: che cosa hanno fatto del loro ebraismo tutti i grandi nomi citati da Fubini? Nella migliore delle ipotesi l’ebraismo era per loro un ricordo romantico, una lontana ispirazione, una rivendicazione ideale delle origini, in altri termini anche questa una sorta di Jewish Pride. Non si capisce perché il Jewish Pride di Colorni e di Foa debba essere meglio di altri Jewish Pride, il primo lodevolissimo, un ideale di vita, il secondo un vizio. È chiaro che non si possono mettere sullo stesso piano i resistenti antifascisti con la nostra generazione, ma non è colpa della nostra generazione se per fortuna non siamo squassati da eventi terribili che spingono gli individui alla prova, al sacrificio personale, al carcere. Fare distinzioni sul Jewish Pride è pericoloso, se prima non si ammette molto sinceramente che è una forma annacquata di identità ebraica, suscettibile di tutte le evoluzioni. Se all’identità annacquata si aggiunge l’impegno antifascista abbiamo un bel prototipo di ebreo realizzato, a modo suo, ma siamo certi che questo prototipo bellissimo da vendere all’esterno nel secolo scorso sia per noi l’ideale da venerare oggi?

Mi viene in mente una conversazione di molti anni fa con Umberto Terracini, che delle sue origini ebraiche ricordava teneramente quando da bambino faceva il giro delle case ebraiche con il bossolo del Keren Kayemeth, o quando, adolescente, scappò dal Tempio il giorno di Kippur insieme a un suo amico per andarsi a fare un panino. Il Terracini rivoluzionario di professione aveva cominciato la sua rivoluzione nell’ebraismo. Non so perché Fubini non abbia citato Terracini nella lista dei suoi eroi, certo il suo percorso ebraico non è stato meno simbolico degli altri. Tutti questi illustri personaggi hanno costruito il loro impegno al di fuori dell’ebraismo, richiamandosi talora ad alcune radici ebraiche, ma rifiutandone in blocco tutto il resto (e non parliamo del loro rapporto controverso con il Sionismo). Con il massimo rispetto per tutte queste figure, che possono essere ideali nella costruzione della casa comune italiana, nella costruzione della nostra casa, quella ebraica, non possono essere i nostri ideali.

Bisogna avere il coraggio e l’onestà di ammettere che il “certo ebraismo” dei grandi personaggi citati era un ebraismo ridotto all’essenza, se mai esisteva più, che la loro biografia entra nella storia del grande contributo politico degli ebrei italiani alla società che li circonda, ma che è anche l’espressione autodistruttiva della mentalità dell’ebraismo italiano degli ultimi 150 anni, dominata dal desiderio di sfondare nella società insieme ad una ignoranza quasi totale della propria cultura e una buona dose di presa di distanza, se non di disprezzo per ogni forma di ebraismo normativo. Queste considerazioni, beninteso, non sono una novità, le faceva già Dante Lattes un secolo fa. Da allora è passato abbastanza tempo per giudicare il risultato di questa mentalità nella lotta per la sopravvivenza dell’ebraismo italiano. Non so quindi se si debba piangere tanto al funerale di questo “certo ebraismo”.

Il tempo galantuomo sta facendo giustizia delle certezze e dei miti che hanno infiammato, con ben pochi rientri interni, generazioni di ebrei italiani illuminati. Le simpatie politiche per l’una o l’altra parte (che in gran parte discendono da un altro grande tema, quello dello Stato d’Israele) sono temi che dividono, ma non sono la nostra essenza; si può certo criticare o ironizzare sulla rozzezza di alcune posizioni attualmente circolanti, che confondono politica ed ebraismo; ma che si senta ora fortemente la necessità di un ebraismo meno ignorante e meno irrispettoso delle sue regole e dei suoi fondamenti non può essere che un dato da accogliere con piacere.

http://www.hakeillah.com/4_06_15.htm